«C’è una continuità evidente con quanto abbiamo già visto negli ultimi venticinque anni», spiega Massimo Scaglioni, massmediologo e critico Tv di Famiglia Cristiana. «dai grandi delitti di Novi Ligure, Cogne, Avetrana, fino a Brembate. Tutti casi fortemente mediatizzati, raccontati in mille modi — podcast, fiction, talk show del pomeriggio e della sera. Garlasco aveva già avuto un’enorme esposizione mediatica durante i processi, poi l’interesse era calato dopo la sentenza definitiva. La riapertura delle indagini, con le nuove rivelazioni, ha riacceso un’attenzione incredibile.»

Ci sono elementi di novità rispetto al passato?

«Sì, anche se in continuità, emergono nuovi aspetti. Il primo riguarda il ruolo della televisione, che oggi è molto più fattuale. Un esempio su tutti: la trasmissione Le Iene, che ha toccato picchi di oltre tre milioni e mezzo di spettatori, ha raccolto la testimonianza dell’uomo che racconta del sacco buttato nella roggia. È il frutto di un lungo lavoro giornalistico e, soprattutto, di una presa di posizione apertamente innocentista a favore di Stasi.»

Un coinvolgimento diretto quindi, non solo cronaca?

«Esatto. Non è una novità assoluta — basti pensare a Chi l’ha visto — ma in questo caso il ruolo è stato ancora più incisivo. E poi c’è l’altro elemento fondamentale: il ruolo dei social media e la loro continua interazione con la Tv. Il caso si è trasformato in una sorta di grande gioco collettivo, dove l’elemento del giallo si fonde con una partecipazione continua e interattiva da parte del pubblico. Possiamo dire che Garlasco si è trasformato in un gigantesco Cluedo mediatico, dove tutti cercano di risolvere il caso, improvvisandosi investigatori.»

Sul piano umano, resta la tragedia di una ragazza uccisa a 26 anni, cristallizzata in poche immagini che risaltano i suoi grandi occhi azzurri, come se si trattasse di Laura Mars. Non si rischia di perdere il senso della realtà, di dimenticare che si tratta di una persona cui si è tolta la vita nel fiore degli anni, che ci sono dei genitori imprigionati in un dolore atroce continuamente risvegliato, che non dà loro pace?

«Sì, ed è proprio questo uno degli aspetti più inquietanti. Il tempo trascorso dalla tragedia introduce una distanza che i media tendono a colmare trasformando il fatto in racconto. È diventato un cold case. Interviene persino il ministro della Giustizia, politicizzando la vicenda. Intanto, i social media esplodono di commenti. E la televisione, che agisce come una spugna, raccoglie moltissimo da quei flussi.»

Si può parlare di un ruolo ancillare della televisione rispetto ai social?

«Più che ancillare, direi mediatore. Molti contenuti dei talk show serali provengono dai social. Partecipano alla discussione criminologi, appassionati e anche sedicenti esperti. In mezzo, a volte, spuntano interventi sensati. Si crea una forma di “intelligenza collettiva”, come la definisce il massmediologo Henry Jenkins nella sua teoria della cultura convergente. Viviamo immersi in un ambiente mediale dove TV e social si rimandano a vicenda. È esattamente ciò che stiamo vivendo con il caso Garlasco, in cui la televisione ha ancora un ruolo di filtro giornalistico.»

Anche questa intervista fa parte di quella dinamica?

«Sicuramente. Proprio per questo sottolineo i due elementi di novità: il ruolo fattivo della TV e quello dei social media. In questo ambiente convergente, si alimentano a vicenda con un continuo rimando.»

Come un gioco di specchi che si riflettono all’infinito. Può farci qualche esempio?

«Due casi emblematici: il servizio de Le Iene con l’intervista al testimone e il confronto in caserma tra Stasi e una delle sorelle Cappa. Quella scena è stata rilanciata dalla TV, poi smembrata, analizzata e rielaborata sui social. Ciascuno diventa un piccolo criminologo. Mi ha ricordato Cluedo, dove tutti si esercitano a identificare assassino, arma del delitto e movente.»

Dal punto di vista etico, si rischia uno sprofondo.

«Bruno Vespa, con le sue trasmissioni, è stato un precursore di questa commistione tra media tradizionali e social. Oggi però c’è un’esplosione di contenuti: da una parte l’enorme mole di materiale prodotto quotidianamente sui social, dall’altra i numeri dell’audience televisiva. Oltre a Le Iene, ci sono Chi l’ha visto, Nuzzi, Giletti, Porro… Giletti ha persino fatto record di ascolti, superando il milione.»

Tutto questo aggiunge brandelli di verità?

«Il materiale è sovrabbondante: si passa dalla sentenza di condanna alle ipotesi di piste sataniche. C’è di tutto. In questa narrazione enciclopedica, forse qualche elemento di verità emerge, ma fa una fatica enorme a farsi strada. Il punto è che tutto si svolge in diretta. È come vivere una serie TV in tempo reale, con colpi di scena continui. Ma a differenza della fiction, qui non c’è ancora una sentenza definitiva. È una narrazione seriale, quasi da soap opera giudiziaria.»

E a rimetterci sono i protagonisti reali.

«Certo. La condanna di Stasi appare sempre più discutibile. È stato il primo a subire una mostrificazione mediatica devastante. Lo stesso destino rischia di toccare a tutti gli innocenti coinvolti, finché non emergerà cosa è davvero accaduto in quella villetta.»