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La Striscia di Gaza vive oggi una delle sue fasi più drammatiche dall’inizio della guerra nel 2023, non solo per la violenza continua, ma per un nuovo fronte aperto contro il sistema umanitario internazionale. Il governo israeliano ha imposto regole che richiedono a tutte le organizzazioni non governative di fornire dati sensibili sul proprio personale e sulla governance operativa per poter continuare a operare. Le Ong che hanno rifiutato, compresa Medici Senza Frontiere, sono state informate che dovranno cessare le loro attività nei Territori Palestinesi Occupati entro il 1° marzo 2026.


Per le realtà che negli anni hanno rappresentato un’ancora di salvezza per milioni di civili, questa decisione non è una questione burocratica: si tratta di smantellare pezzi essenziali del supporto sanitario, alimentare e psicologico a una popolazione esausta e isolata. Gaza dipende in larga misura da queste organizzazioni, tanto che la loro uscita può equivalere a un collasso ulteriore del sistema di soccorso.
Una guerra che devasta anche chi cura
Secondo Medici Senza Frontiere, la situazione attuale è catastrofica: centinaia di migliaia di persone hanno bisogno di cure mediche immediate e di assistenza psicologica, mentre decine di migliaia richiedono un trattamento continuativo per traumi, malattie croniche e condizioni a lungo termine. Le restrizioni imposte dal governo israeliano, per cui 37 ong devono lasciare i Territori Palestinesi Occupati entro il primo marzo, rischiano di far mancare cure che già prima erano insufficienti.
MSF rivendica il proprio impegno a rimanere nel territorio il più a lungo possibile, anche se la capacità di entrare con nuovo personale internazionale e rifornimenti medici è stata già limitata dalle autorità israeliane. Senza un afflusso regolare di materiale, le attività di soccorso sono gravemente compromesse e il rischio che servizi come i reparti di emergenza, la riabilitazione post-trauma e le cure pediatriche possano saltare diventa reale.
Le regole che spingono via le ong
Le nuove norme israeliane impongono alle organizzazioni di fornire liste complete del personale palestinese e internazionale; dettagliare finanziamenti e attività operative; essere registrate secondo standard definiti da Tel Aviv.
Le Ong respingono queste richieste perché esporrebbero i loro collaboratori locali a potenziali rischi di sicurezza, e perché violerebbero il principio di neutralità umanitaria.
Il governo israeliano sostiene invece che tali requisiti siano necessari per garantire trasparenza e sicurezza, insinuando che alcune organizzazioni non abbiano rispettato pienamente i criteri richiesti. Tuttavia, questa posizione è stata condannata da gruppi internazionali per la difesa dei diritti umani come un tentativo di restringere artificialmente lo spazio di soccorso umanitario.


La testimonianza del fronte: Gaza oltre il numero dei morti
La testimonianza diretta del medico di MSF Roberto Scaini, responsabile delle attività a Gaza City e nel nord della Striscia, racconta la realtà sulla linea di fuoco: gli ospedali sono ridotti a tende, e le persone arrivano quotidianamente con arti amputati, ustioni e traumi complessi. La guerra, osserva Scaini, si manifesta non solo nei morti immediati, ma nelle ferite croniche che nessun sistema sanitario può gestire senza aiuto esterno.
«Essere presenti a Gaza» dice Scaini «significa confrontarsi ogni giorno con ferite fisiche e psicologiche che non si rimarginano, con bisogni che crescono più velocemente della capacità di risposta». In un contesto dove mancano medicine, acqua potabile e infrastrutture sanitarie funzionanti, la presenza delle Ong non è un lusso, ma l’ultimo argine tra la vita e la morte per migliaia di civili.


Quale futuro per Gaza senza soccorritori?
Con l’uscita forzata di parte delle organizzazioni umanitarie, Gaza rischia una spirale di sofferenza ancora più profonda. La popolazione, già vittima di bombardamenti continui, interruzioni dell’accesso all’acqua e carenza di cibo, potrebbe trovarsi senza alcuna rete di sostegno primaria. Secondo gli appelli lanciati dalle Ong stesse, la comunità internazionale deve intervenire con urgenza per garantire accesso umanitario senza ostacoli e un afflusso massiccio di aiuti salvavita.
La decisione israeliana, con tutte le sue implicazioni politiche, legali e umanitarie, è destinata a essere giudicata non solo nei tribunali, ma nella vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone innocenti che ora più che mai dipendono da chi porta cibo, medicine e assistenza.







