Mercoledì sera 1° aprile, è quasi mezzanotte. Sotto il tunnel della stazione ferroviaria di Pescara sono pronti, da ore, i pullman messi a disposizione da Trenitalia per ritornare in Puglia ma nessuno degli autisti ha ricevuto istruzioni dagli addetti di Trenitalia su dove andare, se Bari, Lecce, Taranto o Foggia.

I treni che avrebbero dovuto portarci «giù», come da slang del fuorisede imbruttito (dalla stanchezza e dal freddo, in questo caso) sono stati cancellati a causa dell’alluvione apocalittica di nome “Erminio” che da giorni sta flagellando il Centro-Sud, in particolare Puglia, Molise, Abruzzo e, in parte, anche la Campania.

Italia divisa in due sulla costa Adriatica a causa dell'esondazione del fiume Osento con conseguente allagamento della sede ferroviaria: la circolazione è interrotta su entrambi i binari sulla linea Pescara-Foggia, nella tratta Porto di Vasto-Fossacesia, 1 aprile 2026. ANSA (npk)
Italia divisa in due sulla costa Adriatica a causa dell'esondazione del fiume Osento con conseguente allagamento della sede ferroviaria: la circolazione è interrotta su entrambi i binari sulla linea Pescara-Foggia, nella tratta Porto di Vasto-Fossacesia, 1 aprile 2026. ANSA (npk)
Italia divisa in due sulla costa Adriatica a causa dell'esondazione del fiume Osento con conseguente allagamento della sede ferroviaria: la circolazione è interrotta su entrambi i binari sulla linea Pescara-Foggia, nella tratta Porto di Vasto-Fossacesia (ANSA)

La gente è sfinita. Arrivano i volontari del 118 a distribuirci coperte termiche, acqua e snack. Diluvia e siamo sferzati da un vento gelido che ci butta in faccia la pioggia. La temperatura non arriva a 7 gradi. Anziani in giro dalla mattina, studenti fuori sede, lavoratori, genitori con i figli piccoli in braccio sfiniti, persone con problemi di salute, turisti stranieri.

È la vigilia di Pasqua e mezza Italia (tutti, o quasi, i meridionali che vivono al Nord) si sposta per tornare a casa, al Sud. Sì, perché anche chi è emigrato da anni, anzi decenni, il Sud – per chi come me ci è nato – è «casa». Come canta Renato Zero: «e non esiste casa che non sia il tuo nome».

L’odissea di cui sono stato protagonista mio malgrado, insieme a centinaia di migliaia di miei conterranei, comincia poco dopo l’ora di pranzo a Milano quando il Frecciarossa 8811 parte regolarmente alle 13.35. Destinazione: Lecce. Solo che a farci capire che non sarà una giornata facile arriva, attorno alle 14.30, un primo messaggio che ci informa che «per condizioni meteo critiche la circolazione è sospesa tra Foggia e Barletta». Segue il solito avviso: «Pertanto i treni potrebbero subire ritardi o cancellazioni». Fibrillazioni, preoccupazioni, partono le prime telefonate ai parenti mobilitati lungo le stazioni della dorsale adriatica per venirci a prendere: «Ma che sta succedendo giù», chiediamo noi. «Qui piove a dirotto, è tutto allagato», spiegano da giù.

Il Nord, invece, è asciuttissimo come un Sud qualsiasi. Sembra di andare dalla primavera all’inverno cupo, dal mite alla tempesta. Osservandolo dal finestrino, il mare Adriatico «urla e biancheggia», come direbbe Carducci, ma qui di spazio per la poesia ce n’è davvero poco.

Il treno accumula ritardo, ma al ritardo, noi che facciamo la spola su e giù dall’Italia in occasione delle feste comandate, siamo abituati.

A Pescara, però, si capisce che la giornata virerà sul difficile e sull’imponderabile che sempre porta con sé commedia e tragedia. Sono le 18.10. Il treno si ferma. Arrivano nella mia carrozza alcuni passeggeri che sono stati dirottati da Roma: «Almeno qui siamo al caldo», dicono mentre cercano di prenotare un albergo.

L’altoparlante del treno lancia in loop il solito messaggio che fa tanto orchestrina del Titanic prima del naufragio: «Benvenuti sul treno 8811 di Trenitalia diretto a Lecce. Il treno arriverà a destinazione alle 21.57 e fermerà a Termoli, Foggia, etc etc. Vi auguriamo buon viaggio. E vi informiamo che il bar si trova nella carrozza 5». Peccato che al bar sia finito tutto: acqua, snack, panini, caffè.

Dal tratto Foggia-Barletta, interrotto al mattino, l’emergenza, intanto, è risalita e si è "piazzata” proprio dove doveva passare il nostro treno e tutti i treni che da Milano e da Venezia vanno in Puglia. Alle 18.58 Trenitalia ci informa, via sms, che «per condizioni meteo critiche, la circolazione è sospesa tra Porto di Vasto e Fossacesia». A parte l’uso creativo delle virgole, il messaggio è la certezza che arrivare a casa per Pasqua sarà un’odissea tra personale di Trenitalia che non sa nulla o si defila, il tabellone che indica i vari treni oscillanti, tutti, tra 250 minuti di ritardo e la scritta «cancellato», bambini piccoli, affamati, che a bordo piangono stanchissimi e anziani che chiedono lumi ai più giovani «se su Internet si sa qualcosa» come se fosse un oracolo che resta, però, inesorabilmente muto sul da farsi.

