Il 24 marzo ricorre l’anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine: 335 persone, la maggior parte delle quali detenute per motivi politici, uccise dai nazisti per rappresaglia in risposta all’attentato partigiano di via Rasella a una colonna di soldati tedeschi: 10 civili uccisi per ogni soldato morto, cui sono state aggiunte altre cinque persone. Come spesso accade quando i caduti sono troppi, l’identità dei singoli si perde in una commemorazione collettiva indistinta. Pochi ricordano che in quell’esecuzione di massa, avvenuta esattamente 80 anni fa, morì anche un sacerdote cattolico: Don Pietro Pappagallo.
CHI È DON PIETRO
Nato, quinto di otto fratelli, in Puglia a Terlizzi nel 1888, in una numerosa famiglia di cordai che sbarcava il lunario con fatica e dignità. Intuendone la generosità la madre lo iscrive alla scuola media del seminario a Giovinazzo. Non brillantissimo negli studi ma incline alla carità Pietro matura lì dentro la vocazione, tanto che dopo il liceo entra al Seminario Regionale Pugliese di Lecce per gli studi teologici. Diventa sacerdote nell’aprile 1915 e il testo dell’immaginetta della sua prima messa, riportato da sembra un segno del destino: «Sgomenti degli orrori di una guerra che travolge popoli e nazioni, ci rifugiamo, o Gesù, come a scampo supremo, nel Vostro amatissimo Cuore; da Voi, Dio delle misericordie, imploriamo con gemiti la cessazione dell’immane flagello; da Voi, Re pacifico, affrettiamo coi voti la sospirata pace. Dal Vostro cuore divino Voi irradiaste nel mondo la carità perché tolta ogni discordia, regnasse tra gli uomini soltanto l’amore». (Il testo è riportato in R. Brucoli, Pane e cipolla e santa libertà)
UNA GENEROSITÀ SENZA CAUTELE
Ancora non sa che, riformato per un problema fisico nella prima guerra quando ancora i sacerdoti non ne erano dispensati, finirà per partecipare alla Seconda, dalla parte di chi resiste all’occupazione nazifascista. Che il suo tratto sia la generosità, senza sconti e tendente al dono di sé senza riguardi, tanto che in un ritratto colorito Fergus Butler-Gallie, gli attribuisce una santità “folle”, si capisce presto. Nei primi sette anni ricopre vari ruoli da economo a viceretterore del Convitto Vito Fornari a Molfetta, poi diventa economo del Seminario regionale teologico Calabro, ma il suo posto è tra la gente, non in un ufficio.
TRA GLI OPERAI DELLA CISA VISCOSA

Il trasferimento dalla diocesi in cui è incardinato a quella di Roma dove vorrebbe andare non è semplice. Lo ottiene nel 1925 per motivi di studio, e poi nel 1927 va a gestire il convitto di via Prenestina: non è una scuola questa volta, ma la residenza cui si appoggiano operai fuori sede, per lo più emigranti dal sud, della Cisa Viscosa, un’industria di filati, che molti chiamano Snia. Da gestore del Convitto, don Pietro che conosce la povertà per averla vissuta, capisce che quegli emigrati sono esposti allo sfruttamento: meno tutelati degli altri vengono chiamati spesso a lavorare di nuovo dopo aver completato i turni di notte per coprire buchi, cosa che accettano per timore di perdere il lavoro.

Don Pietro, che ne comprende il disagio, si espone: «Memore di quanto aveva scritto nella Rerum novarum Leone XIII», scrive Piersandro Vanzan ricordadolo nel 2010 su La Civiltà Cattolica «in merito alle condizioni degli operai e allo sfruttamento dei lavoratori, aveva protestato energicamente contro i padroni della fabbrica, non sapendo dei loro contatti con la Curia Romana e, in particolare, con mons. Ferdinando Baldelli, successivamente diventato autorevole regista della vasta opera di assistenza caritativa della Chiesa verso i lavoratori. Ma quella volta mons. Baldelli, venuto a conoscenza dell’accaduto, aveva ripreso energicamente don Pietro, ricordandogli che, nella situazione attuale, ai sacerdoti in fabbrica era proibito comportarsi da sindacalisti e potevano unicamente assistere gli operai spiritualmente. In breve, almeno per il momento, bisognava sottostare a certi compromessi, in attesa della firma del Concordato tra la Chiesa e il Governo italiano».

