Vestite di bianco, ogni domenica si incontrano nella chiesa di Santa Rita, quartiere Miramar, all’Avana. Dopo la Messa, percorrono la Quinta Avenida in una processione silenziosa, portando in mano le foto dei familiari detenuti. A Cuba la lotta per i diritti umani parla con la voce delle donne. Sono le "Damas de blanco", le signore in bianco, mogli, madri, figlie dei 75 dissidenti politici che nel marzo 2003 furono colpiti dall’ondata repressiva del regime castrista, la famigerata Primavera nera di Cuba. Con paziente e metodica determinazione, le "Damas" portano avanti una protesta pacifica per la liberazione dei loro cari. Al loro fianco, da Miami, si sono mobilitati la cantante di origine cubana Gloria Estefan e il marito Emilio, produttore musicale. Oggi, molti le propongono quali candidate al Nobel per la pace.
Ma a Cuba non hanno vita facile. Domenica scorsa, stando alla denuncia delle stesse "Damas", la polizia ha bloccato la loro marcia e arrestato alcune di loro, sostendendo che le autorità devono essere informate delle manifestazioni almeno 72 ore prima. "Continueremo la nostra lotta pacificamente", ha dichiarato Bertha Soler, attivista del gruppo, "perché le strade di Cuba sono di tutti i cubani e tutti abbiamo diritto a camminare liberamente". Un mese fa un notiziario della televisione cubana ha addirittura accusato le "Damas" di provocazione, aggressione e ingiurie contro il Paese, definendole "mercenarie".
Del resto sull'isola - dove l'accesso a Internet e quindi a informazioni dall'esterno è limitatissimo - il regime castrista si avvale ancora del sostegno di chi rifiuta l'intromissione degli Stati Uniti e dell'Europa negli affari interni, rivendicando l'indipendenza di Cuba: la risposta del regime alle proteste internazionali ha mobilitato in primo luogo il mondo della musica, con il Concerto per la patria, all'Avana e a Santiago, che ha riunito 300 artisti, fra i quali Silvio Rodriguez, il più famoso cantautore cubano.
Con l'avvento di Barack Obama alla Casa Bianca, sembrava che si fosse aperto uno spiraglio tra Washington e L'Avana. Un anno fa, al vertice delle Americhe a Trinidad e Tobago, si era parlato di dialogo tra Stati Uniti e Cuba: in quella occasione Raúl Castro, fratello di Fidel e attuale presidente di Cuba, si era dichiarato aperto "a parlare di tutto, anche di diritti umani". Oggi, proprio sui diritti umani Cuba non vuole saperne di trattare.
Intanto, Guillermo Fariñas è rimasto l'unico detenuto politico a continuare lo sciopero della fame per i dissidenti incarcerati gravemente malati: Darsi Ferrer, in carcere da luglio 2009, l'ha interrotto dopo che le autorità cubane hanno acconsentito a sottoporlo a regolare processo e a garantirgli cure mediche. Noto attivista per i diritti umani e medico di 40 anni, nel 2006 Ferrer ha documentato l'uso della tortura a Cuba e denunciato le pessime condizioni in cui versano alcuni ospedali cubani.
Giulia Cerqueti
Cuba è lontana di là dall’Oceano. E il mondo nella quotidianità entra poco. La vita degli atleti cubani in Italia è uguale a quella degli altri atleti: campo di allenamento, gare, trasferta. Routine: famiglia, lavoro, spesa: la vita compressa di tutti, forse di più perché di mezzo ci sono le trasferte, in cui spesso vedi solo palazzetti dello sport, campi e aeroporti. Gli impegni di ogni giorno assorbono. Si pensa al tempo che non si fa, al salto che non viene, alla partita successiva. Alla famiglia si telefona, e un’intercontinentale costa, per dirsi come si sta, per parlare di sé. Non c’è tempo per chiedere di Raùl, la politica qui e là è un calore di fiamma lontana, soprattutto per chi non ha avuto grandi traumi nell’andarsene da Cuba.
Magdeline Martinez, in Italia dal 2000 e Libania Grenot, quattrocentista, da tre anni qui, hanno avuto subito documenti regolari, sono diventate italiane sposando italiani, senza prima fuggire, vanno e vengono da Cuba quando vogliono. Non hanno vissuto il trauma della dissidenza in modo diretto. Al telefono Magdeline Martinez è sincera: “Leggo pochissimo i giornali. La Tv non la guardo più da un pezzo, sono così noiosi i programmi che fa. Non so nulla. Che succede a Cuba?” . Le parliamo di Raùl, dei barbieri che potranno affittare il loro negozio e gestirlo in proprio come in un mercato economicamente libero. “Se è così, è una bella cosa positiva, significa che anche Cuba sta ragionando di un’apertura, è un passo avanti che si fa”.
