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Padre Titus Brandsma, il primo giornalista santo e martire del nazismo

13/05/2022  Carmelitano, fu assistente ecclesiastico dell’Associazione dei giornalisti cattolici olandesi, con l’incarico di seguire circa una trentina di testate, difendendole dalla censura del regime nazionalsocialista. Che lo deportò a Dachau dove fu ucciso il 26 luglio 1942

di Nicoletta Giorgetti

Ha radici profonde la santità di Tito Brandsma, il carmelitano olandese ucciso dai nazisti a Dachau nel 1942, che papa Francesco ha elevato agli onori degli altari. È legata ad un miracolo avvenuto per sua intercessione – la guarigione da un melanoma nodulare maligno al quarto stadio di un confratello statunitense, padre Michael Driscoll, nel 2004 – ma arriva da più lontano. Perché la vita intera, come pure i gesti, le azioni, la spiritualità di padre Titus, al secolo Anno Sjoerd, nato il 23 febbraio 1881 ad Ugokloster, nella Frisia orientale, Paesi Bassi, dove è considerato un eroe nazionale, sono stati quelli di un santo.

Titus Brandsma ha una storia particolare che ha spinto alcuni cronisti olandesi a chiedere al Santo Padre, con una lettera, di proclamarlo protettore dei giornalisti. Padre Titus infatti fu assistente ecclesiastico dell’Associazione dei giornalisti cattolici olandesi, con l’incarico di seguire circa una trentina di testate, tanto da ottenere lui stesso la tessera internazionale di giornalista.

Sacerdote, professore di Storia e filosofia della mistica e poi rettore dell’Università di Nimega, Tito Brandsma «era, innanzitutto, un uomo allegro, affabile, solidale, nel senso che mostrò, in tutta la sua vita, una capacità meravigliosa di essere sensibile verso lo stato d’animo dei propri simili», rivela padre Fernando Millan Romeral, già Priore generale dei carmelitani e autore di uno dei saggi più completi ed intensi dedicati alla figura di padre Brandsma, “Il coraggio della verità”. Che, poi, è l’assioma che contrassegnò la vita e le opere del carmelitano proclamato santo, primo martire del nazionalsocialismo. «Un martirio che lui visse addirittura con serenità», sottolinea il confratello, «grazie ad una fede semplice e profonda. Con la forza della verità con cui ha mosso ogni suo passo».

Con la stessa determinazione padre Tito, nominato assistente ecclesiastico della Stampa Cattolica nel 1935, difese la libertà di stampa e di pensiero dei giornali cattolici vittime della repressione nazista. Difesa che si tradusse in un forte scontro con il governo nazionalsocialista e che determinò il motivo concreto del suo arresto nel gennaio del ’42, del suo trasferimento nel carcere di Scheveningen e della successiva deportazione nel campo di Dachau.

Una passione ed un impegno, quelli di Brandsma, per il giornalismo «caratterizzati da tre chiavi», confida padre Romeral, «ovvero la ricerca rigorosa della verità, la profonda empatia con gli altri e la difesa della fede cristiana in un mondo sempre più ostile o, detto in altro modo, la difesa della libertà di espressione dalla quale la Chiesa non deve essere esclusa». Perché «dopo quelli delle Chiese, la stampa è il pulpito migliore per predicare la verità… La stampa è la forza della parola contro la violenza delle armi, la forza della nostra lotta per la verità», scrisse di suo pugno padre Tito. Che seppe conciliare il suo attivismo e il suo essere culturalmente inquieto con lo spirito carmelitano «di cui era profondamente innamorato», assicura padre Romeral ricostruendo la biografia di Brandsma, tra le più appassionanti del XX secolo.

Il carmelitano Titus Brandsma (1881-1942)

«Araldo della devozione a Maria»

  

San Tito Brandsma amava Maria di «un amore tenero e la vedeva ovunque» e, con Lei, Gesù, che guidò i suoi passi sino alla fine: celebre e tradotta in molte lingue è la poesia Davanti all’immagine di Gesù nella mia cella, che il prigioniero Brandsma scrisse nel febbraio 1942 nel carcere di Scheveningen. «Quando ti guardo, o Gesù, mi sento rivivere e comprendo che tu mi ami, come il più caro degli amici, e sento di amarti come il mio bene supremo», i versi di padre Tito. E ancora: «Se nuovi dolori si aggiungono nel mio cuore, li considero come un dolce dono perchè mi fanno più simile a te, perché mi uniscono a te. Lasciatemi solo, in questo freddo non ho più bisogno di nessuno, la solitudine non mi incute paura, perché tu sei vicino a me».

Proprio nel carcere di Scheveningen il carmelitano oggi santo diede prova dello spirito di dialogo e di riconciliazione che contrassegnò la sua esistenza. È sempre padre Romeral ad offrircene la testimonianza: «Quando il sergente giudiziale Hardegen lo interrogò chiedendogli, tra le altre cose, di scrivere i motivi per cui gli olandesi odiavano i nazisti, Padre Tito scrisse: “Dio salvi la Germania! Che Dio conceda a questi due popoli di tornare a camminare in pace e in libertà e a riconoscere la sua gloria per il bene di queste due nazioni così vicine”. Non solo non parlava male dei suoi carcerieri, ma benedì la Germania. Lui che fu ammazzato in un campo di sterminio». In quella stessa cella si concretizzò il suo amore per la Madonna: «Padre Tito mise il breviario che aveva con sé, aperto alla pagina in cui c’era l’immagine di Maria, su di una mensola che poteva vedere da qualsiasi angolazione. Ovvero dal letto o dalla sedia. Ovunque fosse, vedeva Maria. Fu per lui una grande consolazione».

Forte di una fede genuina e tenace, quest’uomo «pieno di prudenza, di eleganza e educazione, capace di combinare la semplicità e la spontaneità con la finezza più elevata», come molti testimoniarono nel processo di beatificazione, Tito Brandsma non ebbe paura nemmeno nell’ora più buia. Alle 14 del 26 luglio 1942. Quando un’infermiera lo uccise con un’iniezione di acido fenico nell’ospedale da campo di Dachau dov’era stato portato a causa dell’estremo indebolimento del suo fisico.

Prima ancora che nel miracolo che ne ha determinato la canonizzazione, – Padre Driscoll guarito da «una grave malattia che risultò scomparsa dopo che il religioso per mesi si era affidato, con la preghiera, all’intercessione del Beato Brandsma, ponendo una reliquia sulla parte malata», rammenta la postulatrice della causa, Giovanna Brizi – la santità di Padre Titus sta nelle parole che rivolse alla sua carnefice. «Le regalò il suo rosario, ma quella disse che era un dono inutile visto che non sapeva pregare», riporta il suo devoto biografo. «Lui, allora, le rispose: “Basta che tu dica Ave Maria, prega per noi peccatori”. Furono le sue ultime parole. Proprio quelle che suscitarono, nell’animo della donna, la grazia della conversione, come testimoniò più avanti lei stessa. La sua deposizione, resa tra l’altro come criminale di guerra (nel processo compare sempre come Tizia, il suo nome rimase segreto), fu fondamentale per la beatificazione di padre Tito».

Araldo della Madonna, come lo definiscono i suoi confratelli, sino all’ultimo respiro.

 
 
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