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Simone Cristicchi è davvero uno di quelli per cui valeva lo skech parodistico che faceva dire a Pippo Baudo: «L'ho inventato io». Ammette con candore, oggi, nel ringraziarlo, nell'ora dell'addio, che un segno del destino ha voluto al Campus biomedico di Roma, un ospedale famoso in Tv per far da sfondo a una parte della fortunata serie Doc nelle tue mani, di essere stato il primo a stupirsi quando Pippo Baudo lo stanò.
«Io avevo esordito da poco nel mondo della discografia», racconta, «avevo pubblicato il mio primo album, Fabbricante di canzoni, e non so come mi aveva notato in mezzo a tanti ,al punto che quando si trattò di pensare al cast del Festival di Sanremo 2007 mi arrivò la sua chiamata, con la proposta di partecipare direttamente al concorso dei "big" senza una storia discografica alle spalle. Ne rimasi colpito perché non me lo sarei mai aspettato, mi sembrava una cosa enorme. Tra l'altro io in quel momento avevo soltanto una canzone scritta per un documentario sui manicomi: Ti regalerò una rosa, che poi incredibilmente, contro ogni pronostico, vinse quell'edizione. Io sono convinto che quella vittoria sia stata collettiva: mia ma anche sua, che si aveva ascoltato commosso una canzone su un tema difficile», non nazionalpopolare, scommettendoci contro tutti i luoghi comuni sul Festival.
«Fu un atto di coraggio», racconta Cristicchi, «per un direttore artistico scommettere su un brano che parlava di malattia mentale, un tabù, e di manicomio, di sofferenza. E invece abbiamo vinto quella scommessa: perché il messaggio è arrivato al cuore delle persone.».
Una cosa da Pippo Baudo del resto, uomo che pur essendo di casa nella prima serata del sabato sera nelle case dell'Italia, ed essendolo stato per decenni, non ha cercato di piacere a tutti i costi, non ha temuto di dire come la pensava controcorrente se del caso, o in modo scomodo come quando al Teatro Massimo di Palermo partecipò a una staffetta in memoria di Libero Grassi, ucciso il 29 agosto del 1991, per aver denunciato il pizzo, organizzata Rai e Mediaset, e chiese leggi speciali per combattere il fenomeno mafioso», parole che gli costarono nel novembre dello stesso anno un attentato che gli fece saltare in aria la villa di Acireale.
«Posso confermare questo suo carattere, anche a volte molto deciso, anche severo: posso testimoniare che mi ha anche bacchettato nel corso della mia carriera, perché orgoglioso di quella vittoria, che sentiva anche sua in un'edizione un po' fuori dagli schemi, perché quell'anno vinse anche i giovani Fabrizio Moro, con la canzone dedicata alle vittime della mafia, ci tenva che portassi avanti un percorso coerente con quell'esordio. In seguito, dato che mi confidavo sempre con lui, facendogli ascoltare le nuove canzoni, chiedogli consigli è capitato che mi abbia bacchettato, facendomi capire che in certi momenti avrebbe fatto diversamente al posto mio: non erano solo complimenti, congratulazioni o fierezza e orgoglio, era attento davvero al prosieguo del mio percorso».
È quello che a scuola, nell'arte, nella vita fanno i veri maestri, sapendo che dagli errori si cresce e si impara, a patto di riconoscerlo: «Mi viene in mente un'espressione che piace molto e che cita sempre Don Luigi Verdi, (fondatore della Fraternità di Romena, ndr.) che è mio grande amico: il maestro non ti deve insegnare a volere, ma ti deve pettinare le ali, trovo che sia un'immagine bellissima che corrisponde a quello che Pippo ha fatto con me».




