«C’è una porta nel cuore di Gerusalemme che da secoli viene chiusa ogni sera. È una porta di legno antico, consumata dalle mani di migliaia di custodi, di pellegrini, di pianti silenziosi, di madri che come La Madre, Maria, pregano e aspettano i loro figli, nella pancia di un luogo sacro come l’amore. È la porta del Santo Sepolcro ed ogni volta che si chiude, sembra che il mondo trattenga il respiro, che si fermi in un istante infinito, che pianga ed implori di rivedere le sue porte spalancate». Comincia così la Lettera per il tempo di Pasqua che monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Cei ha pubblicato la mattina del sabato del silenzio. «Quella porta», continua, »racconta qualcosa che nessun teologo ha mai potuto spiegare del tutto: il mistero di un Dio che si lascia rinchiudere; un Dio che accetta la pietra, che diventa granitico nell’amore, che accetta il sigillo, il buio. Un Dio che ha scelto di abitare il fondo del dolore umano per attraversarlo dall’interno, per toccarlo nella sua interezza».

E spiega che, «nella tradizione di Gerusalemme, le chiavi della Basilica del Santo Sepolcro sono affidate da secoli a una famiglia musulmana. È un paradosso che solo la storia sacra sa generare: la tomba del Figlio di Dio custodita da chi non lo riconosce come tale. Ma forse è proprio questo che ci dice qualcosa di essenziale: il Sepolcro appartiene all’umanità intera perché il dolore non ha religione, non ha volto e non ha storia e forse ha il volto ed è parte della storia di tutti e tutte noi».

Per chi è stato nella chiesa del Santo Sepolcro, quella che le autorità israeliane hanno chiuso per motivi di sicurezza dal 28 febbraio, vedere quelle porte serrate, proprio nei giorni più santi della nostra fede, ha un sapore amaro. Ma ancora più amaro è pensare ai nostri fratelli e sorelle cristiane e di altre religioni che in quei Paesi sono discriminati, perseguitati, uccisi. Amaro e doloroso pensare a quanti patiscono a Gaza, in Cisgiordania, in Libano.

Monsignor Savino parla di loro e di tutti «i crocifissi nella carne». Crocifissi che «stanno zitti, ammutoliti e sono i malati terminali che ogni giorno affrontano il calvario del dolore fisico con una dignità che lascia senza parole; sono i profughi che attraversano il mare su barche che non dovrebbero galleggiare, portando i propri figli come il Cireneo porta la croce e non perché lo abbiano scelto, ma perché non c’era altro da fare. Sono i bambini nelle zone di guerra, che non capiscono perché il mondo degli adulti abbia deciso di fare a pezzi il cielo sopra le loro teste mentre sognano costruzioni colorate. Sono le donne e gli uomini sopravvissuti a violenze che non si raccontano, che portano nella carne e nella memoria ferite che nessun medico sa come curare del tutto».

Ma «ogni anno, la mattina di Pasqua, quella porta antica del Santo Sepolcro viene aperta. Le chiavi tornano nelle mani dei custodi, i pellegrini entrano, la pietra è rotolata. Il buio è vinto».

La porta è aperta non solo a Gerusalemme, non solo nella storia di duemila anni fa. È aperta adesso, per voi, per ciascuno e ciascuna di voi, nel punto esatto in cui vi trovate: dentro la malattia, dentro il lutto, dentro la stanchezza, dentro il peccato, dentro la solitudine. La Risurrezione non è un evento del passato è una promessa viva, rinnovata, piantata nel mezzo della vostra vita reale».

La porta è aperta quando ciascuno di noi porta con sé la Pasqua, «non come un’abitudine religiosa, ma come un fuoco. Portatela a chi è solo, a chi non crede più di meritare nulla, portatela soprattutto a chi soffre in silenzio, a chi ha smesso di chiedere aiuto perché si è stancato di non ricevere risposta».

E conclude: «Voi siete la risposta che quel silenzio aspetta. Voi siete le mani del Risorto nel mondo. E ogni volta che aprirete una porta a qualcuno che stava fuori al freddo, sarà ancora Pasqua».