PHOTO
Se ne va con Nino Benvenuti un pezzo della nostra storia e nessuno dica che è storia minore. Trilogia epica della boxe, Nino Benvenuti vs Emile Griffit, iniziata con il primo incontro per il titolo mondiale dei medi, il 18 aprile 1967 al Madison Square garden, è un ricordo indelebile, dove lo sport è un dettaglio, versione moderna delle battaglie omeriche egualmente simbolica, dove la competizione è un racconto universale che parla al mondo oltre il tempo per la vita sottesa. Come Italia-Germania 4-3, come Coppi solo al comando nella Cuneo -Pinerolo del '49, come Italia-Spagna che rese la vasca della finale olimpica di pallanuoto di Barcellona 1992 una storia infinita all’ennesimo upplementare con il lupo sconfitto nella sua tana.
Tanto più potente in Italia quella prima sfida sul ring, vinta ai punti da Nino Benvenuti, perché vissuta in diretta solo in radio di sole parole e dunque introiettata con la forza dell’immaginazione: si combatteva di notte, con il fuso di New York e si scomodò il Governo per chiedere alla Rai di non dare le immagini in diretta per timore di un’epidemia di assenteismo al lavoro il giorno dopo. Benvenuti e Griffith arrivarono nelle case con la voce di Paolo Valenti, la telecronaca di Paolo Rosi giunse solo in differita: la ripresa era a colori, già possibile in America, ma l’Europa che non ancora pronta la ebbe in bianco e nero. Difficile distinguere il ring e la vita: l’italiano alla conquista del sogno americano. La rivincita venne allo Shea Stadium il 29 settembre, con Benvenuti che proseguì l’incontro nonostante una costola rotta e che avrebbe raccontato ripetutamente quel match come il più drammatico della carriera. Ricordava invece come il più bello mai disputato il terzo, il 4 marzo del 1968, vinto ai punti. Avrebbe difeso quel titolo 4 volte prima di perderlo nel 1970 contro Monzon. Mentre considerava l’Olimpiade la sua vittoria per antonomasia.
E così, in bianco e nero, è rimasta nell’immaginario come tanto sport di quegli anni quella vicenda umana oltreché sportiva, nello sport che per la sua fisicità più si implica con la vita e con la morte, che talvolta sul ring cessano di essere metafore. Benvenuti, nato nel 1938 a Isola d’Istria, esule, era il campione di Roma 1960, quasi imbattibile da dilettante (119 vittorie e un pareggio su 120 incontri), professionista dall’anno dopo (82 vittorie, un pareggio, 7 sconfitte), un micidiale gancio sinistro e l’abilità schermistica a parare e schivare le sue armi migliori.
Unico italiano della storia a ottenere il riconoscimento "Fiighter of the Year", Benvenuti era un lottatore gentile, più di tecnica che di violenza, che spesso contraddistingueva i suoi avversari.
Quando seppe che Griffith, malato e in disgrazia, era andato in difficoltà si adoperò per aiutarlo anche economicamente. C’era stata un’amicizia profonda tra loro: Griffith era stato il padrino di battesimo del figlio di Benvenuti, il figlio di Griffith adottato dal riformatorio, che aveva assistito il padre fino alla fine, era rimasto l’ultimo contatto tra loro quando l’Alzheimer ha impedito a Emile (Emilio per Nino) di riconoscere la voce dell’avversario di una vita.
Attorno al ring Benvenuti aveva unito quell’Italia, portava dentro la ferita dell’esilio di cui si era fatto testimone, e altri dolori familiari di cui s’era incaricata la vita. Di Griffith diceva: «Non puoi non diventare amico di un pugile con cui hai diviso la bellezza di 45 round!». Del pugilato diceva: «Devi saper prevedere il pericolo ed evitarlo, serve fisico e cervello». Considerava importante tenere accesi i neuroni perché della boxe conosceva il lato oscuro, in quegli anni per molti un mondo rude, di provocazioni, di offese, di reazioni, talvolta violente oltremisura. Di Griffith che nel 1962 contro Paret, in una di quelle provocazioni, di cui fu bersaglio per la sua latente omosessualità, era cascato oltre ogni limite, fino a perdere la misura dei colpi senza che l’arbitro intervenisse a fermarlo, Benvenuti diceva: «Combatteva in un mondo in cui non tutti erano leali».
E combattere non era sempre un modo di dire. E Benvenuti che aveva affrontato sul ring Griffith e Monzòn, che sul ring avevano colpito a morte, lo sapeva. Ma quando il mondo ha voltato loro le spalle, uno malato senza più memoria l’altro in prigione, Nino non li ha abbandonati.