I social, intanto, sono pieni di immagini e video apocalittici: la pioggia che cade ininterrottamente da 48 ore ha allagato tutto: autostrade, ponti, capannoni, case isolate, ferrovie. Dalla Capitanata al Molise fino all’Abruzzo dove l’esondazione del fiume Osento ha letteralmente tagliato in due la dorsale ferroviaria che collega il Nord al Sud lungo l’Adriatico.

Una passeggera riceve la coperta termica mentre attende il pullman alla stazione di Pescara nella notte tra il 1° e il 2 aprile

L’acqua ha invaso e travolto i binari nella tratta tra Porto di Vasto e Fossacesia. La situazione più critica è nei dintorni di Termoli dove il mio treno sarebbe dovuto arrivare subito dopo Pescara. Alle 20.08 nuovo sms di Trenitalia: «La informiamo che, per condizioni meteo critiche, il Frecciarossa 8811 da Lei prenotato è cancellato. Pertanto, per raggiungere la sua destinazione, è stato predisposto un servizio sostitutivo con bus in partenza dalla stazione di Pescara Centrale. Nella stazione di Pescara Centrale è presente personale di Customer Care Trenitalia per assisterLa».

Che venisse cancellato, l’avevamo capito da un pezzo. Che mettessero degli autobus, pure. Ma qui inizia l’odissea vera e propria: scendiamo dal treno, ci precipitiamo nel salone della stazione ma degli autobus neanche l’ombra e del personale di Customer Care Trenitalia men che meno. Nessuna vera assistenza, nessuna presenza rassicurante. Solo noi, fermi e infreddoliti. Dove andare? Cosa fare? A chi chiedere? Alcuni urlano, altri provano a contattare il call center, altri si arrabbiano, altri ancora si sfogano con polizia e carabinieri che cercano di gestire il traffico e avere, invano, informazioni dal personale di Trenitalia. Qualcuno – non manca mai in questi casi – impreca contro «i politici che hanno rovinato l’Italia». Come sempre accade in questi casi, le voci, incontrollate, si accavallano e volano veloci di bocca in bocca: «Stanno arrivando i pullman», «Arriveranno tra tre ore, così ho sentito», «Non arrivano prima di domani mattina», «Ci lasciano qui al freddo». Qualcuno si organizza con un taxi per andare a Foggia dividendo le spese. Ma io devo andare a Lecce, insieme a molti altri, e un taxi mi costerebbe quanto un viaggio alle Maldive andata e ritorno.

I primi pullman arrivano attorno alle 22 ma un solo addetto di Trenitalia – sì, uno solo per una marea umana arrabbiata e sfinita – non riesce a dare le informazioni e smistare il traffico. I pullman non si sa dove vanno, a che ora partiranno. Intanto a Pescara sono arrivati tutti gli altri passeggeri degli altri treni che si sono fermati tra l’Abruzzo e il Molise. Nel tunnel della stazione saremo in almeno quattromila persone. Ore e ore di attesa snervante al gelo. I primi autobus si muovono attorno alle 23.30. Un’ora e mezza dopo l’arrivo. È una lotteria. Ci sono passeggeri che hanno lasciato il bagaglio nel portabagagli ma non trovano posto a bordo e quindi sono costretti a tornare indietro, riprendersi il bagaglio accatastato tra mille altri e aspettare ancora.

Io non ho trovato posto, causa ressa, sui primi due pullman per Lecce e insieme ad altri compagni di (s)ventura dovrò aspettare il prossimo. Che chissà quando arriverà. O meglio, i pullman sono tutti lì in fila ma nessuno sa dirci dove sono diretti. Per fortuna, dopo varie peripezie, i pullman per Lecce e Bari partono. È mezzanotte e mezza. Almeno stiamo al caldo. Almeno possiamo dormire un po’, penso, mentre il cielo torvo continua a rovesciare acqua senza dare tregua. La stanchezza accumulata innesca, in me e in altri passeggeri, un silenzio strano di chi non ha più nemmeno la forza di lamentarsi.

Quanto è lontano il Sud, per chi abita al Nord, in un Paese lungo e stretto come l’Italia dove le infrastrutture sono carenti o inesistenti, i servizi pure, e i prezzi degli aerei, a causa della guerra che ha fatto esplodere il prezzo del carburante, sono alle stelle.

Quanto è lontano il Sud per il mondo dei media e di chi fa informazione. Perché, semplicemente, una linea ferroviaria interrotta – ancorché cruciale come quella della dorsale adriatica – non fa notizia, nonostante abbia letteralmente diviso in due l’Italia e generato tanti disagi a centinaia di migliaia di persone mentre del Sud si continua a parlare solo del Ponte sullo stretto più per le (solite) schermaglie politiche che per le reali necessità di questo pezzo del Paese.

E mentre il pullman attraversa nel buio un’Italia spezzata dall’emergenza, ho pensato a quanto sia fragile, ancora oggi, il diritto di muoversi nel nostro Paese. Basta una pioggia più intensa, un fiume che esonda, e intere tratte si fermano, lasciando migliaia di persone sospese, senza certezze e soprattutto senza tutele adeguate.

Per chi viaggia, soprattutto su lunghe distanze, non è solo una questione di ritardi: è una prova di resistenza. È dover fare i conti con infrastrutture vulnerabili, con informazioni che arrivano tardi, con un’assistenza che spesso non è all’altezza delle situazioni.

Arriviamo a Lecce alle 7 di mattina dopo sei ore e mezza di viaggio in pullman alle quali vanno sommate le quasi 6 ore del giorno prima in treno. Piove ancora. Ma non può piovere per sempre, penso.