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Don Matteo Galli
«Portate i coltelli sotto l’altare e liberatevi di questo peso». Con queste parole don Matteo Galli, parroco della Comunità pastorale “Casa di Betania” in Brianza, ha scelto di provocare la sua comunità attraverso una lettera pubblicata sul notiziario parrocchiale.
«Mi aveva colpito un convegno, promosso dalla diocesi di Milano alla Villa Reale di Monza, sulla devianza giovanile», racconta don Matteo. In particolare, l’intervento del procuratore minorile Luca Villa sul diffondersi dell’abitudine di portare con sé un’arma. «Rilevare che questo comportamento è ricorrente anche tra i più giovani mi ha fatto riflettere», spiega il sacerdote.
Da qui la decisione di scrivere «quelle semplici righe» nate – precisa – non da episodi specifici registrati sul territorio, ma da una preoccupazione più ampia, alimentata anche dai fatti di cronaca degli ultimi tempi. «Le persone», aggiunge, «sono certamente sollecitate, e talora spaventate, dai media».
Oltre la provocazione
Il titolo della lettera, Consegnate le armi, è forte, ma le reazioni dei ragazzi, almeno finora, sono state limitate. «Non ho avuto quasi nessun ritorno dai giovani che sto iniziando a conoscere», ammette don Matteo, arrivato da poco in comunità. Diversa, invece, la risposta degli adulti, che hanno fatto «eco» alla sua provocazione.
Eppure, chiarisce subito, la questione non riguarda soltanto le armi materiali. «Il problema dell’essere armati è concreto, ma il più delle volte non si tratta di lame o pistole: molto più spesso sono parole e giudizi». Un richiamo che il sacerdote collega anche all’invito recente di papa Leone a «disarmare le parole» perché, sottolinea, «la violenza può insinuarsi anche nei rapporti quotidiani».
Nel suo sguardo pastorale don Matteo evita letture sociologiche definitive, ma individua alcune dinamiche ricorrenti. Nei ragazzi coglie «speranze e desideri di pienezza di vita», insieme però al rischio di cercare scorciatoie che promettono sicurezza immediata, come «la violenza o la chiusura in se stessi».
Il nodo, secondo lui, resta profondamente relazionale: «Non rimanere soli, aprirsi agli altri ci rende vulnerabili, talora inermi, ma non vedo molte altre possibilità per costruire relazioni nuove». È qui che la comunità adulta è chiamata a un esame di coscienza. Spesso, osserva, «anche gli adulti si rifugiano in false sicurezze legate all’affermazione personale, al denaro o al potere».
Il ruolo degli oratori
In questo scenario, gli oratori restano (almeno nelle intenzioni) presidi educativi fondamentali. Ma non mancano le difficoltà. «Oggi la realtà degli oratori interroga molto le comunità cristiane», riconosce don Matteo, citando la carenza di sacerdoti e volontari rispetto al passato. Eppure, l’esperienza gli suggerisce che la chiave non sta semplicemente nelle strutture o nelle iniziative preconfezionate. Racconta, per esempio, di un oratorio rimasto a lungo vuoto mentre i ragazzi del quartiere giocavano in strada: hanno cominciato a entrarvi solo quando una donna anziana ha iniziato a salutarli per nome e a sorridere loro ogni giorno. Un gesto semplice, ma decisivo.
È qui che l’appello a “consegnare le armi” rivela il suo significato più profondo: «È soprattutto un messaggio simbolico e spirituale», spiega il parroco. Prima ancora dei giovani, sono gli adulti a dover «smontare atteggiamenti di prevaricazione», anche quelli quotidiani.
Il desiderio di don Matteo è che chiunque (ragazzo o adulto) avverta il peso di portare con sé un’arma — «coltello o atteggiamento che sia» — possa trovare nella società e nella Chiesa qualcuno capace di accoglierlo davvero.
«Un sorriso, uno vero», conclude, «è la chiave per costruire qualsiasi relazione. Allora le armi saranno semplicemente dimenticate, perché inutili».





