«Quando siamo partiti con Exodus, 40 anni fa», racconta don Antonio Mazzi, «il Leoncavallo era già lì: quello che oggi mi meraviglia è che in tutto questo tempo un fatto relativamente piccolo, come un Centro sociale in uno spazio occupato, sia stato trasformato in una questione di proporzioni astronomiche. Mentre sono convinto che la questione si sarebbe potuta e dovuta risolvere in modo pacifico già trent’anni fa (quando nel 1994 il Centro sociale è stato spostato dove è ora, ed erano gli anni in cui la tensione era molto più alta di ora, ndr.) in una maniera molto più semplice, che avrebbe aiutato tutti a capire che ci sono certe situazioni che si possono affrontare in modo diverso, in modo più educato, in modo più paziente, senza arrivare al muro contro muro e a mettere in campo squadroni di Polizia, quasi fosse una guerra civile. Dappertutto sempre ci sono alcune persone, alcuni ragazzi, che hanno bisogno di vedere e sognare una società diversa, è un fatto inevitabile trasversale alle società e forse è anche giusto che sia così. Se trent’anni fa avessimo accettato questi ragazzi, forse avremmo potuto “interpretarli” e aiutarli a interpretare questa società e ci saremmo potuti arrivare per un approccio diverso, da quello che poi è sfociato trent’anni dopo nel dispiegamento di centinaia di agenti di polizia per liberare una casa occupata, ormai quasi vuota di occupanti, in un giorno d’agosto».

Il punto ovviamente non è legittimare l’occupazione trentennale di una proprietà privata, ignorando le istanze del proprietario, alle sentenze che gli riconoscono il suo diritto e anche a quella del 2024 che ha condannato il ministero dell’Interno a risarcirlo, ma il fatto che in 30-40 anni ci sarebbe stato il tempo di cercare una soluzione per liberare l’area privata dando contemporaneamente un'alternativa, per esempio, dando a Milano contemporaneamente in gestione al centro sociale, che da tempo sembra aver perso la carica di tensione e che ne ha contraddistinte altre stagioni - si pensi alla violenta reazione al primo sgombero nel 1989 sfociato in arresti e feriti - uno dei tanti spazi pubblici dismessi o un'area privata in disuso di concerto con il proprietario.  Qualcosa che si sarebbe potuto prevedere nel tempo di concerto con l’amministrazione comunale, che invece sarebbe stata avvisata solo all’ultimo dell'iniziativa di sgombero attivata da Roma, in anticipo rispetto allo sfratto programmato per il 9 settembre prossimo.

La parola d’ordine di don Mazzi è da sempre la stessa: «Parlare, comunicare, cercare una via di dialogo: «Quello che ho cercato di fare per 40 anni, aprendo una breccia di comunicazione con tutti: con i tossici, con i terroristi, la comunicazione è l'unico modo per affrontare le difficoltà sociali, quelle grosse e quelle piccole. Il mio modesto parere, di prete che vive in mezzo ai disagi e alle difficoltà sociali, è: torniamo a parlarci, torniamo a comunicare, lasciamo da parte le forze dell’ordine, e cerchiamo di trattarci da umani, sapendo che i diversi ci sono sempre stati e che non sono una disgrazia ma una ricchezza».