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U.S. President Donald Trump reacts as he sits behind a model of a B‑2 bomber commemorating "Operation Midnight Hammer" during an event to sign an executive order creating an anti‑fraud task force headed by U.S. Vice President JD Vance in the Oval Office at the White House in Washington, D.C., U.S., March 16, 2026. REUTERS/Jonathan Ernst
«Sono persone malate, e molte di loro sono state fatte entrare qui; non avrebbero dovuto essere fatte entrare. Altri sono semplicemente cattivi; peggiorano, vanno a male. C’è qualcosa che non va lì. La loro genetica non è esattamente la tua genetica. È una cosa terribile, e succede, succede troppo spesso». Parola di Donald Trump. Intervenendo in diretta telefonica su Fox News a proposito della guerra in Iran e della migrazione dai Paesi mediorientali, il presidente statunitense ha rispolverato la vecchia teorica antiscientifica della superiorità della razza.
Parole buone non solo per continuare a farsi sostenere da quella parte di elettorato che si riconosce nel suprematismo bianco, ma anche per demolire, agli occhi dell’opinione pubblica, l’idea dell’altro come persona. E se l’altro non è persona si può anche uccidere.
Un meccanismo, lo spiega bene anche l’intellettuale israeliano Amos Harel, che fa si che non si provi orrore per i crimini. Harel sostiene che, quando per decenni i palestinesi sono stati apostrofati come «animali umani» non sorprende che ci si abitui a vedere civili rasi al suolo o ridotti alla fame come è accaduto e accade a Gaza, e che si considerino normali i massacri, i saccheggi e le distruzioni dei coloni contro i villaggi palestinesi della Cisgiordania. «La furia dei coloni a Huwwara il 26 febbraio scorso», ha scritto Harel, «che ha ucciso un palestinese e distrutto negozi e automobili, ricorda il Ku Klux Klan che terrorizzava i neri nel sud (negli Usa, n.d.r.), o i pogrom russi contro gli ebrei» perché tra molti israeliani si è diffusa l’idea che «comunque loro sono animali, comportiamoci allo stesso modo».
Ogni massacro o genocidio, lo abbiamo visto tristemente nel XX secolo con il Rwanda, i Balcani, l’Olocausto nazista, e non sembra che si sia imparato qualcosa nel XXI, è stato accompagnato sempre da narrazioni che prima mettevano in discussione l’uguaglianza biologica o comunque l’umanità delle popolazioni e poi mettevano in dubbio la loro legittimità a esistere fino a giustificare l’uso della forza contro donne, uomini e bambini.
«Disarmare le parole», dice papa Leone. Che significa, innanzitutto, ridare dignità a chi soffre. Incontrando la redazione del tg2 per i 50 anni della testata, ha sottolineato che, proprio in questo tempo, «il compito dei giornalisti, nel verificare le notizie, per non diventare megafono del potere, si fa ancora più urgente e delicato, direi essenziale» E che «tocca a voi mostrare le sofferenze che la guerra porta sempre alle popolazioni; mostrare il volto della guerra e raccontarla con gli occhi delle vittime per non trasformarla in un videogame».









