«Grazie papà, grazie mamma. Le parole di papà mi hanno guidata», le prime parole di Nadia Battocletti con al collo l’ultima perla della sua collana di medaglie, l’argento mondiale dei 10mila metri a Tokyo. «Grazie mamma, lei è stata sempre lucida, concentrata, siamo rimasti tutto il tempo nella nostra bolla per ottenere questo. Grazie a tutti, anche a mia sorella Erika che è incinta…», tra le prime di Mattia Furlani, oro mondiale nel salto in lungo a 20 anni, prima di esplodere in un pianto dirotto.


È la faccia luminosa della medaglia del rapporto atleti-genitori/allenatori, quando si vince, che il mondiale di atletica in corso ci sta restituendo. Nadia è allenata da papà Giuliano; Mattia dalla mamma Kathy Seck, che ha ammesso di averlo sgridato dopo la gara per il pettorale strappato nell’euforia, un rischio per cui si poteva rischiare squalifica.
Ma il Mondiale di Tokyo ha mostrato anche l’altra faccia della medaglia: l’attimo di tensione tra Larissa Iapichino in difficoltà, quasi con le lacrime agli occhi, durante la qualificazione nel lungo poi mancata e il padre allenatore Gianni, che le dice, all’apparenza con poca pazienza, in mondovisione: «Non so che cosa dirti». Anche la storia di Gianmarco Tamberi, fino al 2022 allenato dal padre ex saltatore è stata una storia di apprendimento ma anche di tensioni. Se la storia dello sport insegna che tra genitori e allenatori occorre il rispetto reciproco dei ruoli, il doppio ruolo è una faccenda delicata e complicata anche se foriera di grandi emozioni: un groviglio a volte inestricabile in cui ci si può perdere perdendo le giuste distanze.

Giorgio Cagnotto, oggi nonno felice di Maya e Lisa, è stato tuffatore, argento olimpico a Monaco 1972 e a Montreal 1976, poi direttore tecnico della nazionale di tuffi, la cui punta di diamante, tra il 2008 e il 2016, è stata sua figlia Tania.

Cagnotto, ai Mondiali di atletica vediamo tanti casi: quali sono le complessità e quali sono gli aspetti invece che facilitano nel coniugare doppio ruolo genitore-allenatore?

«Non è facile, perché se non c’è il manuale da cui imparare a fare il genitore, men che meno esiste il decalogo che ti insegni a coniugare il ruolo di genitore e quello di tecnico. Guardando indietro, mi viene in mente che nella mia esperienza non ho mai dimenticato di essere anche padre, ho sempre avuto un istinto di protezione, Tania mi ha anche rimproverato a volte di non aver mai spinto troppo in caso di stanchezza, per evitare infortuni. Non so dire se un allenatore puro nella stessa situazione avrebbe spinto per vedere dove poteva arrivare. Ma so che quel mio metro io l’ho applicato anche al resto della squadra».

Mai avuto momenti di tensione con la figlia a bordovasca?

«In allenamento sì, è normale: capita che si discuta, che ci siano divergenze di vedute. In quel momento sei l’allenatore, rappresenti anche l’autorità, e magari capita che ci sia tensione, ma poi quando si è vicini al momento di scendere nell'arena dove si combatte per le medaglie, le cose cambiano e si ridiventa una squadra: non ci siamo mai portati la discussione lei sul trampolino e io a bordovasca. In quel momento tutti i contrasti sono sempre andati a scemare come d’incanto. E devo dire che era così anche con gli altri atleti, ho vissuto anche con loro emozioni simili. Mi dicono: con un figlio è diverso, ma non è così vero. Quando ci si gioca la medaglia le emozioni sono quelle. Poi, certo, a Rio 2016, dopo la delusione di Londra (quarto posto per 20 centesimi) ci siamo portati a casa l'incasso anche con gli interessi (argento nel sincro in coppia con Dallapè e bronzo di Tania dal trampolino 3 metri ndr)».

Se uno fa solo l’allenatore però si finisce l’allenamento o la gara e ognuno torna a casa sua, se si è padri si riesce a non portarsi le gare a casa?

