La Corte di Cassazione ripristina il termine "genitore" sulla carta di identità. Ha così respinto il ricorso del ministero dell'Interno contro la decisione della Corte d'Appello di Roma che disapplicava il decreto ministeriale del 31 gennaio 2019, con il quale questo termine sulla carta di identità dei figli era già stato disapplicato per tornare alla dicitura "padre" e "madre". E' quanto scrive il Sole 24 Ore, che riferisce della sentenza delle sezioni unite civili secondo cui "l'indicazione 'padre' e 'madre' sulla carta d'identità elettronica è discriminatoria - si legge sul quotidiano - perché «non rappresenta le coppie dello stesso sesso che hanno fatto ricorso all'adozione in casi particolari». 

In nome di un’eccezione, si è scelto di cancellare la regola. È questo, in fondo, il cuore della notizia che torna periodicamente a scuotere la coscienza pubblica: la sostituzione nelle carte d’identità italiane dei termini “padre” e “madre” con il più neutro e anonimo “genitore”. Non si tratta solo di una questione lessicale. Le parole contano. Anzi, creano realtà. E quando si rinuncia a nominarle con il loro nome più autentico, si comincia a scolorire anche la sostanza che quelle parole indicano. “Padre” e “madre” non sono soltanto ruoli anagrafici: sono pilastri millenari di ogni civiltà, riferimenti antropologici, affettivi e simbolici che affondano le radici nella storia, nella carne, nella cultura di popoli interi.

Eppure oggi, in nome di una visione ideologica — quella che si nasconde sotto l’ombrello fluttuante del “gender” — si decide che tutto è fluido, intercambiabile, indefinito. Che l’eccezione diventa legge e la legge viene riscritta per non “offendere” nessuno, salvo chi si riconosce ancora nel modello naturale e universale di famiglia. Non si tratta di negare i diritti a chi vive esperienze diverse. Ma è profondamente ingiusto che, per legittimare pochi casi, si stravolga la grammatica dell’umano. Cancellare “padre” e “madre” non aiuta nessuno a sentirsi più accolto: serve solo a recidere le radici di una cultura, a disintegrare il concetto stesso di identità. La neutralità non è sempre sinonimo di progresso. A volte è solo un modo per svuotare di significato ciò che da sempre dà senso alla vita.