A giudicare dall'allarme della Corte dei Conti sulla corruzione in Italia, il nostro Paese, da Tangentopoli ai nostri giorni, ha fatto un bel giro di giostra. Era il 17 febbraio 1992: il presidente del Pio Albergo Trivulzio, la più importante casa di riposo di Milano, veniva arrestato con una mazzetta di sette milioni di lire. Bettino Craxi cercò di prenderne le distanze definendolo un mariuolo: non sapeva che era l'inizio della fine. Da allora il sasso ha cominciato a rotolare nella neve, creando la valanga che seppellirà la Prima Repubblica. Nessuno poteva immaginare che l'indagine di uno sconosciuto magistrato della Procura di Milano di 46 anni della Procura di Milano avrebbe scoperchiato un intero sistema di cui facevano parte praticamente tutti i partiti della Repubblica.

Quella che si disgregò senza avere nulla da dire fu la Democrazia Cristiana, dal segretario amministrativo Citaristi in poi. Ben pochi si salvarono. Resta agli atti il famoso interrogatorio al processo di Arnaldo Forlani. Giù giù fino agli altri partiti. Il più pugnace fu Bettino Craxi, che prese la via di Hammamet. Il Pds è rappresentato dal "compagno" Greganti che si fece il suo bravo carcere senza lamentarsi, con ostinazione quasi stoica. Il processo per la maxitangente Enimont diventa la madre di tutti i processi, con l'imputato Cusani. Fu in quei giorni che nacque la spettacolarizzazione dei processi. Alcuni finirono persino in televisione e milioni di telespettatori diventarono come le tricoteuses della rivoluzione francese. Tangentopoli, non diementichiamolo, è anche una tragedia, perché molti imputati si suicideranno, come Gabriele Cagliari e Raul Gardini.

In realtà a far venir giù la Prima Repubblica non furono i giudici di Milano. C'erano stati altri eventi che avevano fatto soffiare il vento della storia. Quello principale è la caduta del muro di Berlino, il big bang del nuovo ventennio (a proposito: ma perché la storia italiana è fatta di ventenni?). Non c'è più il comunismo e dunque nemmeno l'anticomunismo, la Dc, argine al "salto nel buio" non ha più ragione di esistere. La guerra fredda è finita per sempre. Se crolla il muro, cade anche chi spinge dall'altra parte: la Democrazia Cristiana, ovvero l'argine al fattor K. Il primo a capirlo è il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che da silenzioso inquilino del Quirinale si trasforma nel burbero "picconatore" una specie di grillo parlante che molti prendono per matto. Cossiga era un uomo della guerra fredda, capisce immediatamente quel che sta per succedere. C'è la Lega di Umberto Bossi, che naviga nel nuovo vento della globalizzazione che ha sostituito le identità alle ideologie. Dai palazzi romani quel "senatur" appena sbarcato in Parlamento pare un fenomeno di costume. E invece è lì come avanguardia di un movimento che arriverà al 10 per cento dei voti in tutta Italia, oltre il 40 in Veneto, che conquisterà regioni e comuni come Milano, la Stalingrado dei socialisti. C'è il Trattato di Maastricht: significa che l'Italia non può più far quel che vuole coi suoi conti pubblici e deve rispondere  a direttive severe.  In questo clima gli uffici della Procura di Milano vedono Tutto questo porterà alla Seconda Repubblica. Sulla scena si affacciano Berlusconi e il berlusconismo. Curioso che il maggior beneficiario del Caf (la legge sulle Tv era cucita apposta per il Cavaliere) ne diventerà il liquidatore. O forse no.

Francesco Anfossi
«Illegalità, corruzione e malaffare sono fenomeni ancora notevolmente presenti nel Paese le cui dimensioni sono di gran lunga superiori a quelle che vengono, spesso faticosamente, alla luce». Lo ha detto Luigi Giampaolino, presidente della Corte dei conti, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, un giorno prima del ventesimo anniversario di Mani Pulite.

Lo stesso problema, da un altro punto di vista, aveva affrontato poche ore prima il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, parlando al Csm: «Il successo della lotta contro la corruzione, di cui più che mai si avverte l'acuta necessità, richiede non solo vigilanza e capacità di intervento sul piano giudiziario, ma seri adeguamenti normativi e mutamenti profondi di clima e di costume».

Sono voci istituzionali, come di più non potrebbero essere, che sembrano fatte apposta per confermare amaramente Farla Franca, la legge è uguale per tutti?, il titolo che Gherardo Colombo e Franco Marzoli hanno dato al libro intervista che ricostruisce dal punto di vista dell’ex magistrato la stagione di Mani Pulite e gli anni che ne sono seguiti. Una ricostruzione dettagliata, con un punto di vista preciso, ma pacato e pronto a rispondere a domande scomode. Una riflessione ampia e documentata che non si abbandona a nostalgie ma affronta il tema della difficoltà oggettiva di contenere in Italia, entro i livelli di guardia, la gestione disinvolta della cosa pubblica, nell’interesse non solo dei conti pubblici, ma di tutti i cittadini e del loro diritto alla trasparenza.  

