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Un momento della raccolta dei pomodori nelle campagne campane in una immagine d'archivio
Prima ancora di sapere come è morto, ci siamo accorti di un’altra cosa: non sappiamo chi fosse.
Di quel ragazzo di 19 anni morto domenica pomeriggio nei campi di Stagno Lombardo, nella campagna cremonese, conosciamo la nazionalità, rumena, sappiamo che viveva in provincia di Piacenza, a Monticelli d’Ongina, sappiamo che stava lavorando alla raccolta dei pomodori. Ma il suo nome non c’è. È un’assenza che pesa. E racconta qualcosa di più grande: la condizione di tanti lavoratori agricoli che rischiano di restare invisibili anche quando la loro vita si spezza. Certo, il riserbo sulla sua identità è motivato dal rispetto per la famiglia, che le autorità stanno cercando di rintracciare. Saranno le indagini dei carabinieri e l’autopsia a chiarire le cause della morte e a stabilire eventuali responsabilità. Ma resta una domanda che interpella tutti: quante volte chi lavora nei campi, soprattutto se straniero, rischia di essere conosciuto soltanto come “un bracciante” e basta?
Quel ragazzo aveva un nome e una storia. E 19 anni, l’età in cui si dovrebbe immaginare il futuro, non finire in una casella della cronaca nera del lavoro.
È morto dopo essersi sentito male mentre lavorava sotto il sole di domenica, con temperature che quel pomeriggio avevano raggiunto i 37 gradi. È stato soccorso e trasportato all’ospedale di Cremona ma per lui non c’è stato nulla da fare. Ora spetterà agli accertamenti stabilire se il caldo sia stato la causa determinante del decesso, se siano state rispettate tutte le prescrizioni di sicurezza, se quell’impiego fosse compatibile con le condizioni ambientali di quella giornata da bollino rosso per la calura che da giorni sta soffocando l’Italia e in particolare la Pianura Padana.
Ma il contesto in cui questa tragedia si inserisce è drammatico. Da settimane i sindacati denunciano i rischi per chi lavora nei campi durante le ondate di calore. Secondo la Flai Cgil, dal 14 giugno almeno 16 lavoratori agricoli hanno perso la vita, cinque dei quali proprio a causa delle temperature estreme.
«Nel 2026 non si può morire di lavoro», ha detto Fabio Singh, segretario della Flai Cgil di Cremona, «bisogna capire bene cosa è accaduto». E sulla necessità di rafforzare le tutele ha aggiunto che l’ordinanza regionale che prevede lo stop delle attività nelle ore più calde «in queste condizioni eccezionali andrebbe prolungata almeno di un’ora: il calore di fatto resta lo stesso fino a sera». Una posizione condivisa anche da Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil, che hanno chiesto di verificare se ci siano state «condizioni estreme, da considerare nel caso una grave e insopportabile violazione del diritto a un lavoro dignitoso e rispettoso delle regole».
Parole che riportano al centro una questione che l’Italia conosce da anni: quella dei lavoratori agricoli più vulnerabili, spesso stranieri, che raccolgono frutta e verdura nelle campagne ma che troppo spesso restano ai margini del racconto pubblico. Non sappiamo ancora se in questa vicenda emergeranno forme di sfruttamento o irregolarità. Le verifiche dovranno essere rigorose e senza pregiudizi. Ma sappiamo che il fenomeno del caporalato e del lavoro nero continua a rappresentare una ferita aperta del nostro sistema agricolo. Una ferita che riguarda non solo i diritti dei lavoratori, ma anche l’idea stessa di dignità del lavoro.
Perché dietro ogni raccolto c’è una persona e dietro ogni prodotto che arriva sulle nostre tavole c’è qualcuno che lo ha coltivato, raccolto, trasportato. Qualcuno con un volto, una famiglia, una storia. La dignità comincia anche da lì: dal riconoscimento. Dal non lasciare che una persona muoia due volte. La prima nel campo, la seconda nell’indifferenza.





