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Sindone, vent'anni fa l'incendio: così rischiammo di perderla

11/04/2017  Era la notte tra l'11 e il 12 aprile 1997. Andò a fuoco la Cappella del Guarini. Intervenuti subito in forze, i Vigili del fuoco riuscirono a portare fuori il Lenzuolo nel quale la tradizione dice sia stato avvolto Gesù dopo la crocifissione. I lunghi (e difficili) restauri. Nel 2018, l'auspicata riapertura.

L'11 aprile 1997 era un venerdì. A Palazzo Reale era terminata la cena di gala offerta all'allora Segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, in visita a Torino. Erano da poco passate le 23,30 quando l'allarme arrivò ai Vigili del fuoco. Il primo a chiamare fu un passante da corso Regina Margherita, seguito da tanti altri cittadini angosciati: un terribile incendio stava divorando la Cappella del Guarini, costruita nel 1668 a Torino per custodire la Sindone. La prima squadra, giunta sul posto, ne chiamò subito altre. Tante altre. Alla fine risultarono impiegati circa 150 Vigili del fuoco con una ventina di mezzi di appoggio tra cui due autoscale da 50 metri (una in dotazione a Torino, l'altra venne da Milano). Si lavorò senza sosta fino al pomeriggio di sabato 12 aprile tra fiamme, fumo, pezzi di marmo che si staccavano dal soffitto cadendo rovinosamente al suolo.

Il lenzuolo che, secondo la tradizione, avvolse il corpo di Gesù deposto dalla croce, venne salvato. La Sindone, in realtà, non fu direttamente interessata dall’incendio poiché il 24 febbraio 1993, per consentire i lavori di restauro della Cappella, era stata provvisoriamente trasferita (unitamente alla teca che la custodiva) al centro del coro della Cattedrale, dietro all’altare maggiore, protetta da una struttura di cristallo antiproiettile e antisfondamento appositamente costruita. Poiché durante l’incendio nella Cappella furono superati i 1000 gradi centigradi, è evidente che se quella notte la Sindone fosse stata ancora conservata nell’altare progettato da Antonio Bertola al centro della Cappella, sarebbe andata completamente distrutta. Pur non essendo la Sindone e la sua teca direttamente interessate dal fuoco, fu deciso di rompere a colpi di mazza la struttura di cristallo e di portare via la Sindone, onde evitare sia i rischi di un crollo anche solo parziale della Cupola della cappella, sia i possibili danni provocati dall’acqua degli idranti usati dai Vigili del fuoco. La Sindone venne immediatamente trasferita nel palazzo arcivescovile e lunedì 14 aprile fu effettuato un sopralluogo ufficiale alla presenza dell'allora arcivescovo di Torino, il cardinale Giovanni Saldarini e di alcuni membri della Commissione internazionale per la conservazione della Sindone, sopralluogo che confermò che la Sindone non aveva subito alcun danno. 

A vent'anni esatti, e dopo un lungo e complesso cantiere di consolidamento, si apre ora l'ultima fase del restauro. L'obiettivo è di restituire la cupola alla città nei primi mesi del 2018. «Dopo vent'anni potremo ammirare in tutto il suo splendore architettonico questa struttura rinnovata e consolidata», annuncia l'arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia. Proprio in questi giorni, il testimone passerà all'impresa che sta terminando i lavori di ricostruzione delle superfici interne alla nuova impresa che ricostruirà i serramenti, le coperture e le murature esterne. A cantieri chiusi, si calcola che il costo complessivo del restauro ammonterà a oltre 30 milioni di euro.

«Conservazione orizzontale, recupero delle condizioni originali del tessuto, sistemazione e monitoraggio»: insomma, «gli interventi realizzati in questi vent’anni dicono che la Chiesa non è certo stata ‘ferma’ sulla Sindone, come invece vorrebbero lasciar credere i sostenitori della ricerca a oltranza». A ribadirlo, in un'intervista rilasciata all'agenzia Sir, è Marco Bonatti, già direttore del settimanale diocesano di Torino e responsabile della comunicazione dell'arcidiocesi. Nella Cappella, dove i lavori strutturali sono terminati e che verrà riaperta, se tutto va bene, entro i primi mesi del 2018, «manca da restaurare l’altare centrale, opera del Bertola, che custodiva, in uno scurolo di grate dorate, la cassa tempestata di pietre dure dentro cui era arrotolata la Sindone)». Ma il Telo “viene ora conservato disteso”, ed è questo, annota Bonatti, “uno dei progressi più importanti compiuti in questi due decenni: l’incendio del 1997 ha imposto di realizzare quelle opere di sicurezza esterna e di conservazione che i Custodi (gli arcivescovi di Torino) avevano già studiato e progettato”. La Commissione internazionale di scienziati che operò durante l’episcopato del card. Saldarini era stata, al riguardo, unanime nell’avvertire che “la Sindone – ricorda Bonatti – va conservata distesa, per evitare che si approfondiscano, ad ogni srotolamento, le pieghe che stanno compromettendo la lettura dell’immagine”. “Dalla notte dell’incendio – prosegue – è scattata infatti una gara di solidarietà e di attenzione, per il restauro e la conservazione di quel ‘segno religioso’ che è anche patrimonio essenziale della città e della sua gente”. Così “la cappella sotto la Tribuna Reale oggi è un ambiente adeguato per la conservazione”, ma nel 2002 è pure stato “realizzato un prezioso lavoro di ‘restituzione’ della Sindone alle sue condizioni originali”, rimuovendo le “toppe” provocate da un altro incendio, quello del 1532 a Chambéry, e cucite qualche anno dopo sopra il Telo.

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