Abbiamo chiesto a Gherardo Colombo, protagonista di quella stagione, da Pubblico ministero, se siamo pronti, vent’anni dopo, a ragionare della stagione di Mani pulite con il distacco della storia. «Perché sia possibile una valutazione storica è necessario che ci sia la disponibilità ad accettarla. Io non sono sicuro che siamo pronti a riceverla senza che si alzi immediatamente una barriera. Occorre ricordare che l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti di Mani pulite è cambiato radicalmente da un certo momento in avanti: si è passati dall’entusiasmo eccessivo dell’inizio, alla ripulsa».

Quel rovesciamento di punto di vista, Colombo se lo spiega così: «A mio parere la gente ha approvato sin tanto che le indagini ci portavano verso i comportamenti di persone in cui l’opinione pubblica non si riconosceva perché stavano troppo in alto rispetto ai comuni mortali. Man mano che si andava avanti, però, siamo arrivati alle corruzioni spicciole delle persone comuni e lì è scattata la ripulsa, perché in quelle persone, invece, molti si riconoscevano. In Italia la corruzione non riguarda solo le alte sfere della politica e dell’amministrazione, riguarda tanti piccoli episodi che sono espressione di una cultura in cui alla fine la corruzione è accettata. È lì che l’opinione pubblica, che quella cultura bene o male partecipa, prende le distanze. A quel punto, per non entrare nel merito dei fatti, si contesta chi li scopre».

Si direbbe, e la Corte dei conti conferma, che non siamo cambiati…: «Perché una cultura cambi, serve un percorso lungo e non facile, che richiede approfondimenti, per i quali bisogna in primo luogo provocare una disponibilità all’ascolto».

Come abbiamo avuto modo di approfondire in una lunga intervista sul numero di febbraio del mensile Jesus, ci sono molte analogie tra il 1992 e il 2012: una di queste – non l’unica ­­-  è la politica compromessa dalla corruzione: «Finché non si diffonde un modo diverso di relazionarsi con le persone e con le cose, non ci sono le condizioni per cambiare. Io sono convinto che quel rivolgimento compiuto dalla Costituzione – con cui si è adottata un’organizzazione di regole secondo la quale le persone sono tutte sullo stesso piano e hanno pari dignità  non coincida tanto con la cultura. Ho l’impressione che il modo di pensare collettivo sia rimasto ancorato al prima, al supertradizionale modello organizzativo basato sulla discriminazione».

Oggi l’impegno principale di Gherardo Colombo consiste nell'educazione alla legalità: gira le scuole dialogando con i ragazzi sul senso delle regole. E, viste le statistiche sul malaffare, non sembra facile salvare la convinzione di far breccia. Eppure almeno sui giovani l'ex magistrato mostra ottimismo: «Se pensassi che sia inutile non lo farei. Trovo grande interesse da parte dei ragazzi, magari non di tutti, ma di moltissimi. A differenza di quanto credono gli adulti, quando si trova la strada non sempre semplicissima per il coinvolgimento, i ragazzi hanno voglia di approfondire. Se i ragazzi, da spettatori diventano protagonisti, allora rispondono».

Elisa Chiari

Nel 1992 Bruno Tabacci finì nelle maglie di Tangentopoli, accusato dall’allora Pm Antonio Di Pietro. Come difensore scelse un principe del foro milanese, Gian Domenico Pisapia. Oggi Tabacci, che fu poi scagionato da tutte le accuse, è assessore al bilancio nella Giunta comunale di Milano guidata dal figlio del suo ex avvocato, Giuliano Pisapia. E nel ventesimo anniversario dell’inizio di “Mani pulite” si ritrova a fianco dell’ex giudice che lo accusò in una manifestazione organizzata dal partito che nel frattempo ha fondato, l’Italia dei Valori. Il cerchio, però, non si è affatto chiuso, come hanno ricordato ieri i due protagonisti alla presentazione del libro “Eutanasia di un potere” (Laterza) in cui il cronista politico dell’“Espresso” Marco Damilano racconta i due anni cruciali da quel 17 febbraio del 1992 quando il presidente del Pio Albergo Trivulzio, il socialista Mario Chiesa fu colto «con le mani nella marmellata», come disse Di Pietro, dopo aver intascato una tangente di sette milioni di lire, alla vittoria di Silvio Berlusconi alle elezioni del 27 marzo 1994.

