C'è qualcosa di peggio che sentirsi falliti. Ed è sapersi la causa della delusione di chi ha investito tutto su di te. È la percezione che si coglie vedendo un fotogramma sfuggito alla telecamere, che ha catturato l'attimo in cui, Ilia Malinin, favorito naufragato sul ghiaccio del programma libero e nei propri fantasmi ai Giochi di Milano Cortina 2026.

Milano Cortina 2026 una delle cadute di Ilia Malinin nel singolo maschile.
Milano Cortina 2026 una delle cadute di Ilia Malinin nel singolo maschile.
Milano Cortina 2026 una delle cadute di Ilia Malinin (REUTERS)

In quel momento, appena arrivato il verdetto dei giudici di gara che lo precipita dal primo all'ottavo posto, il ragazzo cerca con lo sguardo il padre allenatore. Quello che trova è il padre che nasconde il viso tra le mani: l'idea platonica del fallimento, della delusione. Quello che l'immagine fissa è un uomo completamente ripiegato su di sé che non ha un attimo di empatia per la delusione del figlio, lasciato solo alle proprie emozioni. Nemmeno all’uscita dal ghiaccio era arrivato un abbraccio, una pacca sulla spalla, niente di niente solo un asciugamano porto. Un modello di severità che forse va ricercata anche nel modello e della tradizione dell’Est da cui il padre proviene.

Il linguaggio del corpo rende l’idea di un Ilea Malinin lasciato a 21 anni alla solitudine di assistere alla disperazione di chi più maturo, e passato prima di lui per le gare, dovrebbe guidarlo ad affrontare la difficoltà di misurarsi con la prima vera grande sconfitta pubblica, sul palcoscenico più grande che c'è.

Il mondo dello sport è pieno di padri-allenatori così, che danno la sensazione di percepire il figlio come una propaggine di sé, come lo strumento del proprio successo, che sembrano misurare tutto con il metro del risultato sportivo. Non per caso Open di André Agassi è considerato tra i più bei libri di sport mai scritti, perché racconta bene che cosa significhi vivere contro natura la vita imposta da altri, proiezione delle loro ambizioni.

Vien da chiedersi che cosa sarà di Ilia alla prossima gara. Sarebbe quasi naturale credere che ci possa arrivare paralizzato dalla paura di mandare un'altra volta il padre in pezzi, senza che nessuno lo abbia aiutato ad affrontare la propria personale delusione.

Poche cose fanno danni in uno sport d'automatismo come entrare sul ghiaccio terrorizzati di sbagliare, trattenuti dall'angoscia che quello che è capitato una volta, il black out mentale, possa ogni volta ripetersi. Specie se si sa che, dopo, bisogna ingoiare la propria delusione per farsi trovare pronti a prendere in carico quella degli altri. Se si sa già che alla fine non ci sarà neanche l'abbraccio di chi ti ama come sei indipendentemente dal fatto che tu vinca o perda, senza che il risultato ti definisca come persona che sei tutto si complica (e a proposito di risultato/vita autostima, fanno pensare a questo proposito le parole di Alex Vinatzer che, ha inforcato in slalom, che in pubblico si è definito come «uno dei perdenti di questi Giochi»).

«Sul palcoscenico più grande del mondo, coloro che sembrano i più forti potrebbero ancora combattere battaglie invisibili dentro di sé.- scrive oggi Ilia Malinin su Instagram - Persino i ricordi più felici possono finire macchiati dal rumore. L'odio vile online attacca la mente e la paura la attira nell'oscurità, non importa quanto ci si sforzi di rimanere sani di mente nonostante l'infinita e insormontabile pressione. Tutto si accumula mentre questi momenti ti scorrono davanti agli occhi, con il risultato di un inevitabile crollo. Questa è la versione della storia».

Prima aveva condiviso post, subito cancellato, da "Healing Letters", un account che scrive messaggi in un libro. Uno, sotto la domanda “Se dovessi scrivere un libro su tuo padre?”. Diceva: «Niente fa più male che fare del proprio meglio e non essere comunque abbastanza».

Parole che paiono alludere al confronto costante con un’asticella troppo alta.

Mentre altri esempi nello sport parlano di modelli efficaci e diversi: con Giorgio e Tania Cagnotto, uno dei casi molto ben riusciti nel rapporto padre-allenatore/figlia-atleta, per esempio hanno funzionato dinamiche diverse e positive, in cui successi e sconfitte si sono empaticamente condivisi.

E quando Jannik Sinner, tra i più bravi a gestire la pressione, ringrazia la famiglia parla sempre di genitori che hanno lasciato scegliere, che non interferiscono, ma che sono un porto sicuro indipendentemente dai risultati.