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Elly Schlein ha trovato un argomento difficile da liquidare con una battuta. Se il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ritiene giusto tassare gli extraprofitti delle compagnie energetiche tanto da firmare, insieme ai colleghi di Germania, Austria, Spagna, Portogallo e Polonia, una lettera per chiedere all’Unione Europea di farlo, perché non cominciare dall’Italia? O si tratta solo di una dichiarazione di intenti ai fini elettorali (rassegniamoci, ormai siamo in campagna elettorale e ogni dubbio sarà lecito da qui alla primavera 2027)?
È questa la sfida lanciata dalla segretaria del Pd a Giorgia Meloni e allo stesso Giorgetti: «Passino dalle parole ai fatti» e introducano il prelievo senza aspettare Bruxelles. La richiesta arriva mentre benzina e gasolio hanno superato i due euro al litro e il Governo continua a intervenire sulle accise con provvedimenti temporanei spostando la notte più in là in attesa della botta. Il taglio di 17 centesimi sul diesel è stato prorogato fino al 26 agosto, alla vigilia del grande esodo del ritorno dalle vacanze.
Quella degli extraprofitti, come accennato, non è un’idea inventata ieri dal Pd. I ministri dei sei Paesi europei chiedono una misura comune perché, sostengono, le compagnie petrolifere stanno registrando margini di raffinazione e redditività cresciuti più dello stesso prezzo del greggio. La questione dovrebbe arrivare sul tavolo dei ministri finanziari europei il 18 e 19 settembre a Dublino.
Il principio della tassa è semplice. Se un’impresa guadagna molto di più non perché abbia inventato un prodotto, conquistato nuovi mercati o investito meglio dei concorrenti, ma perché una guerra o uno shock internazionale ha fatto impennare improvvisamente i prezzi (un fattore “esogeno”), una parte di quel guadagno eccezionale può essere restituita alla collettività che di quello stesso rincaro sta pagando il conto.
È quanto l’Europa fece dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Nel 2022 venne introdotto un «contributo di solidarietà» sui produttori di petrolio, gas, carbone e attività di raffinazione: l’aliquota minima era del 33 per cento sulla quota di utili superiore del 20 per cento alla media dei quattro esercizi precedenti. Il meccanismo, insieme alle misure nazionali equivalenti, ha prodotto nell’Unione 26,15 miliardi di euro di gettito già raccolto per il 2022 e il 2023, con una previsione finale di circa 28,7 miliardi. Soldi utilizzati soprattutto per sostenere i consumatori, in particolare le famiglie vulnerabili.
Anche l’Italia ne ricavò cifre considerevoli. Secondo il rapporto finale della Commissione europea, le misure italiane collegate alla crisi energetica produssero 2,897 miliardi nel 2022 e 3,413 miliardi nel 2023: complessivamente oltre 6,3 miliardi. Un bel tesoretto a favore delle fasce meno abbienti.
È il principale argomento a favore della proposta Schlein. Una tassa sugli extraprofitti permetterebbe allo Stato di finanziare aiuti mirati a famiglie e imprese senza scaricarne interamente il costo sui conti pubblici. Tagliare le accise, infatti, significa rinunciare a entrate dello Stato; prelevare una parte dei profitti straordinari significa invece trasferire una quota del costo della crisi da chi la subisce a chi, almeno in parte, ne ha beneficiato.
C’è anche una questione di equità. Se l’automobilista paga cento euro in più al mese per andare al lavoro e una compagnia petrolifera, grazie allo stesso aumento internazionale dei prezzi, registra utili fuori scala, è comprensibile che lo Stato intervenga. Persino l’Ocse osserva che, in teoria, tassare una vera rendita economica straordinaria non dovrebbe ridurre gli investimenti, proprio perché il prelievo colpisce un guadagno inatteso e superiore al rendimento ordinario del capitale.
Il guaio sta tutto in quelle due parole: «Vera rendita».
Definire l’extraprofitto però è assai più complicato. Rispetto a quale anno si misura? Si considera l’utile, il fatturato o il margine operativo? Come si trattano le aziende che negli anni precedenti avevano accumulato perdite? E gli investimenti appena effettuati? E le imprese che operano contemporaneamente nell’energia fossile e nelle rinnovabili?
L’Ocse avverte che una tassa costruita male può colpire profitti normali anziché rendite eccezionali, creare incertezza fiscale e scoraggiare gli investimenti. E in un continente che vuole ridurre la propria dipendenza energetica dall’estero sarebbe paradossale raccogliere qualche miliardo oggi al prezzo di avere meno investimenti domani.
L’Italia lo ha già imparato. Sul contributo introdotto dal Governo Draghi nel 2022 intervenne la Corte costituzionale. La Consulta non dichiarò illegittima l’idea di tassare maggiormente le imprese energetiche durante una crisi eccezionale; riconobbe anzi che le particolari condizioni del mercato potevano giustificare un prelievo specifico. Bocciò però la parte del calcolo che comprendeva nella base imponibile anche le accise versate allo Stato, perché quelle somme non costituivano maggiore ricchezza dell’impresa.
Una lezione piuttosto eloquente: non basta chiamare qualcosa «extraprofitto» perché lo sia davvero.
C’è poi un secondo problema nella proposta di Schlein: agire soltanto a livello italiano sarebbe più rapido, ma anche più rischioso. Un prelievo coordinato in tutta Europa riduce la possibilità che gruppi multinazionali spostino investimenti, utili o attività da un Paese all’altro e impedisce una concorrenza fiscale tra Stati. È proprio uno dei motivi per cui Italia e altri cinque governi stanno chiedendo un intervento comune. Le imprese italiane tassate verrebbero sfavorite rispetto alle concorrenti estere.
Anche l’ipotesi di tassare gli utili prodotti all’estero dalle compagnie pone questioni ancora più complesse di competenza fiscale e doppia imposizione. Il principio può essere politicamente seducente, l’applicazione molto meno.
La proposta di Schlein, dunque, non è né la bacchetta magica descritta dai suoi sostenitori né l’esproprio bolscevico che talvolta evocano i suoi avversari. L’esperienza europea dimostra che una tassa temporanea sugli autentici extraprofitti può produrre un gettito importante e finanziare gli aiuti senza aumentare ulteriormente deficit e debito. L’esperienza italiana dimostra, però, che basta sbagliare la base imponibile perché il meccanismo finisca davanti ai giudici.



