Quando venne ucciso, il 23 agosto 1923, don Giovanni Minzoni aveva avviato l’esperienza scout ad Argenta da appena due mesi. I “suoi ragazzi” però non hanno dimenticato la sua testimonianza e ora AGESCI, MASCI e Scout-d’Europa FSE ne chiedono la beatificazione. Lo scorso 23 agosto, in occasione dell’anniversario dell’omicidio a opera di squadristi fascisti, i presidenti delle tre associazioni cattoliche italiane hanno consegnato a monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna, una lettera congiunta in cui domandano l’avvio dell’iter di canonizzazione: «Nel cuore delle guide e degli scout cattolici d’Italia vive questa speranza. Una testimonianza così autentica ci ha indotto ad avviare la richiesta per il processo di beatificazione». Per gli scout don Giovanni Minzoni fu «esempio di libertà, tolleranza e fede per tutti, prezioso testimone dell’educazione della gioventù ai valori cristiani della libertà e della pace».

«Don Giovanni è un martire», sintetizza Vittorio Pranzini, 79 anni, presidente del Centro studi ed esperienze scout Baden Powell di Firenze. «Negli anni la sua figura è stata per lo più tramandata come bandiera dell’antifascismo, ma ne va riconosciuta innanzitutto la santità cristiana».

Nato nel 1885 a Ravenna, don Minzoni fu ordinato sacerdote nel 1909. Sensibile alle istanze di rinnovamento sociale del tempo, dopo il seminario conseguì anche la laurea in Scienze Sociali a Bergamo. Designato poi parroco ad Argenta, un piccolo paese del Ferrarese, allo scoppio del primo conflitto mondiale partì come soldato e chiese di diventare cappellano militare. «Non era certo favorevole alla guerra ma – disse – voleva seguire i suoi ragazzi», ricorda ancora Pranzini.

Rientrato in parrocchia, fra le altre realtà promosse l’Azione cattolica, il teatro per i giovani e una cooperativa per aiutare le donne nel lavoro. Attento alle trasformazioni sociali, si adoperò per contrastare la diffusione della mentalità fascista. «Don Minzoni non guardava alla tessera ma cercava di incontrare e aiutare le persone. Per questo, pur in un contesto socialista, riuscì a coinvolgere la gioventù. Ad Argenia i fascisti tentarono di lanciare i Balilla ma non raccolsero adesioni!», dice ancora Pranzini.

In Emilia Romagna lo scautismo cattolico era nato nel 1916 grazie a don Emilio Faggioli, allora Assistente regionale dell’ASCI (l'Associazione Scouts Cattolici Italiani). Intravedendone le grandi potenzialità educative, e nonostante le criticità evidenti, don Minzoni fondò ad Argenia ben due Riparti (come si chiamavano allora) che riunivano 70 ragazzi. «Fu un atto coraggioso. Acquistò anche le uniformi per tutti e inviò alcuni giovani ai campi scuola per formarsi come educatori scout», ricorda ancora Pranzini.

C’è un episodio che ben fa intendere il carattere e il carisma del sacerdote. «L’8 luglio 1923, all’inaugurazione del gruppo, don Minzoni invitò don Faggioli per illustrare il metodo educativo scout», riprende Pranzini. «Nella cronaca della serata si legge dell'intervento di don Faggioli - “Noi intendiamo formare attraverso questo tirocinio degli uomini di carattere" - che fu interrotto dall’allora segretario del fascio di Argenta con le parole “c’è già Mussolini”. Seguì un po’ di trambusto che non impedì all’oratore di portare a termine la propria relazione “inneggiando ai giovani esploratori, con il largo cappello e il fazzoletto azzurro che attraverseranno la larga piazza di Argenta, cantando”. Allora lo stesso di prima ammonì: “In piazza non verranno”. Don Giovanni prese la palla al balzo e rispose perentoriamente: “Finchè c’è don Giovanni verranno anche in piazza”».

Conscio dei rischi che correva, don Minzoni non si fece intimidire. «Il decreto per lo scioglimento dello scautismo e delle altre associazioni giovanili è del 1929, ma negli anni precedenti le organizzazioni fasciste già erano attive: l’omicidio di don Minzoni fu il caso massimo ma fin dal 1922 ci furono decine di aggressioni dei giovani fascisti contro gruppi di esploratori nella sola Emilia Romagna».

Nel 1923 il sacerdote condannò apertamente la violenza squadrista, facendosi sentire anche per l’assassinio, sempre ad Argenta, del sindacalista socialista Natale Galba. Nell’estate dello stesso anno, ulteriori avvisaglie. Aveva 38 anni. «Attendo la bufera – scriveva nel suo diario –, la persecuzione, forse la morte per il trionfo della Corona di Cristo. La religione non ammette servilismi, ma il martirio». Il 16 agosto, al ritorno degli Esploratori dal campo scuola, si verificò un incidente fra un capo squadriglia e un giovane fascista. Il giorno dopo – è riportato da AGESCI nella serie I profeti dello scautismo – «una ventina di giovani fascisti si misero a girare in prossimità della canonica cantando inni fascisti che parodiavano inni religiosi nel quali i nomi dei santi venivano sostituiti con la parola “san manganello”. Ormai non si trattava più di episodi isolati, ma l’evidente espressione della volontà di impedire l’attività pastorale del parroco che si andava progressivamente concretizzando».

Pranzini ha conosciuto di persona Enrico Bondanelli, il giovane che era con don Minzoni la sera dell’aggressione: «Era il 23 agosto, don Minzoni fu colpito mortalmente alla nuca. La salma fu vegliata tutta la notte dagli scout». Il clima era teso e già inquinato di omertà. «Al funerale l’arcivescovo non partecipò e al suo posto mandò il segretario», appunta sempre Pranzini. Indagini e processo furono condizionati dall’ascesa del regime, esecutori e mandanti rimasero impuniti.

Dunque, se è vero che in Italia le vie dedicate al parroco emiliano non mancano, altrettanto chiaro è che la sua coraggiosa predicazione evangelica andrebbe conosciuta e valorizzata maggiormente. Oggi nel duomo di Argenta, accanto alla tomba di don Minzoni, sono conservati l’abito sacerdotale e il breviario del parroco. Poi il giglio, simbolo dello scoutismo, e i fazzolettoni dei tanti scout che qui lo ricordano nella preghiera. Nel 2023 ricorreranno i cento anni dell’assassinio: sarebbe bello si potesse ricordare il sacrificio di don Minzoni celebrandone innanzitutto la fede e l’impegno di sacerdote.

Nella foto: don Minzoni nell'immaginetta fatta stampare dai parrocchiani un mese dopo l'uccisione (Archivio AGESCI)