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«Dopo i fatti di Parigi c’è una trappola che tutti noi, soprattutto i credenti, devono assolutamente evitare».
Qual è, professore?
«Sta passando l’idea, falsa e pericolosa, che se non ci fossero le religioni il mondo sarebbe più pacifico perché le fedi in quanto tali sono tutte intolleranti e vogliono imporre la propria verità. Mi sembra che la storia abbia abbondantemente dimostrato come ideologie non religiose o antireligiose abbiano massacrato più esseri umani che non tutte le religioni messe insieme. La religione come fatto storico può essersi macchiata di gravi crimini ma la religiosità come dimensione intima dell'uomo non incita a nessun atteggiamento di odio e violenza anzi è una forma di armonizzazione che porta alla pace con se stessi, con gli altri e con il Creatore. Se non è questo, non è un'autentica esperienza religiosa».
Secondo Paolo Branca, islamista, docente di Lingua e letteratura araba presso l'Università Cattolica di Milano, responsabile dei rapporti con l’Islam per la Diocesi di Milano, questa è una «premessa inevitabile» prima di addentrarsi sul terreno delle analisi del mondo islamico dopo il massacro dei vignettisti di Charlie Hebdo.
Dopo Parigi la tentazione è quella di identificare tutto l'Islam con i pazzi fanatici che sparano. Come se ne esce?
«Ho paura che non se esca finché noi continueremo a cascare in questa trappola. Il più grande regalo che possiamo fare ai fanatici e ai terroristi è quello di ritenerli i rappresentanti ufficiali e i portavoce legittimi di tutto l'Islam che è esattamente quello che loro vogliono. I musulmani al mondo sono più di un miliardo e mezzo. I paesi islamici più popolosi sono l'India, il Bangladesh, la Malesia, l'Indonesia. Quindi non i paesi arabi che pure ci preoccupano perché sono vicini a noi e stanno attraversando una fase critica. Non si possono fare indebite generalizzazioni. In Italia, ad esempio, la maggioranza dei musulmani non va in moschea perché non ha tempo o voglia o perché magari non gli piace come sono gestite le moschee. Questa etichettatura sbrigativa di un mondo così variegato e vasto fa il gioco degli estremisti dell'una e dell'altra parte».
Anche parlare di “Islam moderato” è sbagliato e fuorviante?
«È un’espressione che non mi piace. Io lavoro coi giovani e a loro non chiedo la moderazione ma l'eroismo, di avere ideali grandi, dei sogni, di spendersi per obiettivi alti. La moderazione puzza troppo di “stai buono e zitto in un angolino”. A un musulmano chiedo di essere un bravo musulmano non un musulmano moderato. Certamente ci sono i pazzi e i fondamentalisti dai quali bisogna distinguersi e prendere le distanze. Stiamo parlando di una civiltà che ha quattordici secoli di storia, appiattirla tutta su questi pazzi terroristi degli ultimi anni non so quanto ci convenga per poter comprendere e trovare magari un dialogo».
Secondo molti analisti c’è una battaglia interna all'Islam tra moderati ed estremisti?
«La maggioranza dei musulmani, che è silenziosa come tutte le maggioranze, si sente estranea a questi fatti, non sente neanche il dovere di doverli condannare o di doversi dissociare. Così come noi non pensiamo di dover dichiarazioni anti pedofilia per essere buoni cattolici perché sono fatti che non hanno a che fare nulla con la nostra fede e vita quotidiana».
Lei ha scritto un libro “Il sorriso della mezzaluna” che sfata il mito degli islamici che non ridono della propria religione.
«È un fatto umano universale ridere e scherzare su questi temi. Gli imam non sono meno presi in giro dei rabbini o dei preti. Certo, non ci sono forme blasfeme nei confronti di Allah o Maometto. Ma questo è bestemmia non è ironia».
Si riferisce alle vignette di Charlie Hebdo?
«Mi spiace uscire dal coro ma un giornale come Charlie Hebdo non credo faccia satira ma solo volgarità e basta. Ovviamente non giustifico assolutamente il massacro perché è evidente che se uno mi offende io posso reagire solo in forma proporzionata, non posso mandarlo all'ospedale o al cimitero. Non credo però che la libertà d'espressione sia assoluta e illimitata. Anche con i miei parenti io non posso parlare di certi argomenti se non preparando il terreno, scegliendo le parole giuste, cogliendo l'occasione propizia perché altrimenti litighiamo. È disumano e ideologico pensare che ognuno possa dire qualsiasi cosa su un argomento senza alcun limite o freno. La libertà assoluta è una balla colossale che il nichilismo contemporaneo sta insegnando ai giovani: “fai quello che ti senti e sei sicuramente nel giusto”. Non esiste. Non puoi passare con il rosso dicendo che sei più libero o insultare tuo padre o la tua ragazza durante un litigio pensando di essere più libero. Sei uno che deve darsi una regolata e se non riesci a dartela da solo, senza una legge esterna, significa che sei un poveretto».