«Tania ha iniziato con mia moglie (Carmen Casteiner ex piattaformista): a 7-8 anni l’impostazione di base gliel’ha data lei, quindi ci si vedeva tutto il giorno, ma il nostro patto familiare è stato che una volta a casa si lasciavano i tuffi fuori dalla porta, a tavola si parlava d’altro e siamo stati bravi sempre a tener fede al proposito. Anche dopo che ho iniziato ad allenarla io, io consideravo Tania parte della squadra, di tuffi si parlava con lei nel contesto della squadra, a maggior ragione quando andavamo a fare delle full immersion a Belluno, quando a Bolzano la piscina era chiusa, c’era un bel clima i ragazzi si divertivano a stare fuori, ma quando poi si tornava a casa era casa».

Nel vostro caso che cosa ha determinato il cambio da mamma allenatrice a papà allenatore?

«È accaduto perché capitava che Tania e Carmen, dopo aver vissuto le dinamiche e le tensioni dell’allenamento, si ritrovassero immerse a casa in quelle della scuola e dei compiti e il rischio era che fosse troppo. Così ci siamo divisi i ruoli: papà era l’allenatore, mamma la mamma che si preoccupava che andasse bene a scuola, è stato un passaggio molto naturale ».

Esiste per un padre allenatore il rischio di vedere sempre il figlio - ragazzino e non l’atleta maturo che magari è diventato?

«Dopo la delusione di Londra, Tania si è resa conto che c’era bisogno di un cambiamento: quel quarto posto per 20 centesimi per un periodo breve ci ha un po’ segnati e lei si preoccupava di veder soffrire me e io lei, se una gara non andava bene. È durata poco, perché, anche se i primi giorni dopo Londra sembrava un lutto in famiglia e lì per lì avresti dato la testa nel muro per il rimpianto, poi dato che sei il più maturo devi razionalizzare e io ci sono arrivato presto: i problemi sono altri nella vita e se li chiamiamo Giochi olimpici, pur investendoci tanta fatica, vuol dire abbiamo il privilegio di vivere di un gioco e non dobbiamo perdere la misura della realtà. Ma è stato abbastanza fisiologico in quel momento mettermi un po’ da parte, restare direttore tecnico, e lasciare che Tania si allenasse con Oscar Bertone con cui si trovava bene. Francesca Dallapè che si tuffava con Tania in sincro è stata bravissima ad adattarsi. Credo sia stato fisiologico anche questo: un padre, anche un padre allenatore, deve prendere atto che i figli crescono».

Mai avuto il problema di gestire l’uno la delusione dell’altra e viceversa e che le delusioni si sommassero, specie in uno sport in cui c’è un giudizio che ha una soggettività?

«La cosa che ripetevo sempre a Tania è che per fare quella vita ti deve piacere da impazzire quel gesto atletico, devi essere innamorato di quello che fai, e questo vale per i tuffi, per il tennis, per lo strumento musicale. Poi è vero che noi non abbiamo neanche metro e cronometro, per cui qualche volta la penalizzazione da parte di qualcuno ci può stare, però se sei bravo alla fine non ti possono azzerare una carriera, i conti si fanno alla fine. Anche perché nella carriera di un atleta sono più i momenti di delusione dei successi, perché non si vince sempre, a meno che uno non sia Klaus Dibiasi (ride)».

Si rischia di proiettare le proprie aspirazioni sul figlio?

«Io sono un postbellico, sono nato nel 1947, non avevamo niente ma avevamo tutto e per me era un regalo poter fare sport, girare il mondo, a volte in posti per l’epoca disagevoli, per arrivare a Minsk a Volgograd stavi in giro settimane, mia madre magari non mi sentiva per 40 giorni e si preoccupava. Non avevo ambizioni da proiettare, Tania già si tuffava a discreto livello, ma non sono stato a dirle “io ai miei tempi”, ognuno vive i suoi, e lei già si tuffava a discreto livello non sapeva dei miei risultati, è stata una sua avversaria tedesca a chiederle: “Ma tuo padre è quel Giorgio?”».

Mai capitato un momento come quello tra Gianni e Larissa a Tokyo neanche una volta, in caso di momenti negativi?

«Direi mai, anzi ricordo benissimo il momento in cui a Londra 2012 ho visto Tania alzare lo sguardo e vedere che era arrivata quarta per 20 centesimi, in quel momento l’unico istinto è stato avvicinarmi abbracciarla e condividere quell’emozione negativa con lei. Perché non dimentichiamoci mai che lo sport regala emozioni intensissime, non sono tutte belle, ma sono emozioni. E, per come sono fatto io, è comunque meglio viverle insieme tra persone che tengono l’una all’altra e condividerle, che ognuno per sé. Non c’è il manuale, non c'è una regola, ma per noi è stato naturale così».