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Carlo Ginzburg, il grande storico italiano che stamattina ha chiuso gli occhi a Bologna all'età di 87 anni, è stato una di quelle figure rare capaci di insegnare alle discipline umane come si respira. Non solo ai colleghi dentro le università, Harvard, Yale, Princeton, la Normale di Pisa dove tutto era cominciato, ma a chiunque abbia voluto imparare come si guarda la storia quando non si ha fretta di arrivare alle conclusioni, quando si impara a camminare tra le ombre dei documenti con la pazienza di chi sa che proprio lì, nei margini, nei silenzi, nelle voci inaspettate, risiede la verità più profonda.
Era nato a Torino nel 1939 da una famiglia che aveva nel sangue l'anticonformismo della ragione e della coscienza: figlio di Leone Ginzburg, intellettuale antifascista che aveva pagato con la vita la sua integrità morale, e di Natalia Ginzburg, scrittrice che sapeva raccontare con una nitidezza straziante il quotidiano delle persone comuni. Eredità pesante, quella di cercare la verità dove altri non osano guardare. Eredità che Carlo non ha mai tradito.


Aveva ventisei anni quando, nella biblioteca della Scuola Normale di Pisa, prese una decisione che avrebbe cambiato il corso della storiografia europea. Tre risoluti propositi: imparare il mestiere dello storico, studiate i processi di stregoneria, ma non la persecuzione in sé, piuttosto le vittime. È questo il gesto fondativo della sua opera: la scelta di ascoltare non chi condanna, ma chi viene condannato. Di leggere tra le righe degli inquisitori la voce di contadini che non volevano essere bruciati per eresia, di guaritori che praticavano riti di fertilità, di persone il cui sapere era stato schiacciato dalla macchina della certezza teologale.
Nel 1966 pubblicò il primo libro, "I benandanti". Un titolo che conteneva già il segreto: quella parola friulana indicava uomini e donne che dicevano di lottare di notte per la fertilità dei campi, che gli inquisitori vollero trasformare in stregoni del sabba. Ginzburg comprese che quelle non erano menzogne. Erano sopravvivenze di un antico culto della terra, distorto dai giudici attraverso una lente teologica. Aveva inventato un metodo: leggere i processi dell'Inquisizione non come fonti sulla stregoneria, ma come testimonianze involontarie di mondi culturali sepolti.
Dieci anni dopo arrivò "Il formaggio e i vermi", un capolavoro che raccontava la vita di Menocchio, un mugnaio friulano del Cinquecento processato per avere idee eretiche su come era nato il mondo. Il formaggio che si forma dal latte quando i vermi diventano angeli. Ginzburg comprese che questo non era delirio: era il sapere popolare, sintetico, metaforico, che tentava di dare senso al mistero. E nel farlo, cercava di ascoltare attraverso la violenza delle parole registrate dagli inquisitori la cadenza vera di una mente che ragionava diversamente, ma ragionava.


Questo era il dono di Ginzburg: la capacità di pazientia, di aspettare che i morti parlassero. Non da arbiter esterno, ma da storico che sa di esser parte della storia che studia, che comprende cioè che ogni tentativo di capire il passato è anche una conversazione tra la propria epoca e quella lontana. Aveva scritto: "Sappiamo che la realità è opaca; ma vi sono momenti in cui, per un motivo o per l'altro, uno squarcio la illumina brevemente". Cercava questi squarci. Negli anni Settanta fondò, con Giovanni Levi, la collana Einaudi "Microstorie": un'intera scuola di pensiero che per decenni avrebbe guidato la ricerca storica europea. La microstoria non era una rinuncia alla grandezza, come alcuni superficialmente pensavano. Era il contrario: partendo dal piccolo, dal singolare, dal marginale, si illuminavano le strutture stesse del potere, le contraddizioni delle società, il funzionamento della repressione. Era un metodo radicalmente democratico.
Nel 1991 publicò "Il giudice e lo storico", dove confrontò il suo mestiere, capire il passato, con il mestiere del giudice, accertare il presente. Non per confondere i generi, ma per mostrare come entrambi devono affrontare il problema della distanza, della prospettiva, della tentazione di schiacciare i fatti dentro una sola spiegazione. Lo fece ragionando su un caso italiano, il processo per l'assassinio del commissario Calabresi, dove i documenti contraddicevano i sospetti, dove la verità sfuggiva a chi voleva troppo velocemente catturarla.
Negli ultimi anni, mentre altri ralentavano, Ginzburg continuava a scrivere, a pensare, a intervenire su questioni di attualità con quella stessa capacità di guardare dai margini. Aveva compreso che il metodo della microstoria non era solo una tecnica di ricerca. Era un modo di stare nel mondo. Una capacità di ascolto attivo verso chi è diverso, verso chi non parla la tua lingua concettuale, verso chi desidera dire qualcosa che tu non avevi previsto. Lo spiegava così, in un'intervista del 2023: "Dobbiamo riformulare le nostre ipotesi basate su tratti fisiognomici, espressioni, intonazioni di voce, per cercare di capire che cosa ci stanno veramente dicendo".


Era questo insegnamento, pratico, umile, radicalmente umano, che lo rendeva unico. Non un maestro che spiega, ma un collega che mostra come ascoltare. Un intellettuale che, con la semplicità dei grandi, aveva compreso che la storia è conversazione, la ricerca è dialogo, la conoscenza è atto di amore verso l'altro.
In un'epoca che dimentica velocemente, che consuma le storie e le butta via, che ha fretta di arrivare alle conclusioni, Carlo Ginzburg ci lascia il suo insegnamento più importante: imparate ad aspettare, imparate a guardare nei margini, imparate a sentire il respiro di chi il vostro tempo non ascolta. È questo che ha insegnato agli storici. È questo che insegna a tutti noi.



