Nel 2019, intervenendo ad un convegno alla Camera dei Deputati, aveva voluto concludere con un appello: «L’Europa unita è una bellezza, una grande conquista: stiamo attenti a non rovinare questa unità». Poi aveva fatto una pausa, scrutando l’uditorio con quel suo sguardo vivace, e aveva salutato con allegria: “viva l’amicizia”.

Gilberto Salmoni, l’ultimo superstite italiano di Buchenwald e l’ultimo genovese sopravvissuto alla Shoah era un uomo così: vitale, scherzoso, allergico all’enfasi e alla retorica. Se n’è andato il primo febbraio scorso a 97 anni nella sua Genova, pochi giorni dopo aver celebrato il Giorno della Memoria e aver ricevuto il Grifo d’oro, la massima onorificenza conferita dal Comune. Alla cerimonia funebre c’erano tante autorità, ma anche molti amici e una delegazione di quegli studenti che lui amava e non ha smesso di incontrare fino alla fine.

Gilberto Salmoni è scomparso il primo febbraio scorso.
Gilberto Salmoni è scomparso il primo febbraio scorso.

Gilberto Salmoni è scomparso il primo febbraio scorso. 

Liliana Segre l’ha salutato con un intervento sul quotidiano ligure Il Secolo XIX in cui ha ricordato alcuni tratti del carattere di Salmoni meno noti, forse più privati: «Silenzioso, solitario, da un lato intimidito dalla sua vicenda personale, dall’altro un uomo intelligente», e ha elencato i pochi testimoni dell’Olocausto che restano ancora in vita: Sami Modiano, le sorelle Bucci, Goti Bauer, Edith Bruck.

Gilberto Salmoni impiegò oltre cinquant’anni prima di trovare il coraggio e le parole per raccontare. Per molto tempo scelse di non parlare della propria esperienza di deportazione, cercando di relegare l’orrore ai margini dell’esistenza quotidiana: le lauree in Ingegneria e Psicologia, il lavoro, gli affetti, lo sguardo rivolto al domani. Fu lui stesso a raccontarlo nell’autobiografia Una storia nella storia (ed. Frilli): la Shoah non venne rimossa, ma sospesa, messa in silenzio come strategia di sopravvivenza. Poi, negli anni Novanta, quel silenzio si ruppe e Salmoni iniziò a testimoniare, descrivendosi come un «resistente nel lager». E così si è sempre percepito, un «combattente disarmato» rimasto saldo per trasmettere alle nuove generazioni un’idea di Italia e di Europa diversa da quella che ad Auschwitz aveva travolto suo padre Gino, la madre Vittorina Belleli e la sorella Dora.

Era nato il 15 giugno 1928, ultimo di tre fratelli, all’interno di una famiglia ebrea pienamente integrata nel tessuto sociale della città di Genova: aveva frequentato la scuola elementare statale fino alla terza.

L’introduzione delle leggi razziali nel 1938 rappresentò una rottura profonda: Gilberto venne allontanato dalla scuola pubblica e costretto a continuare gli studi in forma privata nella scuola Svizzera. Il padre fu licenziato, i rapporti sociali si affievolirono e gli spazi quotidiani, un tempo accoglienti, si trasformarono in luoghi di ostilità. La vita di tutti i giorni si frantumò sotto il peso di restrizioni, umiliazioni e timori continui.

Il 17 aprile 1944 fu arrestato insieme alla famiglia mentre cercavano di raggiungere la Svizzera. Erano arrivati quasi al passo della Forcola, a 2700 metri di quota, ma una breve sosta in una capanna permise ai militi della repubblica di Salò di sorprenderli.

Da quel momento ebbe inizio il percorso della deportazione: le carceri di Bormio, Tirano, Como, Milano San Vittore, fino al campo di transito di Fossoli. Aveva appena sedici anni. A Fossoli avvenne la separazione dai genitori e dalla sorella Dora, gravemente ferita durante un bombardamento alleato: tutti e tre furono deportati ad Auschwitz e uccisi subito dopo l’arrivo, mentre Gilberto e il fratello Renato vennero trasferiti a Buchenwald, uno fra i più grandi campi della Germania nazista dove furono internate oltre 200 mila persone provenienti da trenta nazionalità diverse. Di queste, almeno 40mila furono sterminate, principalmente tramite il lavoro.

Durante gli interventi pubblici e le numerose conferenze tenute nelle scuole, Gilberto Salmoni era solito portare con sé la casacca con il numero 44573 che aveva indossato durante la prigionia nel campo di concentramento. «Ci svegliavano tutte le mattine alle 4 – raccontava – e da mangiare ricevevamo una fetta di pane e un pezzo di margarina, a mezzogiorno del caffè, la sera la zuppa. Mangiando così poco, l’unica strategia di sopravvivenza era quella di lavorare il meno possibile. Per quanto mi riguarda, io cercavo anche di boicottare il campo distruggendo tutto il materiale che riuscivo a sottrarre».

Accanto alla brutalità senza regole e a un clima di paura ininterrotta, Salmoni incontrò nel campo l’esistenza di una solidarietà asciutta, sobria, priva di ogni retorica. Nel lager, raccontava, la sopravvivenza era impensabile da soli, ma dipendeva dalla capacità di creare legami di fiducia. Per questo rubare ai compagni era considerato uno dei crimini più imperdonabili, perché minava l’unico strumento di resistenza possibile.

Di quel periodo, quindi, raccontava con piacere la relazione con il fratello, che lo difese e supportò in molte occasioni, ma anche il rapporto insperato con un gruppo di internati francesi: «Le rare volte in cui sono arrivati dei pacchi della Croce Rossa – aveva ricordato più volte – i francesi li dividevano con noi. Non è stato qualcosa di decisivo per sfamarci, ma importantissimo per darci coraggio».

Per questo, Salmoni – che ha incontrato migliaia di giovani in Italia anche nella veste di presidente della sezione ligure dell’Aned, l'Associazione nazionale ex deportati politici e razziali nei campi nazisti – è sempre stato un testimone per certi versi anticonformista, soprattutto negli ultimi anni, quando ha ritrovato il sorriso, il tono scanzonato. Perché il suo racconto non trasmetteva mai solo l’amarezza di una pagina dolorosa della storia, ma anche una scoperta esistenziale e sociale. «Quello che resta non è il male – aveva concluso un incontro nel 2019 – per quanto immenso, smisurato, ma l’amicizia e la solidarietà. Quello che resta è il bene».

SERGIO CASALI