Quando ha sentito nel bar Le Constellation gridare “fuoco”, Manfredi Marcucci, 16 anni, si è precipitato verso quell’unica, stretta uscita, ma il fuoco lo ha inseguito, lo ha morso alle spalle e, quando ha raggiunto l’aria aperta e la salvezza, la sua schiena e il suo collo erano gravemente ustionati. Oggi, come riporta il Corriere della Sera, è uscito dal coma. Qualche giorno avevamo sentito il padre quando ancora era in coma farmacologico. Riportiamo di seguito l’intervista già in edicola da giovedì 15 gennaio insieme ad altri contributi dedicati a Crans-Montana.

«​​​​​​Sono state le prime parole che mi ha detto mio figlio quando l’ho trovato smarrito e con gli abiti bruciati davanti al locale incendiato di Crans-Montana», ci racconta Umberto Marcucci, avvocato romano e papà di Manfredi, tra preoccupazione e sollievo, perché Manfredi ce l’ha fatta, anche se dopo la terapia intensiva lo aspetta un lungo percorso di guarigione per le ustioni riportate in oltre il 30% del corpo. Manfredi insieme ad altri dieci coetanei, è ricoverato all’Ospedale Niguarda di Milano, dove solo quando i medici lo sveglieranno dal coma farmacologico saprà che tanti altri ragazzi che con lui festeggiavano il Capodanno non ci sono più, tra cui il suo amico e coetaneo Riccardo Minghetti.

«Crans-Montana per noi è sempre stato il luogo delle vacanze, sia invernali sia estive. Lì abbiamo una casa ed è lì che Manfredi ha conosciuto Riccardo Minghetti, quando erano bambini. La sera di Capodanno hanno raggiunto il paese a piedi: prima a casa di amici, poi in pizzeria e infine a Le Constellation, che avevano frequentato anche nei giorni precedenti e che per l’occasione da bar si era trasformato in discoteca. Noi eravamo a casa, tranquilli. Poco dopo l’una gli ho mandato un messaggio per chiedergli se voleva che lo andassi a prendere. Non mi ha risposto e sono andato a dormire. Alle 2.20 mi ha svegliato la telefonata della madre di Riccardo per avvisarmi che era scoppiato un incendio. Mi sono precipitato: ho trovato Manfredi ferito, ma vivo. E ho portato in auto lui e altri due ragazzi in ospedale».

L'esterno dell'ospedale Niguarda a Milano dove sono ricoverati alcuni dei feriti dello scoppio di Crans-Montana tra cui Manfredi
L'esterno dell'ospedale Niguarda a Milano dove sono ricoverati alcuni dei feriti dello scoppio di Crans-Montana tra cui Manfredi

L'esterno dell'ospedale Niguarda a Milano dove sono ricoverati alcuni dei feriti dello scoppio di Crans-Montana tra cui Manfredi

(REUTERS)

Di fronte alla lotteria della vita può accadere che il sollievo si unisca al senso di colpa: perché mio figlio si è salvato e il suo amico no? «In questo mi sono stati di aiuto proprio i genitori di Riccardo: mi sono molto vicini, si informano dei progressi di Manfredi e il giorno del funerale nella basilica dei Santi Pietro e Paolo a Roma ho voluto essere al loro fianco. Ho colto l’occasione anche per andare a parlare ai suoi compagni di scuola al liceo francese Chateaubriand. Erano sconvolti. Poi sono tornato subito a Milano, dove solo nel pomeriggio ci fanno entrare a vedere Manfredi, ma dove so che è in ottime mani. Anche l’équipe degli psicologi ci sostiene, ma credo che il loro ruolo sarà più importante per mio figlio quando si sveglierà. Appena sarà possibile lo trasferiremo al Sant’Eugenio di Roma, così che possa anche ritrovare i suoi amici e i suoi nonni. Mia madre, in particolare, è una figura importante nella sua vita e ora sta pregando per lui. So quanto siano importanti le figure dei nonni, io conservo un ricordo molto caro di mia nonna, che per trent’anni è stata abbonata a Famiglia Cristiana, e il vostro giornale lo associo con affetto a lei».

Il rogo in cui hanno perso la vita 40 ragazzi è stato anche l’occasione per polemizzare sul fatto che alcuni giovani non abbiano capito subito l’entità del pericolo, storditi dal divertimento, dai cellulari e dall’alcol, ma anche sui genitori che lasciano liberi i figli adolescenti di festeggiare in un locale sovraffollato. «Polemiche assurde, almeno per quello che mi riguarda, per vari motivi: noi eravamo a pochi minuti dal locale; Crans-Montana è come un grosso paese, dove si conoscono tutti e i ragazzi possono muoversi in autonomia; e Manfredi non è minimamente interessato all’alcol. Le responsabilità vanno cercate altrove, ma ora tutte le mie energie fisiche ed emotive sono dedicate alla salute di mio figlio. Non sono animato da rabbia o desiderio di vendetta. E confido che la giustizia faccia il suo corso. Manfredi è un ragazzo intelligente, assennato, che non ci ha mai dato problemi. È interessato alla storia, suona la chitarra e ama l’arte. Per il ponte del 1° novembre abbiamo fatto un viaggetto noi due soli, a Stoccarda, per visitare il museo automobilistico e a Monaco per vedere le collezioni di quadri: è stato un bel momento. E durante le vacanze di Natale era una gioia vederlo così entusiasta di svegliarsi presto per andare a sciare. Altro che ragazzi incollati allo smartphone».

Stiamo per chiudere la telefonata quando Umberto Marcucci chiede di poter condividere un’ultima riflessione: «Quando in piazza San Pietro si è affacciato per la prima volta il nuovo Pontefice, Leone XIV, sia io che Manfredi eravamo lì, anche se arrivati in modo autonomo, per assistere a quell’evento storico. E mi ha molto colpito la frase di Prevost su una “pace disarmata e disarmante”. Ecco, quei ragazzi straziati, morti o feriti come in una guerra, e le cui sorti hanno colpito così tanto, ci devono far riflettere sul destino di centinaia di migliaia di giovani come loro in caso di guerra. Perché la corsa al riarmo che vede coinvolti tanti Paesi europei ha un solo scopo: armare in futuro i nostri giovani, e moltiplicare quelle scene all’infinito».