Qual è, professore?
«Sta passando l’idea, falsa e pericolosa, che se non ci fossero le religioni il mondo sarebbe più pacifico perché le fedi in quanto tali sono tutte intolleranti e vogliono imporre la propria verità. Mi sembra che la storia abbia abbondantemente dimostrato come ideologie non religiose o antireligiose abbiano massacrato più esseri umani che non tutte le religioni messe insieme. La religione come fatto storico può essersi macchiata di gravi crimini ma la religiosità come dimensione intima dell'uomo non incita a nessun atteggiamento di odio e violenza anzi è una forma di armonizzazione che porta alla pace con se stessi, con gli altri e con il Creatore. Se non è questo, non è un'autentica esperienza religiosa».
Secondo Paolo Branca, islamista, docente di Lingua e letteratura araba presso l'Università Cattolica di Milano, responsabile dei rapporti con l’Islam per la Diocesi di Milano, questa è una «premessa inevitabile» prima di addentrarsi sul terreno delle analisi del mondo islamico dopo il massacro dei vignettisti di Charlie Hebdo.
Dopo Parigi la tentazione è quella di identificare tutto l'Islam con i pazzi fanatici che sparano. Come se ne esce?
«Ho paura che non se esca finché noi continueremo a cascare in questa trappola. Il più grande regalo che possiamo fare ai fanatici e ai terroristi è quello di ritenerli i rappresentanti ufficiali e i portavoce legittimi di tutto l'Islam che è esattamente quello che loro vogliono. I musulmani al mondo sono più di un miliardo e mezzo. I paesi islamici più popolosi sono l'India, il Bangladesh, la Malesia, l'Indonesia. Quindi non i paesi arabi che pure ci preoccupano perché sono vicini a noi e stanno attraversando una fase critica. Non si possono fare indebite generalizzazioni. In Italia, ad esempio, la maggioranza dei musulmani non va in moschea perché non ha tempo o voglia o perché magari non gli piace come sono gestite le moschee. Questa etichettatura sbrigativa di un mondo così variegato e vasto fa il gioco degli estremisti dell'una e dell'altra parte».
Anche parlare di “Islam moderato” è sbagliato e fuorviante?
«È un’espressione che non mi piace. Io lavoro coi giovani e a loro non chiedo la moderazione ma l'eroismo, di avere ideali grandi, dei sogni, di spendersi per obiettivi alti. La moderazione puzza troppo di “stai buono e zitto in un angolino”. A un musulmano chiedo di essere un bravo musulmano non un musulmano moderato. Certamente ci sono i pazzi e i fondamentalisti dai quali bisogna distinguersi e prendere le distanze. Stiamo parlando di una civiltà che ha quattordici secoli di storia, appiattirla tutta su questi pazzi terroristi degli ultimi anni non so quanto ci convenga per poter comprendere e trovare magari un dialogo».
Secondo molti analisti c’è una battaglia interna all'Islam tra moderati ed estremisti?
«La maggioranza dei musulmani, che è silenziosa come tutte le maggioranze, si sente estranea a questi fatti, non sente neanche il dovere di doverli condannare o di doversi dissociare. Così come noi non pensiamo di dover dichiarazioni anti pedofilia per essere buoni cattolici perché sono fatti che non hanno a che fare nulla con la nostra fede e vita quotidiana».
Lei ha scritto un libro “Il sorriso della mezzaluna” che sfata il mito degli islamici che non ridono della propria religione.
«È un fatto umano universale ridere e scherzare su questi temi. Gli imam non sono meno presi in giro dei rabbini o dei preti. Certo, non ci sono forme blasfeme nei confronti di Allah o Maometto. Ma questo è bestemmia non è ironia».
Si riferisce alle vignette di Charlie Hebdo?
«Mi spiace uscire dal coro ma un giornale come Charlie Hebdo non credo faccia satira ma solo volgarità e basta. Ovviamente non giustifico assolutamente il massacro perché è evidente che se uno mi offende io posso reagire solo in forma proporzionata, non posso mandarlo all'ospedale o al cimitero. Non credo però che la libertà d'espressione sia assoluta e illimitata. Anche con i miei parenti io non posso parlare di certi argomenti se non preparando il terreno, scegliendo le parole giuste, cogliendo l'occasione propizia perché altrimenti litighiamo. È disumano e ideologico pensare che ognuno possa dire qualsiasi cosa su un argomento senza alcun limite o freno. La libertà assoluta è una balla colossale che il nichilismo contemporaneo sta insegnando ai giovani: “fai quello che ti senti e sei sicuramente nel giusto”. Non esiste. Non puoi passare con il rosso dicendo che sei più libero o insultare tuo padre o la tua ragazza durante un litigio pensando di essere più libero. Sei uno che deve darsi una regolata e se non riesci a dartela da solo, senza una legge esterna, significa che sei un poveretto».