Le ragioni di don Pietro sono esposte con franchezza nella lettera in risposta a Monsignor Bardelli Riportata sul sito dell’Archivio storico Viscosa del Centro documentazione territoriale Maria Baccante. «Monsignore io mi riconosco negli operai del convitto. Muovono dalla mia stessa terra. Sono emigrati anche loro. Il fatto che non siano partiti all’estero, non ne rende meno penosa e difficile la condizione: la distanza che li separa dalla famiglia d’origine è notevole e sconvolge ugualmente la loro vita affettiva; la responsabilità nei confronti dei cari che attendono il loro sostegno, li angustia e li induce a ogni forma di privazione. Il lavoro in azienda è disumanizzante: i tempi vengono protratti all’inverosimile, il licenziamento scatta automaticamente in caso di rifiuto degli straordinari, il processo industriale che prevede l’applicazione di sostanze chimiche è potenzialmente nocivo per la loro salute, la discriminazione retributiva è evidente al raffronto fra gli operai del Sud e i loro colleghi della capitale. Io non trovo giusto tutto questo. Né possono rabbonirmi le ragioni di opportunità politica, che anzi non mi interessano affatto. So soltanto che la fede e il senso di umanità non possono contrappormi ai miei fratelli, al cui servizio sono stato posto. Se lei non è con loro, posso solo dirle che rimango sconcertato e nella confusione».


UN SOGNO DI BREVE DURATA

Sono toni che ricordano altre divergenze tra sacerdoti impegnati nel sociale e gerarchia anche negli anni a venire, in diverse parti d’Italia, e che don Pietro in qualche modo in queste parole franche precorre: Primo Mazzolari, Lorenzo Milani, David Maria Turoldo. Ne segue un rapporto teso, così descritto Vanzan: « È il marzo 1928 quando arriva finalmente la svolta. Grazie ai buoni contatti stabiliti in Vicariato, ottiene la nomina a viceparroco della Basilica Patriarcale di San Giovanni in Laterano, con il compito di amministrare il battesimo e con il permesso di alloggiare in una stanza, piccola ma molto gradita, all’interno del Vicariato. Per don Pietro si tratta della realizzazione di un sogno. Infatti, non solo può intraprendere una strada diversa da quella impostagli da mons. Baldelli e tanto lontana dai suoi desideri, ma ha pure l’opportunità di svolgere il ministero nel battistero più antico di Roma, con la gente più diversa, ma tanto bisognosa del suo aiuto. Purtroppo però mons. Baldelli non condivide questo suo nuovo indirizzo e, deciso a non farsi raggirare, in meno di cinque mesi gli fa perdere l’alloggio al Laterano e l’ufficio di viceparroco, lasciandogli soltanto il permesso di amministrare il battesimo fino al giugno 1929».


