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Ho 32 anni e dopo un anno di fidanzamento io e il mio compagno iniziamo a parlare di matrimonio. Tutto questo mi rende felice, ma sono afflitta da una preoccupazione. Nella sua famiglia ci sono due casi di disturbo bipolare, nello specifico uno zio e sua madre. Ho sentito parlare del fatto che questi disturbi possono essere ereditari e questo mi fa temere che il mio compagno o in futuro i nostri fi gli potrebbero ammalarsi. Che cosa è giusto fare in questi casi?
Carla
Risponde Francesco Vincelli: psicologo, psicoterapeuta docente di psicoterapia Aimc
Il disturbo bipolare fa parte dei disturbi dell’umore ed è una condizione psicopatologica caratterizzata da fasi di significativa depressione e da altre cosiddette maniacali in cui il soggetto, per un tempo non inferiore a una settimana, manifesta un umore anormalmente elevato, idee di grandiosità, diminuito o assente bisogno di sonno, eccessiva loquacità e rapidità del pensiero, scarsa attenzione, agitazione psicomotoria ed eccessivo coinvolgimento in attività ludiche che comportano conseguenze dannose (eccessi nel comprare, investimenti in affari avventati, comportamenti sessuali sconvenienti).
Queste forme di sofferenza psicologica affliggono la qualità della vita di due persone su cento, compromettendo in modo significativo i rapporti interpersonali e la capacità lavorativa di chi ne soffre, con inevitabili ripercussioni nel contesto familiare. Dall’inizio del secolo scorso a oggi le teorie che sono state avanzate per spiegare questa alternanza di stati dell’umore così estremi sono tante. Una fra le più consistenti spiega che queste fasi di umore estremamente elevato sono una reazione all’insostenibilità della disperazione: pensieri e comportamenti grandiosi tipici della fase maniacale servono per evitare che i pensieri depressivi diventino consapevoli e abbiano la meglio. Nell’approccio terapeutico a queste persone, spesso rileviamo una difficoltà da parte dei familiari a sviluppare un rapporto compassionevole nei confronti del soggetto bipolare: è più facile avere comprensione e rispetto verso una persona depressa piuttosto che considerare vittima di un disturbo colui che manifesta un comportamento scellerato e sopra le righe.
La psicoterapia e la psicofarmacologia hanno fatto passi da gigante nella cura di queste forme di disagio e oggi è possibile migliorare in modo significativo la qualità della vita di chi ne soffre e dei familiari. Questo grazie alla ricerca scientifica che ci ha permesso di superare modelli di spiegazione delle malattie mentali riduttivi e obsoleti. Alle preoccupazioni della nostra lettrice possiamo rispondere con un buon grado di certezza, dicendo che i modelli di spiegazione su base unicamente genetica non hanno trovato sostegno in nessuna ricerca. Il disturbo di cui parliamo, così come tanti altri, è il risultato dell’interazione tra eventi di vita traumatici, vulnerabilità individuale, fattori biologici, psicologici e sociali che si influenzano reciprocamente. Il fattore biologico/genetico può solo creare una predisposizione, che in assenza degli altri fattori non si esprimerà mai nel corso della vita. Non basta dunque avere un familiare bipolare per ereditarne il gene e ammalarci a nostra volta.
La preoccupazione di Carla potrebbe addirittura essere ribaltata. Non è facile crescere e vivere accanto a una madre bipolare; comporta sofferenze, disagi emotivi e spesso forti preoccupazioni, ma confrontarsi e reagire a un ambiente del genere può far diventare più forti e resistenti allo stress. Ciò che non uccide fortifica, come direbbe Friedrich Nietzsche (a sua volta bipolare), affermando nell’opera Ecce homo che la malattia può rappresentare un’energica stimolazione a oltrepassare i propri confini e raggiungere una nuova competenza e consapevolezza.
Carla
Risponde Francesco Vincelli: psicologo, psicoterapeuta docente di psicoterapia Aimc
Il disturbo bipolare fa parte dei disturbi dell’umore ed è una condizione psicopatologica caratterizzata da fasi di significativa depressione e da altre cosiddette maniacali in cui il soggetto, per un tempo non inferiore a una settimana, manifesta un umore anormalmente elevato, idee di grandiosità, diminuito o assente bisogno di sonno, eccessiva loquacità e rapidità del pensiero, scarsa attenzione, agitazione psicomotoria ed eccessivo coinvolgimento in attività ludiche che comportano conseguenze dannose (eccessi nel comprare, investimenti in affari avventati, comportamenti sessuali sconvenienti).
Queste forme di sofferenza psicologica affliggono la qualità della vita di due persone su cento, compromettendo in modo significativo i rapporti interpersonali e la capacità lavorativa di chi ne soffre, con inevitabili ripercussioni nel contesto familiare. Dall’inizio del secolo scorso a oggi le teorie che sono state avanzate per spiegare questa alternanza di stati dell’umore così estremi sono tante. Una fra le più consistenti spiega che queste fasi di umore estremamente elevato sono una reazione all’insostenibilità della disperazione: pensieri e comportamenti grandiosi tipici della fase maniacale servono per evitare che i pensieri depressivi diventino consapevoli e abbiano la meglio. Nell’approccio terapeutico a queste persone, spesso rileviamo una difficoltà da parte dei familiari a sviluppare un rapporto compassionevole nei confronti del soggetto bipolare: è più facile avere comprensione e rispetto verso una persona depressa piuttosto che considerare vittima di un disturbo colui che manifesta un comportamento scellerato e sopra le righe.
La psicoterapia e la psicofarmacologia hanno fatto passi da gigante nella cura di queste forme di disagio e oggi è possibile migliorare in modo significativo la qualità della vita di chi ne soffre e dei familiari. Questo grazie alla ricerca scientifica che ci ha permesso di superare modelli di spiegazione delle malattie mentali riduttivi e obsoleti. Alle preoccupazioni della nostra lettrice possiamo rispondere con un buon grado di certezza, dicendo che i modelli di spiegazione su base unicamente genetica non hanno trovato sostegno in nessuna ricerca. Il disturbo di cui parliamo, così come tanti altri, è il risultato dell’interazione tra eventi di vita traumatici, vulnerabilità individuale, fattori biologici, psicologici e sociali che si influenzano reciprocamente. Il fattore biologico/genetico può solo creare una predisposizione, che in assenza degli altri fattori non si esprimerà mai nel corso della vita. Non basta dunque avere un familiare bipolare per ereditarne il gene e ammalarci a nostra volta.
La preoccupazione di Carla potrebbe addirittura essere ribaltata. Non è facile crescere e vivere accanto a una madre bipolare; comporta sofferenze, disagi emotivi e spesso forti preoccupazioni, ma confrontarsi e reagire a un ambiente del genere può far diventare più forti e resistenti allo stress. Ciò che non uccide fortifica, come direbbe Friedrich Nietzsche (a sua volta bipolare), affermando nell’opera Ecce homo che la malattia può rappresentare un’energica stimolazione a oltrepassare i propri confini e raggiungere una nuova competenza e consapevolezza.



