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Italy's Prime Minister, Giorgia Meloni attends the Atreju political meeting organised by the young militants of Italian right wing party Brothers of Italy (Fratelli d'Italia) on December 14, 2025 in Rome. ANSA/FILIPPO ATTILI/US PALAZZO CHIGI ++++ NPK ++++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++++
C’è un filo rosso che unisce tutti gli interventi sul caro-energia (e non solo) degli ultimi anni: l’emergenza permanente. Ogni governo, puntualmente, tira fuori dal cilindro un bonus “una tantum” che dovrebbe tamponare la situazione. Anche il governo Meloni non si discosta da questa linea. L’ultimo capitolo è il contributo straordinario da 55 euro previsto per il 2026 per le famiglie “vulnerabili” sotto i 15 mila euro di Isee e quelle con 4 figli fino a un Isee di 20 mila euro. Pannicelli caldi, diciamolo senza giri di parole. Cinquantacinque euro: nemmeno l’equivalente di un paio di bollette estive con il condizionatore acceso una volta ogni tanto. E considerata l’evasione che c’è in Italia, finiranno pure in tasca a molta gente che non ne ha bisogno.
La platea è ampia – 4,5 milioni di famiglie – e questo fa capire quanto il problema sia ormai sociale, non più circoscritto alle fasce marginali. Ma è proprio questo che rende la misura così insufficiente. Una tantum, limitata, simbolica. Il Codacons ha ricordato che, per i “vulnerabili”, le tariffe della luce nell’ultimo trimestre 2025 saranno ancora più alte dell’8,6 per cento rispetto allo stesso periodo del 2024. E se si torna indietro al 2020, il salasso diventa quasi imbarazzante: più 49,7 per cento. Non occorre essere economisti per capire che 55 euro non spostano di un millimetro il baricentro della spesa energetica delle famiglie. È come offrire un bicchiere d’acqua fresca a chi sta attraversando il deserto: un gesto gentile, certo, ma che non risolve la traversata.
L’Unione nazionale consumatori parla apertamente di “passo indietro”: nel 2025 il bonus straordinario era di 200 euro ed era esteso a Isee più alti, fino a 25mila euro. Qui scendiamo a un quarto dell’importo e restringiamo le maglie della platea. È un arretramento, e lo è proprio nel momento in cui alle famiglie servirebbe stabilità. Ma la logica del bonus obbedisce anche a una logica che mira ad attirare consensi. In politica il ricorso ai bonus una tantum non è un mistero: risponde a una logica elettorale precisa. I governi tendono a privilegiare misure immediate e visibili perché l’elettore medio valuta soprattutto ciò che percepisce nel breve periodo. È il cosiddetto short-termism. Si spiega così: una riforma strutturale richiede anni per dare frutti, magari quando al governo ci sarà qualcun altro; un bonus, invece, produce un beneficio istantaneo e facilmente attribuibile a chi lo ha deciso.
Qui entra in gioco anche il credit-claiming, che potremmo tradurre più o meno così: attribuirsi il successo di un’operazione .I politici hanno bisogno di atti il cui merito possono rivendicare con chiarezza. Un trasferimento diretto – 55 euro, 100 euro, oppure una “card spesa” prepagata da consumare, come quella del governo denominata “Dedicata a te” – è perfetto per questo scopo. Si comunica in un titolo e arriva subito nelle tasche dei cittadini. Una riforma del mercato energetico, al contrario, non è fotogenica, è molto complicata, non ha un “prima e dopo” immediato, e soprattutto non consente al governo di dire: “Questo cambiamento è merito mio”. I bonus funzionano perché sfruttano anche un altro meccanismo ben noto studiato dagli scienziati della politica: la memoria selettiva dell’elettore. Le persone ricordano ciò che è recente, tangibile e semplice. Non gli iter legislativi complessi né effetti diluiti nel tempo. E così, nel ciclo elettorale, i governi finiscono per ripetere la stessa formula: misure temporanee ad alto impatto simbolico, che però lasciano irrisolti i nodi strutturali e privilegiano l’urgenza sulla visione di lungo periodo. Una strategia che paga sul piano del consenso, molto meno su quello della sostenibilità economica del Paese.