VIA URBANA 2, L'AIUTO A CHI FUGGE DAI NAZIFASCISTI
Ancora incardinato presso la sua diocesi di provenienza don Pappagallo rischia di lasciare Roma, ma le suore Oblate del Bambino Gesù di via Urbana in quartiere hanno bisogno di un cappellano: lo trovano in don Pietro, che a risiedere in via Urbana 2 dove lo raggiunge la madre. Come si evince dalle testimonianze raccolte da A. Lisi in Don Pietro Pappagallo. Un eroe un santo, Libreria Moderna 1996, la sua casa diventa un luogo di accoglienza dove amici e persone in difficoltà trovano un rifugio generoso. Un rifugio che non si nega, anzi, neppure quando dopo l’8 settembre 1943 nella Roma occupata dai tedeschi la faccenda si fa pericolosa. Don Pappagallo collabora con il Fronte militare clandestino della Resistenza: «A partire dall’armistizio dell’8 settembre – si legge in Preti a Roma di Augusto D’Angelo - , don Pietro aprì la sua casa ai militari sbandati che avevano visto dissolversi la catena di comando dopo la fuga del re. Ai militari si aggiunsero col tempo alcuni perseguitati politici e – dopo la razzia nel Ghetto del 16 ottobre 1943 – alcuni ebrei. Don Pappagallo, in contatto con la Rete resistenziale, offriva ospitalità e documenti falsi, anche in collaborazione con le suore del convento Figlie figlie di nostra Signora di Namur situato nella stessa via Urbana».
IL TRADIMENTO
Saranno suoi ospiti a tradirlo: «Kappler (capo della Gestapo a Roma ndr) viene a sapere delle attività di don Pietro da una donna che si fa chiamare contessa e che è andata dal sacerdote a chiedergli aiuto e poi lo tradisce per una somma di denaro», come rivelerà lo stesso ufficiale delle SS nella sua testimonianza al proceso dell’8 giugno 1948. Non è la sola. Come scrive Andrea Riccardi in L’inverno più lungo (Laterza), a costare l’arresto e poi la vita a don Pietro è stata la delazione di Gino Crescentini, disertore, figlio della proprietaria dell’albergo Littorio, un luogo di collaborazionisti situato proprio in via Urbana vicino alle suore: Crescentini, dopo aver ricevuto aiuto da religiosi, nascosto nel convento di Cosma e Damiano, una volta uscito ha tradito, per denaro, don Pietro che aveva precedentemente conosciuto. Crescentini sarà arrestato e condannato dopo la Liberazione su denuncia della governante di don Pietro.
NEL CARCERE DI VIA TASSO
Don Pietro viene arrestato il 29 gennaio 1944 e finisce nel carcere di via Tasso. La perquisizione non trova, però, la lista dei nomi dei suoi protetti che non si sa quanti siano. Secondo una ricostruzione sarebbe stata nascosta sotto il ritratto della madre di don Pietro nel frattempo scomparsa. Sulla sua prigionia ci sono alcuno testimonianze del suo compagno di cella Oscar Cageggi, che ha parlato di in diverse occasioni, tra cui un’intervista al Il Quotidiano del 26 giugno 1944, in cui si racconta di una prigionia dura, in cui il sacerdote, privato del breviario, sottoposto al dileggio al grido di corvo nero, umiliato fino alla nudità nella convinzione che nascondesse documenti addosso, assisteva i detenuti provati da interrogatori brutali, uno dei quali lo stesso don Pietro aveva subito al momento dell’arresto. Molte sono le testimonianze che lo ricordano animato da carità cristiana, sorridente e più preoccupato per la sorte altrui che per la propria.
LA MORTE

Dopo l’attentato di via Rasella, don Pietro Pappagallo viene portato via tra i detenuti selezionati per la ritorsione delle Fosse Ardeatine, che Treccani online ricostruisce così: «Una cava di tufo situata tra le catacombe di Domitilla e di s. Callisto sulla via Ardeatina – 335 fra detenuti politici (civili e militari), ebrei o semplici sospetti (scelti assieme al questore fascista P. Caruso) e li trucidarono. Il massacro avvenne a 23 ore dall’attentato e fu reso noto solo a esecuzione avvenuta. Qualche giorno dopo il massacro, che riguardò un numero di vittime maggiore rispetto a quello che l’ordine originario aveva prescritto, fecero saltare con la dinamite le volte della galleria per ostruire l’accesso alla cava. Nel 1947 Kappler, che era stato arrestato dagli inglesi, fu processato e condannato all’ergastolo da un tribunale militare italiano. Rinchiuso nel carcere di Gaeta, nel 1976 fu trasferito all’ospedale militare del Celio per motivi di salute. Da qui però evase, con l’aiuto della moglie, il 15 agosto 1977, provocando un enorme scandalo e le dimissioni dell’allora ministro della Difesa Lattanzio».

