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In 129 pagine fitte di rilievi, il Massimario della Corte di Cassazione, l’ufficio che estrae le massime dalle sentenze della suprema Corte, in una delle tante sue relazioni sulle novità legislative, ha individuato tante criticità nel Decreto sicurezza. Niente di troppo inedito, erano criticità molto emerse nel corso delle audizioni di addetti ai lavori e che avevano preceduto il testo del Decreto legge entrato in vigore l’11 aprile. Già ai primi di maggio 237 professori universitari di diritto pubblico avevano firmato un appello, in cui si evidenziavano potenziali rischi di incostituzionalità per i motivi di metodo e di merito, che sono anche al centro della relazione del Massimario: da una parte sono sotto la lente i requisiti di necessità e urgenza previsti per il Decreto legge, dall’altra la grande eterogeneità delle norme che vi sono contenute e poi i tanti problemi interpretativi e gli interventi sull’inasprimento delle pene che potrebbero mettere a repentaglio il principio di proporzionalità della pena rispetto alla gravità del reato commesso e al contempo le tutele rafforzate per alcune categorie che potrebbero nell’insieme rendere le persone meno uguali davanti alla legge.
Abbiamo chiesto a Roberto Bin, professore emerito di Diritto Costituzionale a Ferrara, tra i più abili a spiegare con parole semplici, di aiutarci a interpretare il tema di cui si discute.
Professor Bin, la relazione fa discutere, il Ministro Nordio si è detto "sorpreso". È normale che il Massimario relazioni su un decreto legge, è normale che la relazione diventi pubblica?
«Uno dei compiti dell’ufficio del Massimario, che si chiama così perché estrae massime di giurisprudenza dalle sentenze della Cassazione di cui fa parte, ha tra i suoi compiti quello di aiutare i giudici a muoversi uniformemente nel marasma della giuriprudenza (ossia delle sentenze della Cassazione, che costituiscono precedenti, ancorché non vincolanti, ndr.): parlo di marasma perché la Cassazione italiana, carica di circa 100mila casi l’anno, produce solo nel penale 50mila sentenze l’anno, altrettante nel civile: una mole inaffrontabile, che non ha eguali nel mondo. Il compito del Massimario è aiutare i giudici a orientarsi in questa quantità e a capire quali sono gli indirizzi della giurisprudenza per intepretare correttamente le leggi. Tra i vari compiti c’è anche quello di relazionare sulle novità legislative sulle quali c’è bisogno di informare i giudici per dare uniformità al loro modo di affrontarle. È il caso del cosiddetto Decreto sicurezza, ma queste relazioni si trovano tutte pubblicamente sul sito della Cassazione e sono ordinaria amministrazione».
Perché allora si discute tanto di questo caso?
«Perché i giudici del Massimario si sono trovati davanti a un guazzabuglio di norme, molto diverse tra loro, difficili da capire: una legislazione voluta con un profilo ideologico ma non filtrata da un adeguato profilo tecnico».
Un modo elegante per dire che non sono scritte tecnicamente al meglio?
«La prima cosa, che già tutte le audizioni di esperti avevano evidenziato, è che questo testo, nato da un disegno di legge già approvato in parte, è al di fuori di ogni ipotesi costituzionale, viziato in origine non ha i requisiti di necessità e urgenza previsti dalla Costituzione per il Decreto legge. Ma, al centro della relazione del Massimario, ci sono soprattutto i problemi interpretativi: norme difficili da capire, altre che rischiano di produrre effetti non voluti: quelle sulla canapa, per esempio, in alcuni punti rischiano di distruggere un intero segmento di produzione agricola e industriale che nulla ha a che fare con le droghe che volevano essere il bersaglio».
Cambiare così spesso le norme può rallentare una giustizia che già arranca?
«Sicuramente, ma peggio fa il cambiarle con una tecnica legislativa carente. Nei giorni in cui è stato approvato il Decreto sicurezza ho aperto la legge britannica sulla sicurezza: in un Paese in cui il il precedente è vincolante e si viene da tre secoli di tensione tra Parlamento che produce le leggi e i giudici chiamati a interpretarle e applicarle, le leggi sono scritte in modo molto capillaere: la legge sulla sicurezza ha un allegato in cui si spiega che cosa si intende per ‘bevanda’. Da noi si dice ai giudici che devono stare al loro posto e limitarsi ad applicare senza interpretare - tecnicamente una sciocchezza - e lo si fa dando loro leggi vaghe e oscure, con maglie di interpretazione molto larghe».
