Basterebbe un dato per capire perché l’Unione europea ha introdotto il divieto assoluto per le grandi aziende di distruggere capi di abbigliamento, accessori e calzature rimasti invenduti: nel Vecchio continente fino al 9% dei prodotti tessili viene distrutto prima ancora di essere usato.
Il provvedimento, emesso il 19 luglio, riguarda fin da ora le imprese con oltre 250 dipendenti o con fatturato annuo superiore a 50 milioni di euro, mentre quelle di dimensioni più piccole avranno tempo fino al 2030 per adeguarsi alla normativa. La misura si inserisce nel Regolamento (UE) 2024/1781 noto come ESPR - Ecodesign for Sustainable Products Regulation, che stabilisce un nuovo quadro europeo per la progettazione industriale ecocompatibile. L'intento è rendere i prodotti nell'UE più sostenibili, circolari e a lunga durata, privilegiando riparabilità e riciclabilità.

Tessuti d'alta moda
Tessuti d'alta moda
Tessuti d'alta moda (Getty Images)

La normativa valorizza quindi il modello industriale virtuoso che da un lato disincentiva la sovraproduzione, dall’altro invita a trasformare scarti e capi invenduti in nuove risorse, vietandone la distruzione, che porta con sé non solo lo spreco del prodotto finito, ma anche e soprattutto delle risorse che sono state necessarie per produrre qualcosa che non verrà mai utilizzato. Tra le novità più rilevanti del regolamento figura l’introduzione del Passaporto Digitale di Prodotto (DPP), una carta d’identità tecnologica che accompagnerà ogni articolo indicandone dati e documentazione di conformità, e informazioni sulla sua composizione.
E, ancora, l'articolo 24 del nuovo regolamento impone alle aziende un obbligo di trasparenza senza precedenti. Ogni anno, i brand dovranno quindi pubblicare sui propri siti web i dati dettagliati sui beni non venduti, specificando quantità, peso e, soprattutto, le motivazioni dietro le scelte di smaltimento.
In Italia a promuovere i principi di circolarità ufficializzati ora dal nuovo regolamento è Slow Fiber, rete di oltre quaranta imprese che promuovono insieme una filiera tessile sostenibile e giusta.

Dario Casalini, presidente Slow Fiber

«I modelli deviati del fast e dell’ultra fast fashion, fondati sullo spreco e sul rifiuto, producono molto più del necessario, creando spaventosi volumi di invenduto che devono poi essere smaltiti in qualche modo – dice il fondatore e presidente Dario Casalini – Per ragioni diverse, i grandi marchi del lusso, ossessionati dal rischio di contraffazione e di perdita di controllo sulle proprie reti produttive e commerciali, possono essere indotti, e in passato vi sono stati scandali in tal senso, a distruggere semilavorati che ne riportano i loghi o marchi distintivi».
E proprio Slow fiber indica alcune soluzioni concrete che già arrivano dai territori. In Piemonte, ad esempio, l’azienda piemontese di tessuti d’arredo d’alta gamma L’Opificio evita la distruzione ricollocando l'invenduto d'alta gamma attraverso stock a prezzi speciali o vendendo i ritagli ad appassionati di bricolage e aziende di tappeti. A Bologna l’azienda di maglieria di lusso Made in Italy Roberto Collina punta sulla riparazione dei capi in maglieria di lusso difettosi, reinserendoli nel circuito commerciale. A Milano la Maglieria Gina ottimizza i filati con la tecnica della «ri-roccatura» e cede i tessuti fallati a scuole di moda o privati. Ancora, il maglificio Oscalito trasforma gli scarti di cotone in imballaggi e i residui di lana-seta in nuovi maglioni di alta qualità. E, ancora, di nuovo in PIemonte, Quality Biella offre servizi di rammendo per indirizzare i capi agli outlet e ricicla gli scarti interni per produrre accessori come grucce e porta abiti. «Il divieto è utile e va nella giusta direzione – commenta ancora Casalini –. Tuttavia, rimane la triste sensazione di dover accogliere con entusiasmo una regola dettata dal semplice buon senso, qualcosa che per le generazioni passate sarebbe stata ovvia».