«Sono persone malate, e molte di loro sono state fatte entrare qui; non avrebbero dovuto essere fatte entrare. Altri sono semplicemente cattivi; peggiorano, vanno a male. C’è qualcosa che non va lì. La loro genetica non è esattamente la tua genetica. È una cosa terribile, e succede, succede troppo spesso». Parola di Donald Trump. Intervenendo in diretta telefonica su Fox News a proposito della guerra in Iran e della migrazione dai Paesi mediorientali, il presidente statunitense ha rispolverato la vecchia teorica antiscientifica della superiorità della razza.

Parole buone non solo per continuare a farsi sostenere da quella parte di elettorato che si riconosce nel suprematismo bianco, ma anche per demolire, agli occhi dell’opinione pubblica, l’idea dell’altro come persona. E se l’altro non è persona si può anche uccidere.

Un meccanismo, lo spiega bene anche l’intellettuale israeliano Amos Harel, che fa si che non si provi orrore per i crimini. Harel sostiene che, quando per decenni i palestinesi sono stati apostrofati come «animali umani» non sorprende che ci si abitui a vedere civili rasi al suolo o ridotti alla fame come è accaduto e accade a Gaza, e che si considerino normali i massacri, i saccheggi e le distruzioni dei coloni contro i villaggi palestinesi della Cisgiordania. «La furia dei coloni a Huwwara il 26 febbraio scorso», ha scritto Harel, «che ha ucciso un palestinese e distrutto negozi e automobili, ricorda il Ku Klux Klan che terrorizzava i neri nel sud (negli Usa, n.d.r.), o i pogrom russi contro gli ebrei» perché tra molti israeliani si è diffusa l’idea che «comunque loro sono animali, comportiamoci allo stesso modo».

Ogni massacro o genocidio, lo abbiamo visto tristemente nel XX secolo con il Rwanda, i Balcani, l’Olocausto nazista, e non sembra che si sia imparato qualcosa nel XXI, è stato accompagnato sempre da narrazioni che prima mettevano in discussione l’uguaglianza biologica o comunque l’umanità delle popolazioni e poi mettevano in dubbio la loro legittimità a esistere fino a giustificare l’uso della forza contro donne, uomini e bambini.

«Disarmare le parole», dice papa Leone. Che significa, innanzitutto, ridare dignità a chi soffre. Incontrando la redazione del tg2 per i 50 anni della testata, ha sottolineato che, proprio in questo tempo, «il compito dei giornalisti, nel verificare le notizie, per non diventare megafono del potere, si fa ancora più urgente e delicato, direi essenziale» E che «tocca a voi mostrare le sofferenze che la guerra porta sempre alle popolazioni; mostrare il volto della guerra e raccontarla con gli occhi delle vittime per non trasformarla in un videogame».