È morto il gironalista e scrittore, celebre volto della Rai,  Franco Di Mare. Aveva 68 anni. Lo annuncia la famiglia con una nota. Si era laureato in Scienze Politiche all'Università Federico II di Napoli, comincia a collaborare con diversi giornali tra cui L'Unità, per il quale si occupa prevalentemente di cronaca giudiziaria e di politica estera. Per Rizzoli ha pubblicato Il cecchino e la bambina (2009) e il romanzo bestseller 'Non chiedere perchè (2011) dove raccontava la storia di come ha incontrato in un orfanotrofio e si è innamorato di una bimba di 10 mesi che poi adotterà con il nome di Stella. Nel 1991 Di Mare entra in Rai alla redazione esteri del TG2, dove nel 1995 assume la qualifica di inviato speciale occupandosi della Guerra dei Balcani. Qui potrebbe aver contratto la malattia. Nel 2002 passa al TG1, seguendo buona parte dei conflitti degli ultimi venti anni: Bosnia, Kosovo, Somalia, Mozambico, Algeria, Albania, Etiopia, Eritrea, Ruanda, prima e seconda guerra del Golfo, Afghanistan, Timor Est, Medio Oriente e America Latina. Nel 2003 diviene conduttore televisivo su Rai 1, dove è al timone di Unomattina Estate, di Uno Mattina week end e poi dal 2004 di Uno Mattina. Dal 2005 al 2009 conduce Sabato e domenica programma d'informazione e attualità leader di ascolti nella fascia mattutina - in onda su Rai 1 - nel week end dalle 6,30 alle 9,30. Dal 2005 ha condotto le finestre del TG1 all'interno di Uno Mattina sempre su Rai 1 (tre spazi con news e approfondimenti), attività che ricopre anche per la stagione 2010-2011. Il 20 luglio 2019 diventa nuovo vicedirettore di Rai 1, con delega ad approfondimenti ed inchieste. Dal 14 gennaio 2020 è direttore generale dei programmi del giorno della Rai. Il 15 maggio 2020 assume la direzione di Rai 3 proprio qui tornerà Fabio Fazio. Il 19 giugno, a 40 anni dalla Strage di Ustica, conduce su Rai 3 lo speciale Volo Itavia 870. Pubblichiamo l'intervista pubblicata sul numero 42 del 2023 di Maria con te in cui per la prima volta racconta il suo legame con la Vergine Maria.

 

di Corrado Occhipinti Confalonieri

 

Anche in mezzo all’orrore si può trovare la bellezza della vita. Franco Di Mare, 68 anni compiuti lo scorso 28 luglio, lo sa benissimo: quando era inviato di guerra in Bosnia vide una bambina di dieci mesi in un orfanotrofio di Sarajevo che non voleva staccarsi da lui e l’adottò. Ha raccontato la storia nel best seller Non chiedermi perché (Rizzoli) da cui è stata tratta la fiction di Rai uno L’angelo di Sarajevo nel 2015. Per stare vicino alla moglie Alessandra e alla figlia Stella, oggi trentunenne, dal 2003 il giornalista napoletano inizia la sua carriera di conduttore televisivo nel programma Unomattina che lascia dieci anni dopo per la trasmissione pomeridiana La Vita in diretta. Dal 2016 conduce Frontiere sulle reti Rai. Nel 2019 viene nominato vicedirettore di Rai uno e nel 2020 direttore dei programmi giornalieri della televisione di Stato. Dallo stesso anno fino al 2022 è direttore di Rai tre. Nonostante Di Mare abbia vissuto in prima persona la parte peggiore dell’umanità, si è sempre affidato con amore incondizionato alla Madonna che lo ha protetto dai pericoli esterni e ne ha lenito le ferite interiori.

Proviene da una famiglia religiosa?

«Sì, una famiglia con una nonna al limite dei bigottismo, vissuta a cavallo fra il 1800 e il 1900, mentre la disposizione spirituale di mamma e papà era più moderna. Ho frequentato la parrocchia di Fuorigrotta, una zona popolare di Napoli e lì ho servito messa in un paio di circostanze. Si andava in oratorio per le attività sociali: il cinema, le gite, le partite di pallone. Ricordo don Paolo che aveva capito il rapporto da instaurare con i parrocchiani: la sua funzione di evangelizzazione non era basata sulla spiritualità ma sull’empatia. Il suo saper stare in comunione con l’altro era una manifestazione di Cristo nostro fratello».  

