Quando il 7 settembre 2020 gli agenti del KGB bielorusso tentarono di espellerla con la forza in Ucraina, Maria Kolesnikova compì un gesto che sarebbe entrato nella storia della resistenza europea: strappò il proprio passaporto e lo gettò dal finestrino dell'auto, rendendo impossibile la sua espulsione. Quel gesto, apparentemente semplice ma carico di un coraggio straordinario, condensava tutto il carattere di questa musicista e attivista che ha scelto di sacrificare la propria libertà piuttosto che abbandonare il suo Paese e la lotta per la democrazia.

Oggi, dopo oltre quattro anni di prigionia in condizioni durissime, Maria Kolesnikova è finalmente libera, rilasciata insieme ad altri 22 prigionieri politici bielorussi in uno scambio negoziato con la mediazione del Vaticano. La sua storia non è solo quella di una donna coraggiosa, ma il simbolo di un'intera nazione che continua a resistere all'autoritarismo, e rappresenta una delle voci più autentiche della lotta per i diritti umani nel cuore dell'Europa.

Una musicista diventata simbolo di resistenza

Maria Kolesnikova nasce a Minsk il 24 aprile 1982, in una famiglia che le trasmette l'amore per la cultura e l'arte. La sua formazione è quella di una musicista classica: studia flauto presso il Conservatorio Statale di Minsk e successivamente alla Scuola di Musica di Stoccarda, in Germania. Per anni la sua vita scorre tra concerti, insegnamento e la direzione artistica di progetti culturali. Nel 2012 fonda il centro culturale "OK16" a Minsk, uno spazio dedicato all'arte contemporanea che diventa punto di riferimento per artisti e intellettuali indipendenti.

La musica, per Maria, non è solo una professione ma una filosofia di vita: disciplina, armonia, ricerca della bellezza. Qualità che porterà con sé anche quando la sua esistenza prenderà una piega completamente diversa. Perché nel 2020, mentre la Bielorussia si prepara a elezioni presidenziali che si riveleranno truccate, Maria sente che non può più restare ai margini della storia del suo Paese.

Nell'estate del 2020 la Bielorussia vive un momento storico. Dopo 26 anni di regime autoritario sotto Aleksandr Lukashenko, definito "l'ultimo dittatore d'Europa", il Paese è pronto per il cambiamento. Quando i principali candidati dell'opposizione vengono arrestati o costretti all'esilio, tre donne decidono di unire le forze: Svetlana Tikhanovskaya, moglie di uno dei candidati incarcerati, diventa la candidata principale; Veronika Tsepkalo, moglie di un altro oppositore costretto a fuggire, e Maria Kolesnikova, che aveva lavorato come manager della campagna del banchiere Viktor Babariko (anch'egli arrestato), formano un triumvirato che diventa il volto della protesta democratica.

L'immagine delle tre donne che si tengono per mano ai comizi diventa iconica: rappresentano la sorellanza, la nonviolenza, la dignità contro la brutalità del regime. Maria è quella con i capelli corti e il sorriso gentile, ma anche quella che trasmette una determinazione d'acciaio. Mentre Tikhanovskaya rappresenta la figura materna e conciliante, e Tsepkalo quella più diplomatica, Kolesnikova incarna lo spirito indomabile della resistenza.

Le elezioni del 9 agosto 2020 si concludono con la prevedibile vittoria truccata di Lukashenko, che si attribuisce l'80% dei voti. Il Paese esplode in proteste di massa, le più grandi della sua storia post-sovietica. Centinaia di migliaia di persone scendono in piazza a Minsk e in altre città, sfidando una repressione brutale che fa migliaia di arresti e decine di vittime.

Il gesto che sfida un regime

Nei giorni successivi alle elezioni, il regime intensifica la repressione. Tikhanovskaya viene costretta all'esilio in Lituania, Tsepkalo si rifugia in Polonia. Maria Kolesnikova resta, diventando l'unico membro del triumvirato rimasto in Bielorussia. Continua a guidare le proteste, a incontrare i cittadini, a rappresentare quella speranza di cambiamento che anima milioni di bielorussi.

Il 7 settembre 2020 viene rapita in pieno centro a Minsk da uomini mascherati che la trascinano in un pulmino. Inizia un viaggio forzato verso il confine ucraino: il regime ha deciso di espellerla, come aveva fatto con altri leader dell'opposizione. Ma al valico di frontiera, Maria compie il suo gesto più memorabile: strappa il passaporto e lo getta dal finestrino dell'auto. Senza documenti, non può essere espulsa. Gli agenti sono costretti a riportarla indietro.

