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Padre Eligio Gelmini nel 1998 con i ragazzi ospiti della comunità "Cielo 91" ad Alzate Brianza
È morto a 94 anni Padre Eligio, e con lui se ne va uno dei religiosi più sorprendenti, inquieti e fuori dagli schemi della storia italiana. Non era, infatti, un frate come gli altri, e forse e proprio per questo riusciva a entrare nei territori più bui dell’esistenza. Lì dove pochi volevano guardare, lì dove tanti giovani erano precipitati nella solitudine e nella dipendenza dalle droghe, lui vedeva ancora una possibilità.
«Amare l’uomo»: l’inizio di una vocazione inquieta
Nato nel 1931 come Angiolino Gelmini nel villaggio Bisentrate, frazione di Pozzuolo Martesana, hinterland di Milano, padre Eligio era fratello minore di un altro religioso, don Pierino Gelmini, fondatore della Comunità Incontro.
In padre Eligio c’era una tensione, una fame di vita che non si placava restando dentro le sacrestie. Il Vangelo, per lui, era un invito a uscire, ad andare, a cercare. Così, appena giovane sacerdote, iniziò a incontrare chi stava affogando nel dolore silenzioso della città: le persone sole, i disperati, chi non aveva più nessuno da chiamare.
Una voce nel buio: nasce Telefono Amico
È il 1964 quando nasce il primo Telefono Amico. Un’idea semplice e rivoluzionaria: offrire una voce a chi, nella notte, aveva smarrito ogni appiglio. La prima chiamata, il 23 gennaio, arriva da una donna che ha appena tentato il suicidio e segna l’inizio di un servizio che negli anni avrebbe salvato esistenze intere.
Padre Eligio ascoltava tutto: il pianto soffocato, la paura, il desiderio di farla finita. E a ciascuno restituiva una parola che non giudicava ma accoglieva. Tra quelle voci c’era anche Alda Merini, che allora sconosciuta dettava poesie alla cornetta. Da lì in avanti, le linee si moltiplicano: oggi sono otto con un centinaio di volontari, turni di sei ore, oltre dieci milioni di telefonate all'anno dirette ai centralini del convento di Sant’Angelo, a Milano, dove padre Eligio viveva.


Padre Eligio Gelmini tra l'allora ministro della Sanità Rosy Bindi e il presidente del Consiglio Romano Prodi all'inaugurazione della comunità "Cielo 91" nel 1998
(ANSA)Mondo X: dove chi è caduto torna a camminare
Poi arrivò la stagione devastante dell’eroina. Centinaia di ragazzi bruciati dal vuoto, famiglie distrutte, periferie in ginocchio. Padre Eligio capì che il telefono non bastava più. Servivano luoghi dove rinascere. Così nel 1967 nacque la comunità di recupero per tossicodipendenti Mondo X: non un centro, ma un “mondo nuovo”, come amava dire. A Cozzo, a Cetona, sulle isole delle Egadi, fino al Monte Tabor in Israele: ogni comunità diventava casa, lavoro, silenzio, disciplina, fraternità. Era un cammino duro, esigente. Tanti giovani, grazie a lui, hanno ritrovato il proprio nome, la propria dignità, la voglia di vivere.
Un frate fuori dagli schemi
Padre Eligio aveva uno stile tutto suo. I Ray-Ban, gli stivaletti, il passo rapido, la battuta pronta. Negli anni Sessanta divenne persino padre spirituale del Milan, legandosi a Gianni Rivera, che lo definì un uomo capace di vedere nell’ombra: «Lo incontrai a una iniziativa sui giovani. Scoprii un mondo lontano dal mio e me ne innamorai. Da allora, appena posso, vado a trovare i ragazzi di Mondo X», disse una volta il grande campione rossonero.
Per la sua presenza quasi fissa a San Siro quando giocava il Milan negli anni Sessanta e Settanta lo soprannominarono “fratel dribbling”. L’esteriorità, certo, incuriosiva. Ma ciò che colpiva davvero era il modo in cui guardava le persone: non per quello che avevano fatto, ma per quello che potevano ancora diventare.
«Non sarò un figlio quieto ma la libertà da ogni cosa e l’amore all’Uomo hanno dato pace al mio cuore e passione alla mia vita», disse una volta il religioso, autore nel 1975 del volume Le Vacche.
Ed è vero: Padre Eligio non fu mai accomodante. Non cercò consensi né protocolli. Andò in cerca degli ultimi e degli scartati. Sempre con il suo stile da frate d’assalto.



