Dunque Trump non è un monarca assoluto. La vicenda ricorda molto la favola del re nudo. A farlo scendere dal piedistallo non sono stati solo Obama, Clinton e gli avversari democratici, ma – in modo molto più determinante – i togati della Corte Suprema degli Stati Uniti. Quelli che in America chiamano, con solennità quasi imperiale romana, con l’appellativo “justice”. I giudici hanno dichiarato illegali i dazi decretati scenograficamente, con tanto di lavagna esibita nei giardini della Casa Bianca, da “The Donald” su mezzo mondo nell’aprile dello scorso anno con il pretesto di una legge di emergenza economica del 1977. Una legittimazione che la Corte ha fatto cadere come un castello di carte. Si trattava di abuso di potere, anche perché veniva a mancare quella collaborazione tra Casa Bianca e Congresso su cui si basano le politiche commerciali. Una svolta davvero significativa, forse potremmo definirla epocale, da parte di un’Alta Corte che fin qui gliele aveva fatte passare tutte, a cominciare dalla deportazione e dalla persecuzione degli immigrati clandestini e regolari da parte delle squadracce a volto coperto della milizia Ice. Tre giudici conservatori nominati da Trump si sono uniti alla minoranza progressista della Corte. La dimostrazione che per i “justice” al primo posto viene la legge, prima ancora del potere, persino del potere dei loro padrini politici. Inoltre la sentenza è certamente un freno all’arbitrio della Casa Bianca e un incoraggiamento al Congresso a non subire la sua strategia autoritaria e autocratica, allargando una crepa nel monolite repubblicano che già era comparsa con la defezione di alcuni deputati dell’Elefantino nell’intraprendere nuove avventure militari in Venezuela senza il consenso del Congresso e a favore dell’abolizione di tariffe contro il Canada.
La decisione ovviamente contribuisce ad allargare il caos economico in America e nel mondo. L’Alta Corte ha annullato il 70 per cento dei dazi di Trump, pari a 175 miliardi di dollari in un anno, lo 0,5 del Pil, che ora l’amministrazione dovrebbe rifondere. Molte aziende esportatrici americane hanno presentato ricorso per danni. E anche l’Europa ha l’occasione di rivelarsi saggia e vendicativa come il conte di Montecristo, dopo la figuraccia del luglio scorso della von der Leyen nel golf scozzese del magnate americano, quando pose la testa sul ceppo accettando tariffe del 30 per cento e commesse per 750 miliardi di dollari a vantaggio dell’industria bellica e della vendita di energia americane. Naturalmente il tycoon ha fatto fuoco e fiamme definendo “vergognosa” la decisione della Corte e minacciando il rilancio di ulteriori tariffe al 15 per cento, nel suo stile di uomo d’affari. Ma la verità è che stavolta l’unico a pagare dazio è lui. La decisione dei “justice” chiude la fase parossistica del suo potere. Del resto i mercati e le imprese si erano già stufati da un pezzo della sua arroganza economica. Negli Stati Uniti i dazi infatti erano già impopolari nonostante le promesse di reindustrializzazione e ricchezza. Gli operai rimasti disoccupati della Rust Belt, la terra del vicepresidente Vance, nocciolo duro dell’elettorato trumpiano, continuano a rimanere disoccupati. L’elegia americana, insoma, si sta trasformando in una brutta prosa. Anche i dati macroeconomici lasciano a desiderare: il Pil americano è fermo all’1,4 per cento quando le attese erano del 2,5, il mercato del lavoro si è indebolito, i consumi sono trainati solo dai ceti abbienti (guarda caso) e l’inflazione è preoccupante. La verità è che i dazi li hanno pagati al 90 per cento importatori e consumatori americani attraverso una vasta gamma di beni fabbricati in altri Paesi, tra cui mobili, abbigliamento, food and beverage ed elettronica e il disavanzo commerciale è rimasto invariato anche se risente dei 43 giorni dello shutdown.
Anche le borse in questi giorni festeggiano ma non illudiamoci. Gli economisti e gli analisti finanziari hanno avvertito che la sentenza probabilmente non abbasserà i prezzi di listino immediatamente, se mai lo farà. La verità è che il mondo stava facendo della necessità dei dazi virtù, spostando risorse su altri mercati (come l’Europa col Mercosur, l’area commericale sudamericana). Finora l'economia globale si è dimostrata resiliente nonostante le turbolenze politiche ed economiche provocate dalle imprevedibili mosse commerciali dell’inquilino della Casa Bianca. Come ha scritto il New York Times i leader stranieri e i manager aziendali, per la maggior parte, partono dal presupposto che, finché sarà in carica, i dazi resteranno in vigore in un modo o nell’altro. Ma il mondo si sta attrezzando diversamente. Dazi o non dazi. Anche perché Trump si è rivelato totalmente inaffidabile. Ad esempio, ha ammesso di aver aumentato gli interscambi doganali sulla Svizzera dal 31% al 39% perché il presidente svizzero, ha spiegato, «mi ha dato fastidio». Ma gli uomini di potere bizzosi o capricciosi non sono molto apprezzati dai mercati. Lo ha detto recentemente anche il governatore della Banca d’Italia: il mondo ormai è interconnesso e ad ogni reazione proveniente da una parte, come nel principio di Galileo, corrisponde una reazione eguale e altrettanto dirompente. Il problema non è il 15 per cento di dazi già promesso dall’inquilino della Casa Binaca, ma la mossa politica che metterà in atto per riguadagnare consenso in vista delle midterm elections: aumento della repressione interna contro gli immigrati? Oppure una invasione militare? A Cuba? In Iran? In Groenlandia? Dove nel mondo? La storia insegna che i leader che non possono allargare l’economia talvolta allargano il campo di battaglia. Non è una profezia, è un precedente. E i precedenti, in politica, contano più delle promesse.