Quello che emerge dall'inchiesta sulle chat in cui migliaia di uomini si scambiavano consigli su come sedare, drogare e stuprare donne non è il comportamento deviato di pochi individui. È una delle espressioni più esplicite della cultura dello stupro: un sistema di valori, linguaggi e pratiche che rende la violenza sessuale pensabile, condivisibile e, in alcuni contesti, persino motivo di complicità tra uomini.

In queste conversazioni non si costruisce soltanto un repertorio di tecniche per aggredire. Si costruisce una comunità che legittima la violenza, incoraggia chi la commette e trasforma lo stupro in un sapere da condividere. È questo l'aspetto più inquietante: la violenza sessuale non viene vissuta come una trasgressione, ma come un comportamento da pianificare e perfezionare insieme.

Al centro di tutto c'è l'utilizzo della fiducia delle donne come strumento di aggressione. Le indicazioni riguardano situazioni quotidiane: un appuntamento, una festa, un incontro tra persone che si conoscono. La fiducia viene trasformata in vulnerabilità, la normalità in occasione di controllo. Ed è proprio questo a ricordarci che la responsabilità della violenza è sempre e solo di chi la commette, mai delle donne che si fidano, che accettano un invito o che credono di poter vivere relazioni senza dover costantemente valutare il rischio di essere aggredite.

Queste chat raccontano anche il profondo senso di impunità con cui molti uomini agiscono. Chi scrive quei messaggi ritiene improbabile essere scoperto, denunciato o condannato. Ma soprattutto conta sulla convinzione che altri uomini comprenderanno, minimizzeranno o giustificheranno quei comportamenti. L'impunità non nasce solo dalle difficoltà nel reprimere il reato: nasce da una cultura che ancora oggi mette in discussione la parola delle donne, cerca attenuanti per gli autori e continua a trattare la violenza sessuale come un fatto eccezionale invece che come un fenomeno strutturale della disuguaglianza tra uomini e donne.

Per questo la risposta non può limitarsi alla chiusura di una chat o alla punizione dei singoli responsabili. Servono indagini efficaci e piattaforme chiamate ad assumersi le proprie responsabilità, ma serve soprattutto un cambiamento culturale.

È necessaria una stigmatizzazione culturale della cultura dello stupro. Deve diventare socialmente inaccettabile qualsiasi forma di complicità, minimizzazione o giustificazione della violenza sessuale. Gli uomini devono assumersi la responsabilità di interrompere quella solidarietà maschile che troppo spesso protegge gli autori invece delle vittime. La società, le istituzioni, la scuola, i media devono contribuire a costruire una cultura fondata sul consenso, sul rispetto e sull'autodeterminazione delle donne.

Sabrina Frasca, Direttivo Associazione Nazionale Differenza Donna

La cultura dello stupro non nasce nelle chat. Le chat sono il luogo in cui questa cultura si manifesta senza più vergogna, convinta di poter restare invisibile. Contrastarla significa rendere la violenza maschile motivo di condanna sociale e non di appartenenza, perché solo riconoscendo la cultura dello stupro come un problema collettivo sarà possibile prevenirla e non limitarci, ogni volta, a indignarci dopo l'ennesima violenza.