Si chiama "Digital tax" ed è un'imposta che punta a far pagare i giganti del Web. E per loro è quasi finita la pacchia: il premier Matteo Renzi ha parlato di introdurla dal gennaio 2017. Il gettito stimato per il Fisco italiano sarebbe attorno ai 2-3 miliardi, ma al momento la misura non verrebbe inserita nella Legge di Stabilita: il nostro ministero dell'Economia sta ancora lavorando nel bureau sulla digital economy attivato in sede Ocse dai principali Paesi industrializzati. Difficile - come ipotizza il sottosegretario all'Economia Enrico Zanetti - che la norma possa essere anticipata al 2016. Renzi ne ha parlato a sorpresa in questi termini: «Dopo aver aspettato per due anni una legge europea, dall'1 gennaio 2017 immaginiamo una "Digital tax" che vada a colpire con meccanismi diversi, per far pagare tasse nei luoghi in cui sono fatte transazioni e accordi».
L'annuncio, ovviamente, ha alimentato il dibattito politico. Gianfranco Librandi, Scelta Civica: «Quello della tassazione dei servizi realizzati in Italia dalle multinazionali è sicuramente una questione da affrontare a livello nazionale, comunitario e in ambito internazionale. Vanno però evitate soluzioni semplicistiche: nel 2013, proprio insieme a Renzi, allora solo segretario del PD, bloccammo il tentativo di parte del suo partito di introdurre una "web tax" pasticciata e controproducente, che era chiaramente in violazione della normativa europea sull'IVA e sulla libertà di stabilimento. Diverso è se, come pare, il premier pensa a una soluzione simile a quella introdotta recentemente nel Regno Unito dal premier Cameron e dal Cancelliere dello Scacchiere Osborne, e cioè una maggiorazione della tassazione sul reddito per le società extra-comunitarie che realizzano in Italia ricavi particolarmente elevati».
Gli ha fatto eco Francesco Boccia, del Partito Democratico, presidente della commissione Bilancio: «Che la chiamino webtax, digital tax oppure equal tax non ha importanza. L'equità fiscale nell'economia digitale è un principio sacrosanto, purché paghino le tasse le cosiddette OTT», dove OTT sta per over-the-top content, cioè quelle imprese che agiscono al di sopra delle Reti, e che forniscono attraverso Internet servizi, contenuti e applicazioni di tipo "rich media" (ossia pubblicità che appaiono “sopra” la pagina di un sito mentre lo si visita e che dopo una certa durata scompaiono), e che generano ricavi in prevalenza dalla vendita di contenuti e servizi agli utenti finali - per esempio l'iTunes di Apple - o di spazi pubblicitari come Google e Facebook. «In altre parole», sottolinea Boccia, « il punto è come trovare il modo di far pagare alle aziende della cosiddetta economia digitale le imposte nel Paese in cui fanno business».
La questione della imposizione delle transazioni digitali e in particolare la lotta alla pianificazione fiscale aggressiva delle grandi multinazionali del settore, che concentrano i loro profitti nei paradisi fiscali, è sul tavolo OCSE da qualche anno e il primo studio con le proposte è del luglio 2013. Lo ricorda Luciano Monti, docente di Politica economica europea all'Università Luiss e coordinatore dell'Osservatorio economico-internazionale della Fondazione Bruno Visentini: «Tale studio pone le basi per la definizione delle stabili organizzazioni virtuali (diverse quindi dalla organizzazione materiale del provider o motore di ricerca) ed è alla base anche della proposta del Governo italiano (art. 1 della proposta di legge d’iniziativa dei Deputati Quintarelli e Sottanelli). Anche l’Europa non è stata a guardare e la Commissione ha formulato in proposito già due Raccomandazioni e una Comunicazione sin dal 2012». 
Secondo gli esperti dell'Osservatorio economico-internazionale della Fondazione Bruno Visentini, l’Europa pone in particolare l’accento sulla necessità di limitare le ipotesi di completa esenzione e di rinegoziare le convenzioni stipulate con paradisi fiscali che non rispettano le norme minime di “buona governance”. «A livello specifico di commercio elettronico», spiega ancora Luciano Monti, «è poi previsto che la Commissione si impegni a collaborare in sede OCSE per la tassazione del commercio elettronico, definendo norme internazionali appropriate. A livello dei Paesi membri vi sono state delle iniziative significative in Inghilterra (con la Diverted profit tax in vigore dall’aprile di quest’anno) e in Spagna (con la cosiddetta Google Tax). La proposta italiana pare ripercorrere il percorso della iniziativa inglese aggiungendovi però anche (artt. 2 e 3) lo strumento della ritenuta alla fonte». 
Quale potrebbe essere l'impatto concreto della "Digital tax" annunciata dal Presidente del Consiglio? Risponde il professor Monti: «Difficile in questa fase fare una stima dell’impatto economico della combinata applicazione delle due anime della proposta di legge, il cui successo è legato da un lato all’avvio di iniziative analoghe negli altri Paesi e dall’altro dalla reale capacità del fisco italiano di dare concreta e trasparente attuazione a due strumenti che potrebbero in taluni casi sovrapporsi».