Vittima della più vigliacca delle forme di violenza sessuale, Gisèle Pelicot, la donna francese che per dieci anni è stata narcotizzata e violentata dal marito e da almeno altri 50 uomini, è diventata un simbolo per tante donne. Quando, per un’indagine sul marito per un caso di molestie in un centro commerciale, è emersa la verità – che non ha travolto solo la sua vita ma anche quella dei tre fi gli e dei nipoti – avrebbe potuto crollare. E invece ha deciso di rinunciare al processo a porte chiuse processo che ha visto la condanna di tutti gli imputati) e ha reso pubblica la sua vicenda, che ha poi raccontato nel libro Un inno alla vita (Rizzoli). In occasione del suo tour di presentazione in Italia, l’abbiamo incontrata: una donna dal volto segnato, ma dallo sguardo limpido, curata nell’aspetto, mite e al contempo fiera.

Gisèle, che cosa l’ha spinta a volere un processo a porte aperte, a cui ha voluto essere sempre presente?

«Non è stata una decisione immediata. Ho avuto bisogno di isolarmi, per riprendermi la mia vita. Poi ho pensato che se il processo fosse rimasto a porte chiuse, mi sarei ritrovata dentro una gabbia con i miei aguzzini, vivendo da sola una sorta di inferno. E allora ho deciso di aprire quelle porte, non solo per me ma nella consapevolezza di rappresentare tutte le donne che hanno subito violenza. La prima reazione delle vittime è la vergogna, il senso di colpa, perché se ti accade una cosa così ti chiedi che cosa hai fatto per meritartela. E invece, come è scritto anche nella copertina del libro, la vergogna deve cambiare lato: sono loro a doversi vergognare».

Chi l’ha aiutata in questo percorso così coraggioso?

«Ogni giorno fuori dal tribunale trovavo sempre più donne che mi aspettavano e che si riconoscevano in me. Al mio fianco ho avuto dei meravigliosi avvocati, amici, i familiari e le associazioni a tutela del- le donne come #NousToutes e Fondation des Femmes. Sono battaglie che non si possono portare avanti da sole».

Perché ha deciso di mantenere il co-nome di un marito stupratore, malgrado il divorzio e la sua condanna?

«L’ho fatto per mantenere un legame con la mia famiglia e soprattutto perché i miei nipoti non dovessero vergognarsi del loro cognome, ma anzi lo sentissero come motivo di orgoglio. E così è stato, perché loro vanno a scuola e in classe i professori hanno parlato ai compagni di quello che è

accaduto alla loro nonna».

La sua vicenda può rappresentare un esempio di speranza non solo per le donne vittime di violenza, ma per chiunque abbia vissuto un trauma terribile?

«Sono felice di essere un esempio di resilienza. Perché dopo esperienze di gran- de sofferenza si può trovare dentro e fuori di noi la forza di rialzarsi, per risorgere dalle proprie ceneri».

Immaginiamo che molte donne l’abbiano contattata e lo continueranno a fare. Che cosa le dicono o le chiedono?

«Ho ricevuto migliaia di lettere da tutto il mondo da parte di donne che si identificano in me. I loro racconti sono terribili: stupri, incesti, storie così dolorose che talvolta dovevo smettere di leggere perché venivo riassalita anche dalla mia sofferenza. E poi ci sono donne, anche molto giovani, che mi fermano per strada, confidando a me cose che ad altri non hanno il coraggio di dire. A 20-30 anni non credo che avrei avuto la stessa forza di oggi. Ma non sono né una psicologa né un medico, e l’unica cosa che posso fare è esortarle a chiedere aiuto, a rivolgersi alle persone giuste».

Dopo l’inchiesta e il processo è emerso che il suo non sia stato un caso isolato e che altri uomini abbiano inflitto lo stesso genere di violenza alle loro compagne?

«Quando ho scoperto cosa avevo subito per dieci anni credevo che questa aberrazione riguardasse solo la mia storia. Invece la sottomissione chimica è una forma di violenza diffusa e ogni giorno emergono casi simili al mio che coinvolgono tal- volta anche i bambini».

La sua vicenda ha colpito anche gli uomini?

«Ci tengo a precisare che non colpevolizzo tutti gli uomini. E poi sì, molti uomini mi hanno testimoniato di aver preso coscienza di certe dinamiche malsane nel rapporto uomo-donna e di volerle cambiare. Il lavoro più grande deve farlo l’educazione al rispetto dell’altro».

Nel suo libro non mostra sentimenti di vendetta o odio verso il suo ex marito, quanto piuttosto il desiderio di capire come sia stato possibile che l’uomo da cui si è sentita amata abbia potuto arrivare a tanto. Considera in un certo senso anche Dominique Pelicot una vittima?

«Ho condiviso con il signor Pelicot cinquant’anni di vita e non posso rinnegare tutti i miei ricordi: crollerei. Ho avuto bisogno di dire a me stessa che non tutto quello che avevo vissuto era una menzogna.

Certo, il mio ex marito ha avuto un’infanzia costellata di violenza fisica e abusi, ma poi è stato lui a scegliere di andare verso i bassifondi dell’anima invece che verso la luce e deve pagare per quello che ha fatto».

Come definirebbe la Gisèle di oggi?

«Sono una donna in pace, serena, che ha ritrovato la fiducia negli esseri umani».