Una testimonianza, di incerta attendibilità, attribuita a Joseph Reider disertore austriaco scampato al massacro, avrebbe riferito che arrivati alla cava, quando i prigionieri implorano: «Padre, benedicici», don Pietro Pappagallo sarebbe riuscito a liberarsi le mani dai ceppi, impartendo a tutti la benedizione. Ma il dato, vagamente agiografico, risulta controverso.


MARTIRE CIVILE E GIUSTO TRA LE NAZIONI, GLI ONORI LAICI E RELIGIOSI

Avvenuto o meno quell’episodio la figura di don Pappagallo ha avuto in morte il riconoscimento delle autorità civili e religiose. Nel 1998 Oscar Luigi Scalfaro, all’epoca presidente della Repubblica gli ha conferito la medaglia d’oro al merito civile alla memoria, con la seguente motivazione: «Sacerdote della diocesi di Roma, durante l’occupazione tedesca collaborò intensamente alla lotta clandestina e si prodigò in soccorso di ebrei, soldati sbandati, antifascisti e alleati in fuga dando loro aiuti per nascondersi e rifocillarsi. Tradito, fu consegnato ai tedeschi, sacrificando la sua vita con la serenità d’animo, segno della sua fede, che sempre lo aveva illuminato».

Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo del 2000 lo ha inserito tra i martiri del XX secolo e nel 2021 è stato riconosciuto Giusto tra Nazioni. Da 2012 una pietra di inciampo lo ricorda davanti alla sua casa in via Urbana.

 


L'OMAGGIO DI ROSSELLINI

La sua storia ha contribuito a ispirare il personaggio di don Pietro, interpretato da Aldo Fabrizi, in Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini. Il personaggio, che certo nella fisicità morbida e nel nome allude a don Pappagallo, non è un ritratto ma una sintesi, le circostanze della morte non citano infatti le Fosse ardeatine ma ricordano l’esecuzione di un altro prete resistente a Roma, don Giuseppe Morosini, sacerdote e partigiano, ucciso il 3 aprile del 1944: «Più che il risultato della sovrapposizione dei due sacerdoti qui ricordati», spiega Virgilio Fantuzzi su Civiltà cattolica nel 1995, analizzando l’iconografia religiosa del film, «il personaggio del film può essere considerato come il ritratto di uno dei tanti sacerdoti in cura d’anime che, in quel periodo tragico, hanno condiviso la sorte del popolo loro affidato pronti ad affrontare anche la morte, se necessario, pur di restare fedeli alla loro missione».

Alla sua storia è stata dedicata anche una fiction in due puntate La buona battaglia - Don Pietro Pappagallo, intepretato da Flavio Insinna, per la regia di Gianfranco Albano, è andato in onda su Rai 1, il 23 e 24 aprile del 2006 e reperibile su Raiplay.


IN UN LIBRO PER GLI 80 ANNI LA SPOON RIVER DELLE FOSSE ARDEATINE
Una sintesi della storia di don Pietro Pappagallo compare tra le altre 335 in un prezioso lavoro storico messo insieme con acribia e pazienza da Mario Avagliano e Marco Palmieri per Einaudi: Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine (2024), che ricostruisce oltre ai fatti di quei giorni una per una tutte le storie dei nomi delle persone uccise tra il 23 e il 24 marzo 1944 una Spoon river italiana che restituisce un nome, un’identità anche a chi fin qui è stato soltanto una storia sconosciuta sepolta in un sacello nel Mausoleo che ricorda l’eccidio.