«Non serve commuoversi, organizzare una fiaccolata. Serve una rivolta delle coscienze, una sollevazione morale dei territori: il caporalato è una schiavitù, una stortura nazionale». È scosso e indignato, monsignor Francesco Savino. Il brutale omicidio dei quattro braccianti arsi vivi ad Amendolara – «i nostri fratelli immigrati», così li chiama – lo ha provato e provocato. Lo raggiungiamo al telefono: per il vescovo di Cassano all’Jonio e vice-presidente della Conferenza episcopale italiana sono giornate movimentate. «Mi sento ustionato, ho la coscienza bruciata come cittadino fedele alla Costituzione e come credente fedele al Vangelo e all’Eucaristia. È il momento di dire basta!».
Un omicidio brutale, eppure è possibile che l’indignazione duri poco più di un attimo. Possiamo correre questo rischio?
«No, quanto è accaduto ad Amendolara non deve essere archiviato come un episodio terribile tra i tanti. Deve diventare uno spartiacque. Da oggi nessuno potrà dire: non sapevo. Nessuno potrà dire: non riguarda me. Non possiamo tollerare che persone impoverite vengano consumate nel fuoco della violenza e dell’abbandono. Se vogliamo che l’indignazione diventi concretezza bisogna mettersi insieme. Invoco uno dei principi più importanti della Dottrina della Chiesa, la sussidiarietà circolare: credenti, parrocchie, associazioni, cittadini, insieme possiamo combattere dal basso questa terribile struttura di dominio. Allo stesso tempo, il caporalato va combattuto dall’alto».
Cosa chiede allo Stato?
«Il caporalato non è una deviazione marginale, interessa l’agricoltura come l’edilizia e il mondo dei rider. Allo Stato chiedo di esserci, con tutta la sua forza. Non solo dopo il sangue, ma prima. Basta dominio criminale, sfruttamento, intimidazione. Serve presenza nelle sacche di precarietà, dove il caporalato mette radici, nei luoghi di reclutamento, nelle campagne, nelle filiere, negli alloggi indegni (i migranti uccisi abitavano in dieci in due locali, ndr), nei trasporti opachi, nella tutela dei diritti dei lavoratori. Controlli veri, continui: serve una presenza massiccia».
Il caporalato è un sistema di schiavitù ma c’è chi minimizza: “Sono soltanto stranieri”.
«Sono gli ultimi degli ultimi, persone che vivono in condizioni disumane. Don Tonino Bello li avrebbe chiamati i drop out, i respinti, gli emarginati, quelli che non contano nulla, non hanno voce, che non possono nemmeno chiedere di essere pagati. Papa Leone, come già diceva Francesco, dice che l’accoglienza non basta: è sull’integrazione che ci giochiamo la civiltà e la democrazia».
Dove stiamo sbagliando?
«Basta all’atteggiamento securitario nei confronti degli immigrati che caratterizza tutte le disposizioni di legge dalla Legge Fini-Bossi in avanti, fino ai decreti sicurezza e all’esternalizzazione degli immigrati in Albania: il pregiudizio diffuso è che gli immigrati siano un problema, salvo poi utilizzarli per i lavori più pesanti. Non facciamo degli immigrati un capro espiatorio, una distrazione di massa per distogliere dai veri problemi. Gli immigrati sono una risorsa, sono capitale umano: per loro servono la garanzia dei diritti, e la dignità del lavoro. La contingenza storica e culturale dice che l’immigrato non è umano, non è una persona. Non solo abbiamo toccato il fondo, lo abbiamo raschiato. Certo le regole e le leggi vanno rispettate da tutti, le tradizioni vanno conosciute, ma sono molto molto preoccupato anche per la comunità cristiana».
Alle responsabilità politiche si aggiungono quelle personali. Da pastore cosa vuole dire alla comunità cristiana?
«Non possiamo celebrare l’Eucaristia e restare indifferenti davanti a questi corpi bruciati. Il Cristo che adoriamo sull’altare è lo stesso Cristo che ci viene incontro nei corpi martoriati di questi fratelli e nelle loro storie disumane. Vorrei ricordare il Vangelo: “Ero forestiero e mi avete accolto”. Dove eravamo mentre questi fratelli vivevano nella vulnerabilità? Che cosa abbiamo visto e non abbiamo voluto vedere? È una domanda che brucia più del fuoco. E su questo saremo cristianamente giudicati».
Quale preghiera porta nel cuore?
«Prego per le vittime e le loro famiglie lontane. Ma non c’è preghiera senza giustizia. Ho chiesto ai nostri sacerdoti di pregare per questi fratelli uccisi e di pregare anche per la giustizia. Pregare, oggi, significa anche denunciare. Significa non permettere che il sangue dei poveri venga assorbito dalla terra senza conversione, giustizia, responsabilità. Diceva Dietrich Bonhoeffer: fede e giustizia sono inseparabili. Diceva Karl Barth: in una mano la Bibbia e nell'altra il giornale. Aggiungo: fedeltà assoluta al Vangelo, coerenza alla Costituzione».