Dopo diciannove anni dalla nascita del precedente figlio, Richard Gere all’età di 69 anni è diventato di nuovo papà. Nei giorni alcuni media riportavano la notizia che a Cerignola (Foggia) un uomo è diventato padre a 93 anni. Insomma, la paternità “attempata” fa notizia. Nessuno può entrare nelle singole storie di vita. Le cronache rosa affermano che questa è la fase di vita in cui Richard Gere ha finalmente conosciuto la vera felicità.

Rimane in tutti il quesito: un padre attempato è una risorsa per la crescita di un figlio? Gli uomini hanno la fortuna di non dover sottostare ai limiti che l’orologio biologico impone alle donne. Anche in andropausa – l’equivalente maschile della menopausa – l’uomo può concepire e diventare padre. Pur avendo un ridotto potenziale di fertilità, la paternità per l’uomo è un evento possibile anche in età avanzata. E se è pure vero che le notizie di un padre novantenne sono così rare da far pensare a una bufala, è indubbio che negli ultimi anni abbiamo avuto più volte informazione di uomini famosi divenuti papà all’età in cui i loro coetanei erano nonni. Di certo, diventare genitore in età avanzata permette all’uomo di rigenerare anche il proprio progetto di vita. Nel momento in cui si rischia di essere sulla via del declino, di vivere cominciando a pensare al proprio passato, a ciò che si è fatto, a ciò che si è stati, generare un figlio porta di nuovo ad avere buoni motivi per guardare avanti. Del resto, un figlio è una vita proiettata verso il domani. Così il futuro, che in anzianità diventa solitamente uno “spazio mentale” abitato dalla paura della morte, grazie ad una nuova vita viene rigenerato nel territorio della speranza e della positività.

In una prospettiva psicologica, però, le cose presentano qualche piccolo “conto da pagare”, perché mentre il papà anziano guardando il suo bambino crescere continua a coltivare la bellezza della vita, quel figlio, guardando il proprio padre così anziano, si sente invece abitato dalla paura della morte. Succede anche a noi, figli adulti di genitori che invecchiano, che di tanto posiamo lo sguardo sul corpo acciaccato di una mamma e un papà di sentire la fragilità che il tempo scrive, giorno dopo giorno, nella loro esistenza. Probabilmente, questo senso di precarietà, entra ancora più intensamente nella vita di un bambino che ha un genitore la cui vitalità e salute a 60, 70, 80 anni non può certo essere quella di un uomo che invece di anni ne ha qualche decina meno.

Per i bambini c’è poi il tema del “confronto” con i genitori degli altri, del sentirsi fare la domanda: “Ma quello è tuo padre o tuo nonno?”, del comprendere che qualcosa nella sua storia di vita non è propriamente costruito sui binari dell’usuale. Un confronto che forse, diventerà ancora più spietato in adolescenza, quando al saggio di fine anno della scuola, oppure alla partita di calcio, trovi seduto fra il pubblico un padre che ha il doppio dell’età dei padri dei tuoi amici, che vedono il tuo papà esultare per i tuoi successi e magari ti domandano: “Ma quel vecchio, chi è?” (gli adolescenti non hanno mezze misure, soprattutto nelle parole). Non si deve essere spaventati dalla propria diversità, è chiaro, ma in quella diversità probabilmente c’è qualcosa che lascia un senso di sospensione, una percezione d’inadeguatezza.


Ai padri-nonni auguro tre cose: gioia, salute e soprattutto tanta energia

Da psicoterapeuta dell’età evolutiva e “papà multiplo” (ho quattro figli) l’unico pensiero davvero “intenso” che riesco a fare io è: «Come faranno questi papà a fare bene i papà?». Ora che ho più di 50 anni sento che il mio livello energetico è fortemente diminuito rispetto a quello che connotava i miei 30 anni. Allora, mi era davvero facile sopportare notti insonni, sintonizzarmi con i bisogni costanti – e a volte pressanti – di un neonato, che poi a tre anni chiedeva – nel corso della giornata – infiniti rituali di rassicurazione (quello del buongiorno, quello della buonanotte). Ho ancora in mente la bellezza, ma anche la fatica di essere stato un papà presente – nel giorno e nella notte – con i miei bambini e temo che adesso non ce la farei a rimettermi in gioco con quel livello di disponibilità e abnegazione. Certo mi piacerebbe ancora molto poter risperimentare la bellezza e la tenerezza di tenere in braccio un bimbo piccolo, di guardarlo mentre fa i suoi primi passi, ma penso che attenderò – se la vita vorrà essere generosa con me – di vivere di nuovo queste esperienze da nonno, in modo più parziale.

A questi papà, che nell’età della “nonnità”, abbracciano un progetto di nuova paternità non posso che augurare tre cose: molta gioia, molta salute e soprattutto molta, molta energia.