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Pubblichiamo la lettera di uno studente di lettere dell'Università di Firenze, Luca Barbirati, che ha provato a dare una risposta alle dolorose domande contenute nel messaggio che Michele, il trentenne disoccupato suicida alcuni giorni fa a Udine, ha lasciato prima di togliersi la vita. Un accorato messaggio di speranza che vogliamo condividere con voi.
Caro Michele,
la morte non ha interrotto la tua vita perché hai voluto scrivere, e hai scritto proprio per continuare a vivere, pur scegliendo la morte. Visto che non sei ancora obliato del tutto come forse volevi, ti parlo con lo stesso strumento che tu hai scelto. Al culmine della disperazione non servono più i grandi libri e nemmeno i nostri grandi maestri, anche se una poesia, un aforisma o qualche frase, può ancora molto. Ma tu hai scelto la morte. Hai scritto che hai tentato di fare del malessere un’arte, e invece hai fatto molto di più, ti sei confessato, hai messo il tuo cuore a nudo, anche se hai mancato il tuo interlocutore. Hai deciso che il tempo era finito.
Tra le molte domande che ti sei posto, e hai posto, una si solleva su tutte, ed è proprio con questa che inizi la tua ultima lettera. Ti chiedi quale sia il limite di sopportazione, la quantità massima di dolore che puoi sopportare, il numero di fallimenti che puoi superare senza cadere in quell’abisso che hai conosciuto bene, e che si chiama mancanza di senso. Eri stufo dell’insensatezza che ti ha circondato nei tuoi trent’anni, stufo di continuare a sforzarti senza ottenere risultati, tanto nel lavoro quanto in amore; stufo dell’illusione della vita che ti hanno proposto e che ti hanno insegnato. Hai ragione Michele, la vita che cercavi non aveva senso: non avevano senso le aspettative che gli altri riponevano su di te, non avevano senso i tuoi colloqui di lavoro, i tuoi desideri di vittoria, la necessità di dover giustificare la tua esistenza. Niente aveva senso, e io lo so caro Michele, io lo so, perché anche per me tutto ciò che mi circonda non ha senso, ma tuttavia – pur non avendo un senso – tutto questo vuoto è pesante fino alla morte, e gli hai dato un significato infinito, percorrendo la sua direzione, il verso di questo vuoto, di questa insensatezza tutt’attorno.
Della realtà critichi la sua gratuità; dici che non si può pretendere nulla da essa, anche se ti aspettavi molto; volevi un lavoro, un affetto, un riconoscimento, una sicurezza e un ambiente stabile. Implicitamente hai gridato che non si può vivere senza la felicità, e hai ragione caro Michele, non si può vivere senza felicità, ma la felicità che cerchi, anzi che cercavi, non era riposta in un lavoro, in un reddito, in un amore di donna, in un ambiente sicuro e stabile. Nessun ambiente è più sicuro della bara in cui riposi, nessun luogo è più stabile della tua lapide in cimitero. Hai scelto la morte, è vero, ma sono sicuro che anelavi alla vita, che desideravi la vita nella sua interezza e che di nulla più mancasse; volevi tutto e hai scelto il nulla!
Caro Michele, io te lo voglio dire, hai sperimentato solamente la vita, che mai in nessun tempo è stata facile né gratuita; tu chiedi quale sia il limite di sopportazione, e io ti voglio rispondere: il limite di sopportazione è l’insopportabile, perché le cose del mondo sono sempre insufficienti alle nostre aspettative, la nostra bramosia invidiosa trova sempre qualcosa di nuovo da desiderare, e mai il vuoto si sarebbe potuto colmare per la via che hai percorso nei tuoi trent’anni! Io te lo dico col cuore, e non con l’intelligenza, mai la vita può essere Vita se non ti accorgi che la vita che hai sempre vissuto è già la morte. Non la morte volevi bensì la Vita Viva.
Trent’anni sono molti, forse sono il termine ultimo che distingue il fallimento dalla vittoria, ma quale fallimento e quale vittoria? Caro Michele, tu non mi puoi più rispondere, e allora sarò io – adesso – a parlare con un’assenza, come hai fatto tu prima di me. Parlo a te, ma so che parlo ad un’assenza, anche se – vedi – si parla sempre ad un’assenza; è Dio il primo grande assente. Parlami, rispondimi: guidare un’autovettura a passo con i tempi, non perdere l’apertura di un nuovo centro commerciale, fare un figlio e mandarlo a scuola, andare in vacanza all’estero e fare l’aperitivo ogni sera, dimmi, questo fa parte del fallimento o della vittoria? Un padre, o una madre, non può dire a cena a rientro da lavoro che ogni fatica su questa terra è vana, e che se anche riesca a comprare un’autovettura più nuova, più potente e più veloce, il mutuo e il lavoro lo condannerebbero a rimanere legato al suo posto fisso. Caro Michele, è questa la grande illusione e il vero fallimento: rimanere inchiodati a un unico posto e credere di spostarsi in luoghi differenti; rimanere fermi al momento in cui si è smesso di domandarsi cosa si faccia qui, e credere di essere cresciuti e di aver messo la testa a posto; non sapere nulla, e credere di saperne a sufficienza per insegnare ai neonati a muovere i loro passi nel mondo. È solo questo quello che gli uomini difendono e chiamano vita. Ma questo è la morte, hai fatto bene a rifiutarla!
La tua domanda, infine, è una sola: Cosa ci faccio, io, qui? Hai scoperto che tutto è dolore, ma caro Michele, tutto è dolore per davvero, anche quel lavoro che non hai mai ottenuto, quelle ragazze che ti hanno respinto, quella stabilità che desideravano gli altri per te, tutto questo è dolore, o meglio, sarebbe stato ugualmente dolore! La Vita Viva non si ottiene con dei sostituti, con delle parvenze di vita, ma vivendo e portando la croce della vita su di sé ogni giorno. Sacrificio, Espiazione, Sopportazione, ecco le vie per vivere la Vita. Amore e Compassione. Sofferenza e Fede incrollabile nella Vita. Queste le vie che non hanno strada. Ma proprio dove non c’è strada bisogna far cammino! Caro Michele la vita è tutta una dura cosa, hai ragione, però ti sei fermato a una sola parte di verità. Hai scelto il nulla al qualcosa. Ma questo “qualcosa” è l’unico segno che ci è permesso di indagare, è l’unico spiraglio di luce da cui far filtrare tutta la nostra esperienza di uomini sulla Terra. Caro Michele, avevi un compito infinito e lo hai voluto abbandonare. Ho pietà per il tuo dolore, che non hai saputo più sopportare, e io sono colpevole anche per te! Perché finché rimarrà anche un solo uomo a chiedere la vita che non ha, qui e ora, il compito rimane sempre lo stesso, uguale da più di duemila anni: testimoniare chi prima di noi ha gridato nel deserto!!! Il nostro primo fratello nel dolore. Questo e non altro mancava alla tua verità. Riposa in Pace.
Firenze, 9 febbraio 2017
Luca Barbirati, 27 anni, studente universitario