Per il cittadino è difficile capire, come ricade tutto questo su di lui?
«Per esempio in tema di certezza della pena (se commetti un’azione devi sapere che quell’azione è reato e che cosa rischi se la commetti, ndr.) e in tema di principio di eguaglianza: perché lo stesso borseggio è più grave se commesso dentro la stazione degli autobus anziché in mezzo a una strada? Gli avvocati hanno ironizzato spiegando che scrivendo di reati contro il patrimonio si fa sì che un peculato sia più grave se commesso sotto la pensilina della stazione che in un Ministero, non ha senso. E che cosa vuol dire "nelle adiacenze della stazione"? Quanti metri servono per stabilire se c’è o non c’è l’aggravante? Io capisco che la logica sia contrastare i borseggi nelle stazioni, ma scrivendo tecnicamente male, si danno leggi incerte, intepretazioni difficili e processi più lunghi. Siccome è difficile contrastare i reati da strada solo minacciando pene più alte, è probabile che ne esca solo una sicurezza psicologica, mentre quella reale sarà resa diffiicile da una giustizia che rallenterà per colpa delle difficoltà intepretative: la legge dovrebbe dare certezza e invece darà incertezza applicativa: accadrà di sicuro con la norma sull’occupazione delle case, scritta in modo molto impreciso. E accadrà perché si moltiplicheranno le ordinanze dei giudici che solleveranno questioni di legittimità costituzionale e sarà necessario attendere la risposta della Corte costituzionale, sempre prudente, ma che di fronte a questo dedreto dovrà intervenire. Ne sortirà una giustizia più lenta».
La sicurezza spesso è un problema dei poveri, dei quartieri difficili, tanti cittadini anziani si sentono fragili, ostaggio di truffe e di vicinati difficli?
«Vero, ma l’aumento delle pene da solo non induce a desistere da reati così diffusi, tanto più che abbiamo un Paese con delle carceri sovraffollate e in condizioni indecenti, in violazione delle norme internazionali».
Fanno discutere la criminalizzazione della resistenza passiva in carcere e la richiesta ulteriore di "scudo" alle forze dell’ordine. Si rischia un diritto orwellino di cittadini più e meno uguali?
«Con questa legge oggi sarebbe punibile uno che in carcere fa sciopero della fame o rifiiuta l’ora d’aria senza rompere nulla e senza commettere violenza alcuna, è il principio della resistenza passiva di Gandhi, che fino a poco tempo fa era considerato un modello dissenso civile e intanto nello stesso testo si aumenta il potere dei segreti, in materia di terrorismo, dando mani più libere che vanno anche oltre gli infiltrati, in un Paese che ha conosciuto implicazioni dei servizi deviati nelle stragi del terrorismo nero anni Settanta. A me pare pericolosissimo. Potrebbero sorgere problemi con l’articolo 3 della Costituzione, che chiede che i cittadini siano uguali davanti alla legge».
In questi giorni si parla molto anche dei rapporti tra il Presidente Trump e la Corte Suprema americana. è una realtà confrontabile con quella italiana?
«No, non sono confrontabili. Oggi Trump ha la maggioranza in Corte suprema, perché ha nominato la maggior parte dei giudici, una cosa clamorosa mai accaduta in America. Noi non abbiamo questo problema, perché la nostra Corte costituzionale ha una composizione bilanciata, nominata in parte dalle magistrature, in parte dal Parlamento, in parte dal Presidente della Repubblica. E’ vero che ha fatto discutere la nomina contemporanea dei quattro giudici scelti dal Parlamento, ma la nostra Corte rispetto a quella americana è molto più equilibrata e porporozionata».
Fa discutere anche l’applicazione del taglio di emendamenti detto ‘canguro’ alla riforma costituzionale della separazione delle carriere dei magistrati, che cosa significa?
«Il cosiddetto "canguro" è uno strumento normale di prassi per contrastare l’ostruzionismo parlamentare, ma una cosa sono le leggi ordinarie una cosa è una riforma costituzionale: dato che sono strumenti con cui la maggioranza riesce a togliere spazi alle minoranze, possono diventare un problema se diventano tecniche anti dibattito, di marginalizzazione del Parlamento. In questi casi se la minoranza subisse un serio vulnus la possibile reazione potrebbe essere la sollevazione del conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale».




