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giovedì 13 agosto 2020
 
intervista
 

Zamagni: «In Emilia dopo il voto Bonaccini ha tradito i cattolici»

21/02/2020  L'economista scelto da Bergoglio per guidare la Pontificia Accademia di Scienze Sociali: «Prima ci ha chiesto di sostenerlo e poi ci ha lasciati con un pugno di mosche in mano. Un partito cattolico? Il primo a dire no è stato il Papa. Serve un movimento ispirato dal cristianesimo per far tornare al voto gli italiani stufi della polarizzazione destra-sinistra»

Stefano Bonaccini, 53 anni, festeggia la vittoria alle regionali (Ansa)
Stefano Bonaccini, 53 anni, festeggia la vittoria alle regionali (Ansa)

Professore Stefano Zamagni, Bonaccini l’ha delusa?

«Il punto è semplice. Prima delle elezioni regionali in Emilia Romagna Bonaccini aveva detto, apertis verbis, che era necessario aprire il Pd ai corpi intermedi e all’associazionismo chiedendo il sostegno di mondi trasversali, tra cui quello cattolico, alla sua lista civica».

E dopo la vittoria?

«Nessuno di questi mondi, ai quali è stato chiesto di collaborare e che hanno contribuito alla vittoria, è rappresentato in giunta regionale. Non c’è stata nessuna corrispondenza tra le promesse fatte in campagna elettorale e i fatti successivi. Siamo rimasti con un pugno di mosche in mano».

Per quale motivo?

«Non lo so se sia stata fatta per ingenuità o calcolo, resta comunque una scivolata grave e che lascerà il segno».

Stefano Zamagni, 77 anni, è economista, ex presidente dell’Agenzia per il Terzo Settore e da quasi un anno presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali. Secondo alcuni è anche l’incaricato (ufficiosamente, s’intende) a “creare” in Italia un partito dei cattolici. Solo che quando gli si parla di partito cattolico Zamagni quasi s’infuria: «Il partito dei cattolici non esiste e non potrà mai esistere, chiaro? Il primo a dirlo è stato papa Francesco. La mia proposta è di creare un partito, un contenitore, chiamiamolo come vogliamo, ispirato ai valori del cristianesimo e quindi più inclusivo».

Per contare di più ed evitare “delusioni” come quella in Emilia Romagna?

«Anche. Le elezioni regionali emiliane confermano la necessità di dare vita a una forza politica ispirata ai principi del cristianesimo. Ispirarsi non significa farsi dettare l’agenda da questo o quello ma trarre indicazioni, spiegando agli elettori il programma che si vuole portare avanti e poi, se eletti, agire. Solo così in futuro potrà essere evitato quello che è successo con Bonaccini».

Il professore Stefano Zamagni, 77 anni (Ansa)
Il professore Stefano Zamagni, 77 anni (Ansa)

Ma è una questione di posti?

«Ma va. La vicenda dell’Emilia Romagna è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non è che non abbiamo avuto niente e facciamo le bizze, scherziamo? Mica ne faccio un problema di rivendicazionismo. È una questione politica».

Spieghi.

«Bisogna riempire quel vuoto che è stato lasciato sguarnito al centro dalla polarizzazione tra destra e sinistra. Anche perché, un po’ ipocritamente, si dice centrosinistra ma chi guida le danze è la sinistra, si dice centrodestra e chi guida le danze è la destra. E il centro resta solo una parola vuota».

Ma i cattolici sono sparsi un po’ ovunque, adesso.

«Ci sono dei cattolici che si riconoscono nelle tesi della Lega, del Pd, di Leu o di Fratelli d’Italia. Va benissimo, non bisogna mai demonizzare nessuno. Io sono per il pluralismo e quindi mi chiedo perché non debba esserci un luogo che accolga tutti quei cattolici, e non solo, che non si riconoscono né nella destra né nella sinistra. Faccio un discorso laico, non integralista, a differenza di altri».

Chi?

«Non mi va di fare polemiche. Il metodo è quello che papa Roncalli aveva insegnato tanti anni fa: se incontri qualcuno sulla sua strada non chiedergli da dove viene ma dove va e se andate nella stessa direzione fate un tratto di strada insieme».

Questo partito quanto potrebbe pesare nelle urne?

«Potrebbe arrivare anche al 30% perché sono tanti gli italiani che si dicono stufi della dialettica tra destra e sinistra. Molte di queste persone non vanno più a votare da anni».

Chi dovrebbe essere il leader?

«È una questione malposta. La leadership è un effetto non la causa. In democrazia prima si crea il contenitore e poi si individua la guida. Chi ha una concezione oligarchica o autocratica rovescia il metodo: parte dal leader e poi attorno a lui si aggregano gli altri. Io aborro questo metodo. La convergenza deve venire dal basso e una volta che c’è questa convergenza il leader viene da sé, spontaneamente. Finora abbiamo visto persone che si sono autoproclamate leader e hanno girato l’Italia per ottenere consensi ma non hanno mai combinato nulla. Nell’immediato Dopoguerra non c’era un leader per la Dc, De Gasperi è venuto dopo quando all’assemblea costituente gli chiesero di assumere la leadership della Dc. Io diffido di quelle forze politiche che nascono dal portafogli di qualche persona danarosa che ottiene il consenso con il denaro. Io preferisco un processo più lento ma in grado di dare maggiori garanzie».

Il mondo cattolico come si regolerà in Emilia con le prossime scadenze elettorali?

«L’anno prossimo si vota a Bologna per le comunali. Chiunque si candida a sindaco non potrà farcela senza il sostegno dei corpi intermedi e dell’associazionismo cattolico, il Pd per quanti sforzi possa fare non potrà andare oltre il 22-23%».

Quindi vi organizzate per conto vostro?

«Vedremo. È chiaro che questa vicenda ha lasciato un segno enorme».

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