Alla rivoluzione giudiziaria che ha spazzato via nel giro di pochi mesi un’intera classe politica (con l’eccezione del Pci-Pds) non ha corrisposto un rinnovamento morale, come dimostra la relazione della Corte dei conti resa nota ieri che parla di “corruzione dilagante”. Si stava meglio quando si stava peggio, insomma, almeno secondo Tabacci, che per spiegarsi ricorre a una similitudine: «La prima Repubblica sta alla Seconda come Severino Citaristi (il tesoriere della Dc che ricevette ben 74 avvisi di garanzia, scomparso nel 2006, ndr) sta a Luigi Lusi (il tesoriere della Margherita che ha ammesso di aver sottratto 13 milioni di euro al partito, ndr). Tradotto: prima almeno i politici rubavano per il partito («non ho mai preso una lira per me», «non ho mai corrotto nessuno», ha sempre ripetuto Citaristi), oggi invece non solo rubano per i propri interessi personali, ma lo fanno addirittura ai danni dei loro stessi partiti. Una differenza che per Tabacci riflette un profondo decadimento etico. «Con tutti i limiti che io per primo riconosco, i politici nella Prima repubblica venivano in genere selezionati per la loro competenza e dopo aver compiuto una lunga gavetta. Con l’avvento di figure come Umberto Bossi e Silvio Berlusconi, la politica si è sempre più personalizzata e quindi oggi ciò che conta non sono le capacità e la passione civile, ma solo la presunta fedeltà al capo carismatico».

Di Pietro condivide l’analisi di Tabacci sul reclutamento della classe politica, ma non nutre alcuna nostalgia per la Prima Repubblica. «Il debito pubblico creato in quegli anni ce lo portiamo sulle spalle ancora adesso. Perché “Mani Pulite” scoppiò proprio allora e non prima? Perché il sistema di corruzione era diventato talmente diffuso che i politici pensavano di essere intoccabili. Fu questo il loro grande errore: erano così convinti che nessuno avrebbe mai ficcato il naso nei loro affari da abbassare completamente la guardia. Noi fummo solo bravi a trovare tecniche di indagine innovative e a lavorare in squadra. I politici però non impararono la lezione: semplicemente approvarono delle leggi per garantirsi l’impunità, per difendersi non “nel processo” come fece giustamente l’onorevole Tabacci, ma “dal processo”». I numeri parlano chiaro: i reati per concussione e corruzione sono vistosamente aumentati fra il 1992 e il 1993, poi sono progressivamente diminuiti. Il finanziamento illecito ai partiti, l’abuso d’ufficio e il falso in bilancio, reati essenziali per scoprire i fondi neri con cui venivano pagate le tangenti, sono stati depenalizzati, mentre la legge Cirielli ha dimezzato i tempi di prescrizione.

Ma torniamo a “Mani Pulite”. Nel libro di Damilano è contenuta una frase di Carlo De Benedetti, tessera numero 1 del Pd, riferita a Tangentopoli, a dir poco sorprendente: «In quell'operazione certamente il Pci è stato protetto, perchè sia Borrelli che D'Ambrosio (i due capi della procura di Milano, ndr) volevano distruggere un sistema di potere, non tutti i partiti, non la politica». «Sinceramente è un film che non ho mai visto», è la secca replica di Di Pietro. «Se ripenso a quelle giornate, ricordo che mi svegliavo tutte le mattine alle 5 perché ricevevo una telefonata di Cossiga e poi andavo in Tribunale a lavorare: io mi occupavo della parte più strettamente investigativa, Piercamillo Davigo scriveva i capi di imputazione e Gherardo Colombo trovava i riscontri. Gli interrogatori si susseguivano a ritmo frenetico e spesso mi ritrovavo a chiedere: “scusi, ma lei di che partito è?”. Non ci siamo mai occupati dei risvolti politici delle nostre indagini e né D’Ambrosio né Borrelli ci hanno mai fatto pressione affinché indagassimo in una direzione e non in un’altra. La prova? L’attacco più duro da un politico, dopo Bettino Craxi, lo ricevemmo da Massimo D’Alema: fu lui a dire che se fosse arrivato un avviso di garanzia per il suo partito, sarebbe stato come un colpo di stato». C’è anche un lato amaramente ironico in questa vicenda, sottolinea l’ex magistrato: «I nostri più strenui difensori di allora sono stati poi quelli che, una volta al Governo Berlusconi, si sono più adoperati per far approvare leggi che rendessero meno efficace la lotta contro il malaffare: i leghisti di Bossi che vent’anni fa agitavano il cappio in Parlamento per i corrotti e gli ex missini come La Russa e Gasparri».

Eugenio Arcidiacono