Quel gesto non è solo un atto di disobbedienza civile, ma una dichiarazione d'amore per il proprio Paese e per la propria gente. Maria sceglie consapevolmente la prigione piuttosto che la libertà in esilio, sapendo perfettamente cosa l'aspetta. È la scelta di chi mette i principi e la causa collettiva davanti alla propria sicurezza personale, un'incarnazione moderna del concetto di testimonianza che tanto risuona con i valori cristiani di sacrificio e fedeltà.

La resistenza dietro le sbarre

Il regime non le perdona questa sfida. Maria viene immediatamente arrestata e accusata di "cospirazione per prendere il potere in modo incostituzionale" e "creazione e direzione di un'organizzazione estremista". Sono accuse assurde, strumenti legali piegati alla vendetta politica, ma in un sistema giudiziario completamente asservito al regime non c'è spazio per la giustizia.

Nel settembre 2021, dopo un anno di detenzione preventiva, viene condannata a undici anni di carcere in un processo che gli osservatori internazionali definiscono una farsa. Le condizioni di detenzione sono deliberatamente dure: viene rinchiusa in isolamento, le visite sono rarissime e strettamente controllate, le comunicazioni con l'esterno ridotte al minimo. Per lunghi periodi la sua famiglia e i suoi legali non hanno notizie del suo stato di salute.

Durante questi anni bui, Maria diventa un simbolo ancora più potente. La sua foto, con quel sorriso gentile e quello sguardo determinato, appare su manifesti e striscioni nelle manifestazioni di solidarietà in tutta Europa. Artisti, musicisti, attivisti per i diritti umani la adottano come causa. Il Parlamento Europeo le conferisce il Premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 2020, insieme agli altri leader dell'opposizione democratica bielorussa.

Ma nessun riconoscimento internazionale riesce a scalfire la determinazione del regime a mantenerla in prigione. Lukashenko, sempre più isolato sulla scena internazionale dopo aver dirottato nel 2021 un aereo di linea per arrestare un giornalista dissidente, usa i prigionieri politici come ostaggi, sperando di ottenere concessioni o almeno di scoraggiare nuove proteste.

Ciò che emerge dai pochi resoconti filtrati dalla prigione è il ritratto di una donna che non si è spezzata. Maria mantiene la sua dignità, la sua capacità di sorridere, la sua umanità profonda. Chi l'ha incontrata nelle rare occasioni concesse parla di una persona che conserva la speranza, che si informa sulla situazione del Paese, che continua a credere nella possibilità del cambiamento.

Questa resistenza interiore, questo non arrendersi nonostante tutto, ha radici profonde nel carattere di Maria ma anche nella sua formazione culturale e spirituale. La musica classica, che ha studiato per anni, insegna la disciplina, la pazienza, la capacità di lavorare per obiettivi a lungo termine. E forse c'è anche qualcosa di più profondo: una fede nell'essere umano, nella possibilità di redenzione, nella forza della verità che alla fine emerge.

Maria Kolesnikova

La lunga strada verso la libertà

La liberazione di Maria Kolesnikova e degli altri 22 prigionieri politici bielorussi non è avvenuta per caso. È il frutto di mesi di negoziati segreti, di mediazioni pazienti, di una diplomazia discreta ma determinata. Il ruolo del Vaticano è stato centrale: Papa Francesco ha più volte espresso preoccupazione per la situazione dei prigionieri di coscienza in Bielorussia, e i canali diplomatici della Santa Sede hanno lavorato instancabilmente per trovare una soluzione.

Anche l'Ungheria di Viktor Orbán, pur essendo alleata di Lukashenko, ha giocato un ruolo importante, offrendo una via d'uscita al dittatore bielorusso che necessitava di un gesto distensivo senza perdere completamente la faccia. Lo scambio di prigionieri con la Germania, che ha rilasciato un agente dei servizi segreti bielorussi condannato per l'omicidio di un oppositore del regime a Berlino nel 2019, ha fornito la cornice formale dell'operazione.

Quando la notizia della liberazione è stata resa pubblica, il 13 dicembre 2025, il mondo ha tirato un sospiro di sollievo. Le immagini di Maria finalmente libera, magra ma sorridente, hanno fatto il giro del pianeta. È una vittoria per la diplomazia umanitaria, per la perseveranza di chi non ha mai smesso di chiedere la sua liberazione, per la sua stessa incredibile forza d'animo.

Perché Maria Kolesnikova è donna dell'anno

La scelta di inserire Maria Kolesnikova tra le Donne dell'Anno di Famiglia Cristiana non è solo il riconoscimento di un coraggio eccezionale, ma l'identificazione di qualità umane e spirituali che incarnano profondamente i valori cristiani e universali che la nostra rivista rappresenta.

In primo luogo, Maria incarna il principio della testimonianza. Come i primi cristiani che sceglievano il martirio piuttosto che rinnegare la propria fede, lei ha scelto la prigione piuttosto che tradire i suoi concittadini e la causa della libertà. Il suo gesto di strappare il passaporto non è stato un atto impulsivo ma una scelta meditata, che ha messo la fedeltà ai principi davanti alla sicurezza personale.