Ha mai messo in dubbio la sua fede?

«La mia fede ha vacillato davanti all’omicidio dei bambini quando ero corrispondente di guerra nei Balcani nel 1992. Ho visto la parabola di un mortaio finire in un cortile dove giocavano dei bambini e farli a pezzi. Quello per me è stato un duro colpo, ne ho parlato con alcuni sacerdoti: ho capito che in quei momenti così drammatici il Signore non è distratto ma in quella parabola di morte c’è solo la mano dell’uomo, la sua scelta di uccidere anche un innocente. Ne ho avuto conferma quando sono stato dietro le linee nemiche a Sarajevo in Bosnia a fianco dei soldati che sparavano dalle colline sulla città. L’artiglieria era puntata su diverse zone abitate; un membro della mia troupe ha urtato un mortaio spostandone la direzione. A quel punto mi sono chiesto cosa fare: quel gesto involontario da parte del mio cameraman poteva essere la manifestazione della volontà divina per salvare delle vite? E se invece quel cambio di traiettoria avesse puntato su una scuola o su una strada affollata? Mi resi conto che un calcio involontario a quell’arma poteva cambiare la storia di una civiltà, poteva colpire persone senza volerlo oppure salvare vite ma come facevo a saperlo? Questo dubbio mi ha tolto il sonno, dopo trent’anni lo ricordo ancora: non sapevo se rimettere il mortaio a posto e partecipare alla scelta omicida di quel gruppo di fuoco o viceversa; poi ho capito che quell’azione era governata dalla mano dell’uomo e non da Dio e mi ha rimesso in pace con Lui».

Quale incontro le è rimasto particolarmente impresso?

«Nel 1992 ho intervistato un miliziano a Sarajevo che proveniva dalle campagne circostanti. Slobodan Milošević, all’epoca presidente della Serbia, aveva convinto i militanti del radicalismo contadino che sarebbero arrivati turchi e avrebbero completato il lavoro dei musulmani locali uccidendoli tutti; questa propaganda aveva funzionato: i contadini erano convinti che Sarajevo fosse un agglomerato di feroci musulmani. Quel contadino miliziano venne catturato per caso: aveva sfondato le linee nemiche perché ubriaco e io lo incontrai in carcere. Mi raccontò di aver imparato a uccidere gli esseri umani dai maiali perché diceva che il collo umano era come quello dei suini; si sedeva sui nemici, spingeva la loro testa indietro e gli bucava il collo finché trovava l’arteria da dove spillava il sangue. Questo assassino aveva stuprato e ucciso quattro donne; era entrato nella casa di una famiglia in Bosnia e aveva ammazzato subito i genitori di tre bambini che piangevano e si disperavano; chiese loro dov’erano i soldi e quello più grande gli aveva indicato un cassetto in cui trovò qualche moneta e alcune catenine; poi aveva sparato a tutti e tre. Mentre mi diceva questo mi sono venuti i brividi ho sospeso l’intervista per prendere una boccata d’aria. Non avevo mai visto nulla del genere, l’assenza di senso morale, di ogni forma di etica: per lui gli esseri umani erano come pesci sventrati da servire a tavola. Era tranquillo e indifferente con quella indifferenza demoniaca di chi non crede nel bene».

Chi l’ha aiutata a superare tanto orrore?

«Quando tornai a casa dalla Bosnia, andai in analisi perché era così orribile quello che avevo visto che non riuscivo a togliermelo dalla testa. Nessun inviato torna uguale dalla guerra. Non era soltanto la casualità di quel colpo di artiglieria, ma vedere come noi uomini siamo governati da una ferina bestialità che non ha nulla a che vedere con il mondo animale: essi uccidono solo per nutrirsi o difendere il territorio. Io avevo visto gente che uccideva per il gusto di uccidere e la mia mente aveva vacillato».

Come si immagina il demonio?

«Noi immaginiamo il demonio con gli zoccoli e le corna; invece, si manifesta nell’anima e nel corpo di gente che è lo specchio di noi stessi. Negli occhi di quei miliziani avevo trovato il buio, il baratro, c’era il demonio al lavoro, come disse il giornalista Ryszard Kapuściński. Quei soldati ammazzavano così con il gusto di farlo, poi tornavano a casa e riabbracciavano i propri figli. Mi chiedevo cos’era successo a quella persone che erano identiche a me, capii che la guerra fa saltare tutti i codici del diritto e della religione: in questo c’è la dimostrazione del demonio sulla terra».

