Ora che questo lungo tempo di feste se ne va, ora che ritiriamo gli addobbi e siamo un po’ nauseati di panettoni (soprattutto di pandori con lo zucchero a velo rosa), ora che i bimbi tornano a scuola, e noi al lavoro, ora che non abbiamo più da comprare, impacchettare, cucinare, organizzare, e la magia di luci e suoni svanisce, ora che non ci sono più nemmeno presepi nelle chiese per scaldare i pensieri e consolare... Ora come si ricomincia? Per cosa vale la pena riprendere la nostra vita quotidiana? Che cosa attendiamo? Abbiamo fatto ­ finta di niente, il 28 dicembre, giorno dei Santi Innocenti. Al più un furtivo pensiero ai bambini di Gaza.

Sospiro: si sa, le guerre ci sono sempre state. Abbiamo ascoltato il presidente della Repubblica, come ogni anno, i suoi auspici di bene e giustizia. Si sa, come ogni anno, tanto poi non cambia nulla. Abbiamo preso un’altra benedizione del Papa, il 1° gennaio, con le sue accurate parole, l’invocazione alla pace. Ecco, pace. Di questo abbiamo bisogno, questo il desiderio più grande.

Ma è un bel sogno, e non dipende da noi. O forse sì. Come siamo fortunati a vivere in pace. Non ne abbiamo merito. Non abbiamo fatto né facciamo nulla per favorirla, custodirla, diffonderla. Anzi, siamo sempre più chiusi nei nostri piccoli mondi, egoisti e cinici, mentre la pace chiede animi generosi, coraggiosi. Chiede speranza. Quella virtù bambina, scrive Péguy, che tiene per mano le sue sorelle più grandi, la fede e la carità e dove è lei che conduce, lei che trascina, talvolta, le altre due stanche e riottose.

Per avere pace, per lavorare per la pace abbiamo bisogno di speranza. Perché tutto è così oscuro e opprimente, un anno di guerra a noi tanto vicina anche a Natale, tutto è così malefico, è perduto nell’uomo che la pace sembra utopia, slogan a volte per sfogare altra rabbia, illusione arcobaleno di scolaretti alla recita. La speranza riecheggia le parole degli angeli nella notte santa: «Pace agli uomini di buona volontà», di San Paolo: «La pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati». Di quale pace parla? Perché è evidente, non siamo tutti chiamati alla pace. La pace di Cristo, dice. Che ha portato la spada.

Che è morto in croce. Per cui migliaia, in questo nostro tempo, muoiono, per cui migliaia soffrono, perseguitati, afflitti. Allora la pace non è star tranquilli. La pace è ­figlia della speranza e va a braccetto con la giustizia e la verità. La pace sanguina, a volte. Ma la pace si appoggia sulla roccia della certezza che un Dio è venuto a incontrarci e a salvare le nostre povere vite, anche le più povere e martoriate e dolenti. Per noi, che la pace l’abbiamo avuta in dono, senza merito, il compito è farla regnare nel cuore, e tradurla in opere, in parole, in preghiere.