Vorremmo vederli in campo sempre, vederli vincere ogni gare, giocare ogni torneo fino alla finale e ricominciare dall’altra del mondo il giorno dopo. Se non succede, una morbosa curiosità si accende attorno ai campioni in recupero da infortuni: si cercano ipotesi catastrofiche, spiegazioni psicologiche, si ipotizzano misteriose fragilità nascoste. E si dimentica che sono semplicemente umani, anche se fanno sembrare facili cose che non lo sono: tendiamo a dimenticare che ogni record superato è una terra inesplorata, che chiede di muoversi nell’incognita con l’orizzonte dei pionieri.

Pochi giocatori nella storia forse nessuno hanno mostrato continuità ad alto livello come ha fatto Jannik Sinner nella prima pare della stagione in corso. Non c’è un manuale che dica che quella tenuta avuta per sei mesi sia possibile anche per nove, dieci, undici. Il corpo e la mente hanno tempi che non sono solo quelli della volontà e delle pretese altrui.

I corpi dei campioni per quanto ben preparati quando si infortunano chiedono rispetto e tempi di recupero esattamente come quelli di tutti gli altri: oggi tutto il mondo, un mondo che con Internet s’è abituato a risposte in tempo reale e ha disimparato l’attesa e la pazienza, si chiede quando tornano Jannik Sinner, Carlos Alcaraz, Mattia Furlan, Marcell Jacobs?

Non è la domanda altruistica che li vorrebbe recuperati per il loro benessere e la loro durata nel tempo, è la domanda egoistica di chi li vuole vedere, vedere sempre, vincere sempre, punto su punto, senza pause. Uno smartphone in tasca ci ha resi incapaci di gestire l’attesa che corpo che ha bisogno di guarire richiede.

Questa fretta del pubblico, si traduce in fretta del sistema. Ma è una fretta dalle gambe corte. Se vogliamo vedere i nostri campioni vincere a lungo, dobbiamo imparare noi per primi a rispettarne i tempi e i corpi, a non pretendere recuperi accelerati che rischiano di tradursi in nuovi infortuni. Un corpo che si logora non ritorna nuovo come in un video gioco, non basta metterci un gettone per sbloccare il livello: un corpo umano (anche i campioni per fortuna lo sono anche se spesso li pretendiamo efficienti come avatar) detta i suoi tempi e ne pretende il rispetto, vale per tutti noi, vale per i campioni. La corsa al recupero è una corsa a fare bene, non ad arrivare primi, pena tornare a farsi male e al via come al gioco dell’oca.