In secondo luogo, rappresenta la dignità umana inviolabile. Anche nelle condizioni più dure della detenzione, anche davanti alla macchina propagandistica del regime che tentava di screditarla, Maria ha mantenuto la sua umanità, la sua gentilezza, la sua capacità di sorridere. Ha dimostrato che la vera libertà è interiore, che nessun regime può davvero imprigionare lo spirito umano quando questo è saldo nei suoi valori.

Terzo, Maria incarna la nonviolenza attiva. La rivoluzione bielorussa del 2020 è stata un movimento pacifico, che ha usato il colore bianco come simbolo di purezza e di rifiuto della violenza. Le tre donne che l'hanno guidata hanno opposto alla brutalità del regime la forza morale della ragione, della dignità, della solidarietà. È una lezione potente in un'epoca in cui troppo spesso si pensa che solo la forza possa cambiare le cose.

Quarto, rappresenta la speranza cristiana. Non la speranza ingenua che tutto andrà bene, ma quella speranza adulta e consapevole che sa che il bene, anche se richiede sacrificio e pazienza, alla fine prevale. Maria non ha mai perso la speranza nel suo Paese, nella sua gente, nella possibilità di un futuro migliore. Questa speranza l'ha sostenuta nei momenti più bui e continua a guidarla oggi.

Infine, Maria ci ricorda che l'Europa non è solo l'Unione Europea, le sue istituzioni, i suoi trattati. L'Europa è prima di tutto un'idea, un insieme di valori: democrazia, stato di diritto, diritti umani, dignità della persona. La Bielorussia è nel cuore geografico dell'Europa, e ciò che accade a Minsk riguarda tutti noi. Il coraggio di Maria ci chiama a non essere indifferenti, a non voltare lo sguardo, a ricordare che la libertà è sempre fragile e va difesa. Ora che è libera, Maria Kolesnikova si trova davanti a sfide nuove. Fisicamente provata da anni di prigionia, dovrà innanzitutto recuperare le forze e ricostruire la sua vita. Ma chi la conosce sa che non si fermerà qui. La causa per cui ha sacrificato la libertà non è finita: la Bielorussia è ancora sotto la dittatura di Lukashenko, migliaia di prigionieri politici restano nelle carceri, la repressione continua.

Maria ha già fatto sapere che continuerà la sua attività nell'opposizione democratica, lavorando dall'esilio per il giorno in cui il suo Paese potrà finalmente conoscere la vera democrazia. Non sarà facile: l'opposizione bielorussa è divisa, il regime è ancora saldamente al potere, sostenuto dalla Russia di Putin che ha bisogno della Bielorussia come Stato cuscinetto e base operativa. Ma Maria porta con sé un'autorità morale immensa. Ha pagato un prezzo altissimo per i suoi ideali, e questo le conferisce una credibilità che pochi altri possono vantare. La sua voce sarà ascoltata, il suo esempio continuerà a ispirare. Forse tornerà alla musica, che resta il suo primo amore. Forse userà l'arte come strumento di resistenza culturale e di mantenimento dell'identità bielorussa libera.

Ciò che è certo è che Maria Kolesnikova ha già vinto la sua battaglia più importante: quella contro l'oblio, contro la rassegnazione, contro l'idea che nulla possa cambiare. Ha dimostrato che una persona, con il suo coraggio e la sua coerenza, può fare la differenza. Ha incarnato i valori migliori della tradizione europea e cristiana: la dignità umana, la libertà di coscienza, la solidarietà, la speranza.

Per questo merita di essere celebrata come Donna dell'Anno: non solo per ciò che ha fatto, ma per ciò che rappresenta. In un'epoca di cinismo e di calcolo, Maria ci ricorda che esistono cose per cui vale la pena sacrificarsi. In un tempo di individualismo, ci mostra la forza della comunità e della causa comune. In giorni di sfiducia, ci restituisce la speranza che il bene può vincere.

La sua storia non è finita. È solo all'inizio di un nuovo capitolo. E noi tutti, come lettori di Famiglia Cristiana, come cittadini europei, come cristiani e come esseri umani, abbiamo il dovere di seguirla, sostenerla, imparare dal suo esempio. Perché Maria Kolesnikova non ha lottato solo per la Bielorussia: ha lottato per tutti noi, per l'idea che la dignità umana è inviolabile e che la libertà, anche quando sembra perduta, può sempre essere riconquistata.

Maria Kolesnikova è libera. Ma la sua lotta, come quella di milioni di persone in Bielorussia e nel mondo che ancora vivono sotto regimi oppressivi, continua. E noi non possiamo distogliere lo sguardo.