E tre: Antonio Conte e il Napoli, come Antonio Conte e l’Inter, come Antonio Conte e il Chelsea: cambiano le squadre ma il prodotto è sempre lo scudetto, prima erano stati tre scudetti con la Juventus.

L’equazione di Antonio Conte non conosce incognita: fatica+fatica+fatica=risultato. Punto. Conte, occhi di ghiaccio e di bragia senza contraddizione, non si plasma sulle squadre che incontra, la sua ricetta è sempre quella: lavoro, lavoro e lavoro senza distrazioni e senza interferenze. Se del caso: isolati e testa bassa.

Tocca adattarsi e obbedire al diktat del comandante, costasse un addestramento stile "ufficiale gentiluomo". Però è innegabile che funzioni. Nessuno avrebbe pronosticato quest’anno lo scudetto del Napoli a inizio stagione, però a metà s’era capito che tirava aria di possibilità, con il Napoli campione d’inverno, anche se poi è finita a un punto dalla fine con l’Inter che nella sua storia di campionati così, tirati al fotofinish, ne ha vissuti tanti.

Ha di nuovo vinto la legge non scritta che vuole che il campione d’inverno in genere prevalga anche alla fine. Niente di scontato però, se non il fattore Conte. Una carriera da giocatore da mediano e/o esterno destro tra Lecce e Juventus, plasmato da Carlo Mazzone e Giovanni Trapattoni, maestri diversissimi caratterialmente da lui, che gli hanno certo trasmesso cose: il Mazzone ruspante era l'esatto opposto del Conte mister laureato, Trapattoni pur conoscendo la severità conosceva le corde della bonomia.  Mentre, intanto, il ruolo di centrocampista forte in attacco e in difesa ha insegnato a Conte da giocatore prima del tempo la visione del gioco.

I compagni fin dalla prima ora, richiesti ad ora incerta di ricordarne i trascorsi, vogliono Conte fin da giovane secchione, preparatissimo e allenatore in campo, con doti di leadership. La tigna e la grinta gliel’hanno insegnata gli infortuni, tanti e gravi fin da giovane: a poco più di 16 anni è in prima squadra con il Lecce, ne ha appena 17 quando alla seconda partita di Coppa Italia si rompe la tibia. Potrebbe essere l’inizio della fine ma chi lo pensa non conosce Conte, il suo carattere di una determinazione a tratti feroce, che a è tutt’oggi una delle chiavi dei suoi successi.

Uomo solo al comando, Conte è uno che non le manda a dire, fiducioso in sé stesso al limite dell’arroganza, forte dei  risultati che gli danno ragione, anche a rischio di metterne a repentaglio la simpatia. Antonio Conte allenatore è uno che non si risparmia gli scontri e gli attriti, sembra quasi che alle sue squadre torni utile l’isolamento e che la sindrome da cittadella assediata sia funzionale o, magari chissà, lo è al suo stile di comando.

Da quando Antoniocontecapitano, tutto attaccato come gli cantavano in curva Juventus, è diventato Antoniocontecomandante funziona così. E funziona anche se non sta simpatico a tutti. Né è convinto di doverlo essere. Vuole e sa essere vincente e tanto gli basta. In Italia come all’estero. I risultati del resto a quel livello dello sport sono l'unica cosa che fa curriculum. Il modo di ottenerli che Conte ha, passa per questo stile, talvolta quasi "un ostile".

Un modo antitetico a quello di Carlo Ancelotti da qualche giorno ufficialmente Ct del Brasile. Carletto ha una pasta tutta diversa e tutt’altro modo di arrivare al risultato (ci è arrivato eccome, al punto da essere l’unico ad aver vinto in tutte e cinque le principali leghe professionistiche europee): lo fa sussurrando ai giocatori, creando climi distesi in spogliatoio, con l’autoironia se del caso, ma anche con il coraggio di prendersi la responsabilità togliendola alla squadra, per esempio quando si è trattato di dire al mondo che se un giocatore è offeso per insulti razzisti o se la Spagna va sott’acqua per le alluvioni il calcio viene dopo. Per il mondo Conte e Ancelotti sono due modelli dell'eccellenza made in Italy, se la giocano con la pasta e la pizza, diversi, con in comune una cosa: l’essere stati mediani, giocatori al servizio delle loro squadre, non primedonne con la rete facile (anche se Ancelotti aveva un tiro da lontano capace di miracoli da fuori area), una cosa che aiuta quando si passa dall’altra parte della riga bianca, dove chi comanda deve mandare in campo altri e fidarsi di quello che sanno fare.