Cosa ne pensa della guerra in Ucraina?

«Noi cristiani siamo obbligati alla valutazione di responsabilità. Padre Enzo Fortunato vorrebbe che avessimo una responsabilità nei confronti della pace e della guerra ma aggressori e aggrediti non sono uguali. L’8  dicembre 2001, alla vigilia della trentacinquesima giornata per la pace, papa Giovanni Paolo II disse: “Non c'è pace senza giustizia, non c'è giustizia senza perdono”. Vale a dire adoperiamoci per una pace che non preveda vendette, ma che sia basata sul riconoscimento dei diritti. Con questa frase voleva distinguere aggressori e aggrediti e lo diceva di Sarajevo che era una città musulmana, ma tollerante. Per l’Ucraina bisogna costringere i contendenti al tavolo della pace, ma occorre tener conto delle posizioni di partenza: un paese che si difende e un altro che sta bombardando teatri e centri commerciali».

Cosa rappresenta per lei la Madonna?

«Mia madre si chiamava Maria: per me è la mamma nel senso più straordinario, nobile, meraviglioso di questo nome. Maria è l’accoglienza, la comprensione, la carità, la solidarietà il perdono, la tolleranza. Tutto questo per me è Maria che ti consola anche quando sei tu ad avere sbagliato».

Ha ricevuto delle grazie dalla Mamma Celeste?

«Non la prego mai per questioni personali: ho sempre l’impressione che ci siano così tanti problemi al mondo che i miei sono ridicoli a confronto, la Madonna ha ben altri impegni. Quello che però ho sempre fatto è di affidarmi a lei per il mio cammino di vita: quando la mente mi è andata in difficoltà, quando ho assistito a tanti orrori causati dalla guerra, Maria mi è venuta in soccorso, ha alleviato la mia pena e mi ha dato la capacità di tenere il morale più in alto».

Esiste una chiesa dedicata alla Madonna a cui è particolarmente legato?

«Come inviato di guerra mi sono recato in molte città di paesi cattolici e di altre religioni e ho sempre cercato una chiesa in cui potevo trovare Maria. Il senso di pace che mi dava raccogliermi in preghiera davanti alla sua effige mi permetteva di affrontare le difficoltà e i pericoli con serenità. Trovare queste immagini nelle chiese di Beirut o di Gerusalemme, in cui ho visto anche fedeli musulmane che andavano a visitare con rispetto questi luoghi, mi ispirava spiritualmente. Ricordo una chiesetta a Mostar sventrata dalle bombe dei Serbi: nell’unico angolo rimasto in piedi vidi una statua di Maria con il velo bianco e la veste azzurra con un rosario in mano: lo interpretai come un segno sovrannaturale e mistico di fiducia sulla fine delle ostilità».

Ha un’immagine che le è particolarmente cara della Madonna?

Sì, a casa ho una dolce immagine della Madonna di Fatima che portavo sempre dentro la giacca o nel giubbotto antiproiettile durante i miei reportage: mi faceva sentire protetto».  

Quale papa ricorda con particolare affetto?

«Io ho incontrato Giovanni Paolo II in udienza pubblica e mi diede l’idea di un’enorme potenza. Fu il primo a capire l’importanza della comunicazione e affidò il dicastero dell’informazione a Joaquin Navarro-Valls, primo laico a ricoprire quel ruolo. Francesco l’ho incontrato tre volte: gli parlai della difficoltà di raccontare la verità in guerra, della mia impossibilità di arrestare la sua manipolazione, anche se volevo urlare: “Attenzione, vi stanno prendendo in giro”. Gli raccontai anche della mia battaglia contro le fake news, dei giornali che inseguono le sciocchezze pubblicate sui social. Il Santo padre mi prese le mani e mi disse: “Coraggio”. Nel 2016 ho ricevuto una sua telefonata in diretta per i trent’anni della trasmissione Unomattina e fu una cosa straordinaria».

Come immagina l’aldilà?

«Penso che andremo tutti in purgatorio: mi auguro che il mio sia un luogo dove ci sia una unità di spirito e di intenti con le persone che ho amato e amo e gli amici che non ci sono più».

Quali sono i suoi progetti?

«Dopo sette anni di Frontiere, l’unico programma televisivo a occuparsi di politica estera, quest’anno la Rai lo ha inspiegabilmente sospeso. Ora sto scrivendo un nuovo libro, una sorta di autobiografia».