Magdeline non era nata nel 1968 quando Castro mise sotto il controllo dello Stato anche le piccole imprese, non ha ricordi precisi diretti di com’era prima e quelli indiretti sono sfocati: “Eravamo bambini, sentivamo a volte i grandi parlarne tra loro, ma non troppo. Non ci coinvolgevano nelle loro preoccupazioni, ci lasciavano crescere sereni con i pensieri dei bambini. Per noi che ci siamo cresciuti dentro Cuba era normale così, era l’unica realtà che conoscevamo. Ho cominciato che ero piccola la scuola dello sport e alla fine ho ritrovato in Italia molti degli amici di allora: quelli della pallavolo , del judo, dell’atletica, anche perché stavamo tutti nella stessa scuola, ci si conosceva tutti. Ma non è che, quando ci si incontra, si parli sempre della realtà di Cuba”.
Libania Grenot cade proprio dalle nuvole: “Sono al campo di allenamento, ho pochi minuti”. Le raccontiamo dei negozi di parrucchiere: “Ma davvero? Lo dico subito a mia madre che è qui in Italia in questi giorni. Mi sembra che un piccolo cambiamento sia positivo”. Piccolo o grande?: ” Grande nel senso che mi sembra importante, ma vorrei che fosse un cambiamento piccolo in principio, graduale. Una svolta improvvisa, troppo ampia, mi spaventa: temo che i poveri diventerebbero ancora più poveri. Come la vivano a Cuba non saprei dire, non ho avuto contatti. Quando parlo con i miei mica parliamo di politica e i miei amici cubani in Italia sono qui come me perché hanno i documenti in regola e si sono sposati qui oppure con una carta di invito o di lavoro: non è che si parli sempre di Cuba”.
Sarebbe bello sapere che cosa ne pensa Tai Aguero, lei che non troppi giorni fa ci disse: “La mia storia ha avuto senso se è servita a far capire al mondo la realtà di Cuba che non cambia”. Parlava della sua odissea, di quando durante i Giochi di Pechino ormai in Nazionale italiana, lottò per il visto: chiedeva di rientrare a Cuba per riabbracciare la mamma in fin di vita. Il visto arrivò, dietro le pressioni internazionali, soltanto quando ormai era troppo tardi. Per lei Cuba è una frontiera chiusa, ma nel cuore non è lontana come chi ci può tornare.
Elisa Chiari
Ma a Cuba non hanno vita facile. Domenica scorsa, stando alla denuncia delle stesse "Damas", la polizia ha bloccato la loro marcia e arrestato alcune di loro, sostendendo che le autorità devono essere informate delle manifestazioni almeno 72 ore prima. "Continueremo la nostra lotta pacificamente", ha dichiarato Bertha Soler, attivista del gruppo, "perché le strade di Cuba sono di tutti i cubani e tutti abbiamo diritto a camminare liberamente". Un mese fa un notiziario della televisione cubana ha addirittura accusato le "Damas" di provocazione, aggressione e ingiurie contro il Paese, definendole "mercenarie".
Del resto sull'isola - dove l'accesso a Internet e quindi a informazioni dall'esterno è limitatissimo - il regime castrista si avvale ancora del sostegno di chi rifiuta l'intromissione degli Stati Uniti e dell'Europa negli affari interni, rivendicando l'indipendenza di Cuba: la risposta del regime alle proteste internazionali ha mobilitato in primo luogo il mondo della musica, con il Concerto per la patria, all'Avana e a Santiago, che ha riunito 300 artisti, fra i quali Silvio Rodriguez, il più famoso cantautore cubano.
Con l'avvento di Barack Obama alla Casa Bianca, sembrava che si fosse aperto uno spiraglio tra Washington e L'Avana. Un anno fa, al vertice delle Americhe a Trinidad e Tobago, si era parlato di dialogo tra Stati Uniti e Cuba: in quella occasione Raúl Castro, fratello di Fidel e attuale presidente di Cuba, si era dichiarato aperto "a parlare di tutto, anche di diritti umani". Oggi, proprio sui diritti umani Cuba non vuole saperne di trattare.
