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Numerosi manifestanti si sono riuniti in occasione del processo federale contro Meta, presso la Corte distrettuale degli Stati Uniti a Oakland, in California il 18 agosto. Alcuni genitori mostrano un cartello con i nomi di bambini e ragazzi le cui morti sono state collegate all’uso dei social media.
È un processo dagli esiti potenzialmente storici quello intentato dai procuratori generali di 29 stati sostengono contro Meta. L’accusa è che abbia progettato le proprie piattaforme di social media in modo da creare dipendenza in bambini e adolescenti, abbia ingannato l'opinione pubblica sulla loro sicurezza e abbia raccolto illegalmente dati di minori di 13 anni. Meta ha raggiunto un accordo senza precedenti con 47 Stati Usa, il Distretto di Columbia e i territori Usa, impegnandosi a pagare fino a 17,1 miliardi di dollari ad apportare modifiche sostanziali ai propri prodotti. La società di Mark Zuckerberg, proprietaria di Facebook e Instagram, ha accettato le sanzioni pecuniarie e ha concordato di limitare il tempo che gli adolescenti possono trascorrere sulle sue piattaforme, di imporre blocchi notturni, rafforzare i limiti di età, fornire ai genitori maggiori strumenti per il controllo e vietare funzionalità che alimentino problemi di salute mentale.
Ne parliamo con Antonio Affinita, Direttore generale Moige (Movimento Italiano genitori), impegnato nella prima class action inibitoria europea nel settore digitale.


Meta è stata condannata in Usa. Una notizia che fa ben sperare il resto del mondo riguardo i progetti di legge che vietano l'accesso ai social ai minori e la conclamata dipendenza?
«Sì, un vento favorevole: gli ultimi mesi hanno visto una svolta clamorosa: a marzo 2026 una giuria di Los Angeles ha dichiarato alcune piattaforme responsabili per aver progettato piattaforme volutamente "addictive" per i minori, condannandoli a pagare i danni. Poco dopo una giuria del New Mexico sulla stessa linea ha pronunciato condanne ai social per aver violato le leggi sulla tutela dei consumatori occultando i rischi per i minori, con sanzioni economiche importanti. Il culmine è arrivato, ieri, il 26 agosto 2026: Meta ha chiuso in via transattiva la causa promossa da 47 Stati americani, accettando di versare circa 17 miliardi di dollari, riconoscendo implicitamente la fondatezza delle accuse di progettazione volta a creare dipendenza nei minori. Questi verdetti offrono una base fattuale e giuridica solida che rafforza a livello globale i progetti di legge che vogliono limitare l'accesso dei minori ai social, incluso quello italiano».
Anche l'Italia grazie al Moige ha intrapreso una class action nei confronti delle big tech. A che punto siamo? È ancora possibile partecipare?
«Depositata il 24 luglio 2025 al Tribunale delle Imprese di Milano (RG n. 29994/2025) da Moige insieme a diversi genitori, tra cui una famiglia che ha perso una figlia 12enne a causa dei social, questa è la prima class action inibitoria in Europa contro Meta e TikTok a tutela della salute dei minori . La prima udienza si è tenuta il 14 maggio 2026, dopo un rinvio richiesto dalle piattaforme, e il procedimento è ora in fase istruttoria in attesa dell'udienza finale del 19 novembre 2026, vigilia della Giornata mondiale dei diritti dei bambini. Trattandosi di un'azione inibitoria collettiva e non di un'azione risarcitoria, non richiede adesione individuale di ulteriori genitori: l'eventuale richiesta di risarcimento danni sarà oggetto di una causa separata futura, successiva all'esito del processo, quella sì aperta all'adesione delle famiglie interessate».


Che caratteristiche ha e che differenza c'è tra l'azione intrapresa dal Moige rispetto a quella americana?
«L'azione italiana si fonda sull'art. 840-sexiesdecies c.p.c. e chiede un'inibitoria, cioè l'ordine di cessare pratiche illecite come la mancata verifica dell'età, lo scroll infinito, gli algoritmi manipolativi e l'assenza di informazione sui rischi. Il procedimento è attualmente in attesa della pronuncia del Tribunale di Milano, prevista per il 19 novembre 2026, e solo in un secondo momento, con un'azione risarcitoria separata, si potrà chiedere un indennizzo economico per i danni subiti dai minori. Le cause statunitensi, invece, sono nate fin dall'inizio come azioni risarcitorie, discusse davanti a giurie popolari che hanno riconosciuto la responsabilità dei social e assegnato danni monetari diretti alle vittime. Questo percorso ad esempio è già arrivato a una conclusione: il 26 agosto 2026 Meta ha evitato il giudizio del tribunale ed ha raggiunto un accordo transattivo di circa 17 miliardi di dollari con procuratori di 47 stati americani, impegnandosi anche a introdurre limiti di tempo giornalieri e verifiche dell'età più rigorosa. La differenza sostanziale, quindi, è questa: il modello italiano punta prima a bloccare i comportamenti dannosi delle piattaforme attraverso un ordine del giudice, rinviando il risarcimento a una fase successiva, mentre il modello americano ha seguito la strada opposta, ottenendo prima danni economici e solo ora impegni operativi di modifica delle piattaforme come conseguenza dell'accordo».
Crede che questi movimenti possano essere una spallata concreta perché non solo le famiglie ma anche la politica capisca l'importanza di proteggere e liberare i nostri figli?
«I precedenti americani, unitamente all'azione italiana, offrono un impulso probatorio difficilmente ignorabile dal legislatore. La convergenza tra sentenze giudiziarie, documentazione interna delle aziende (i cosiddetti "Facebook Files") e mobilitazione delle famiglie crea una pressione multilivello che storicamente ha spesso preceduto riforme normative rilevanti, come già accaduto per tabacco. Non è quindi irrealistico ritenere che questi movimenti possano tradursi in un cambio di passo politico concreto in Italia, in Europa e nel mondo».
Oltre alle battaglie legali quali altre misure secondo lei sono importanti e possono dare risultati concreti?
«Il Moige propone anche con una petizione on line che invitiamo tutti a firmare andando nel nostro sito www.moige.it un pacchetto di misure legislative, tra cui un DDL per fissare a 16 anni l'età minima per l'iscrizione autonoma ai social. Tra le proposte più rilevanti figurano sistemi di verifica dell'età realmente efficaci (non basati sull'autodichiarazione), obblighi di trasparenza sugli algoritmi, limiti al tempo di utilizzo per i minorenni e potenziamento dei centri territoriali per le dipendenze digitali. Accanto a queste misure normative, resta cruciale investire in educazione digitale nelle scuole e nelle famiglie, affinché la tutela dei minori non dipenda solo da sentenze o leggi, ma anche da una maggiore consapevolezza quotidiana».