Intanto, Guillermo Fariñas è rimasto l'unico detenuto politico a continuare lo sciopero della fame per i dissidenti incarcerati gravemente malati: Darsi Ferrer, in carcere da luglio 2009, l'ha interrotto dopo che le autorità cubane hanno acconsentito a sottoporlo a regolare processo e a garantirgli cure mediche. Noto attivista per i diritti umani e medico di 40 anni, nel 2006 Ferrer ha documentato l'uso della tortura a Cuba e denunciato le pessime condizioni in cui versano alcuni ospedali cubani.
Giulia Cerqueti
Cuba è lontana di là dall’Oceano. E il mondo nella quotidianità entra poco. La vita degli atleti cubani in Italia è uguale a quella degli altri atleti: campo di allenamento, gare, trasferta. Routine: famiglia, lavoro, spesa: la vita compressa di tutti, forse di più perché di mezzo ci sono le trasferte, in cui spesso vedi solo palazzetti dello sport, campi e aeroporti. Gli impegni di ogni giorno assorbono. Si pensa al tempo che non si fa, al salto che non viene, alla partita successiva. Alla famiglia si telefona, e un’intercontinentale costa, per dirsi come si sta, per parlare di sé. Non c’è tempo per chiedere di Raùl, la politica qui e là è un calore di fiamma lontana, soprattutto per chi non ha avuto grandi traumi nell’andarsene da Cuba.
Magdeline Martinez, in Italia dal 2000 e Libania Grenot, quattrocentista, da tre anni qui, hanno avuto subito documenti regolari, sono diventate italiane sposando italiani, senza prima fuggire, vanno e vengono da Cuba quando vogliono. Non hanno vissuto il trauma della dissidenza in modo diretto. Al telefono Magdeline Martinez è sincera: “Leggo pochissimo i giornali. La Tv non la guardo più da un pezzo, sono così noiosi i programmi che fa. Non so nulla. Che succede a Cuba?” . Le parliamo di Raùl, dei barbieri che potranno affittare il loro negozio e gestirlo in proprio come in un mercato economicamente libero. “Se è così, è una bella cosa positiva, significa che anche Cuba sta ragionando di un’apertura, è un passo avanti che si fa”.
Magdeline non era nata nel 1968 quando Castro mise sotto il controllo dello Stato anche le piccole imprese, non ha ricordi precisi diretti di com’era prima e quelli indiretti sono sfocati: “Eravamo bambini, sentivamo a volte i grandi parlarne tra loro, ma non troppo. Non ci coinvolgevano nelle loro preoccupazioni, ci lasciavano crescere sereni con i pensieri dei bambini. Per noi che ci siamo cresciuti dentro Cuba era normale così, era l’unica realtà che conoscevamo. Ho cominciato che ero piccola la scuola dello sport e alla fine ho ritrovato in Italia molti degli amici di allora: quelli della pallavolo , del judo, dell’atletica, anche perché stavamo tutti nella stessa scuola, ci si conosceva tutti. Ma non è che, quando ci si incontra, si parli sempre della realtà di Cuba”.
Libania Grenot cade proprio dalle nuvole: “Sono al campo di allenamento, ho pochi minuti”. Le raccontiamo dei negozi di parrucchiere: “Ma davvero? Lo dico subito a mia madre che è qui in Italia in questi giorni. Mi sembra che un piccolo cambiamento sia positivo”. Piccolo o grande?: ” Grande nel senso che mi sembra importante, ma vorrei che fosse un cambiamento piccolo in principio, graduale. Una svolta improvvisa, troppo ampia, mi spaventa: temo che i poveri diventerebbero ancora più poveri. Come la vivano a Cuba non saprei dire, non ho avuto contatti. Quando parlo con i miei mica parliamo di politica e i miei amici cubani in Italia sono qui come me perché hanno i documenti in regola e si sono sposati qui oppure con una carta di invito o di lavoro: non è che si parli sempre di Cuba”.
Sarebbe bello sapere che cosa ne pensa Tai Aguero, lei che non troppi giorni fa ci disse: “La mia storia ha avuto senso se è servita a far capire al mondo la realtà di Cuba che non cambia”. Parlava della sua odissea, di quando durante i Giochi di Pechino ormai in Nazionale italiana, lottò per il visto: chiedeva di rientrare a Cuba per riabbracciare la mamma in fin di vita. Il visto arrivò, dietro le pressioni internazionali, soltanto quando ormai era troppo tardi. Per lei Cuba è una frontiera chiusa, ma nel cuore non è lontana come chi ci può tornare.
Elisa Chiari


