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A chi scrive Kyrgios è sempre piaciuto. Sportivamente parlando, ben inteso. Era arrogante, ingestibile, litigava con arbitri, pubblico, avversari, certo. E ha bisticciato pure con Ben Stiller. Perdeva contro chiunque, ma poteva anche vincere contro chiunque, anche i top player. E lui ha giocato i suoi anni migliori contro quei quattro là: Federer, Nadal, Djokovic e Murray. Ed era divertente. E soprattutto ogni tanto giocava a tennis in maniera imprevedibile e meravigliosa.
Il talento c'era davvero, questa è la parte che si rischia di dimenticare. E’ arrivato in finale a Wimbledon, aveva quel dono naturale e irritante di chi fa benissimo una cosa dando l'impressione di poter essere molto più forte se solo smettesse di fare il buffone per cinque minuti. Tipo Cassano. Ha sempre raccontato di non sentire la pressione, indossava le canotte della NBA di basket al posto delle stilose polo da tennis, giocava alla Playstation fino a notte fonda prima delle partite importanti, spaccava racchette, insultava gente. Il tennista australiano di orgine grega funzionava perché era Kyrgios. Semplicemente se stesso. Il problema è cominciato quando ha deciso di non esserlo più.
A un certo punto ha scoperto la morale, o meglio, che provare a fare la morale da bordo campo – visti i tanti e ripetuti infortuni – era semplice e portava tanti views sul piccolo e piccolissimo schermo dei social. È diventato improvvisamente il giudice degli altri: sentenze, accuse, lezioni di correttezza sportiva. Il bersaglio, per mesi, è stato Jannik Sinner, colpito da Kyrgios con una campagna ininterrotta durante il “caso Clostebol”, condita da insinuazioni sui social a cui l'azzurro non ha mai risposto pubblicamente allo stesso modo.
Del resto lo stile di Sinner, in queste settimane, si è visto altrove: agli Europei di nuoto di Parigi ha scritto un messaggio privato a Sara Curtis dopo la sua medaglia, un gesto che la nuotatrice ha raccontato solo lei, non lui. Non un post, non un annuncio: un messaggio che sarebbe rimasto invisibile se la destinataria non l'avesse raccontato. È la differenza che separa chi giudica dal palco e chi, quando ha qualcosa da dire, lo dice in privato.


Poi, il 22 giugno scorso, a Maiorca, durante l'Atp 250, arriva un controllo antidoping. Le analisi confermate il 17 luglio da un laboratorio Wada rivelano la presenza di benzoilecgonina, metabolita della cocaina. Dal 4 agosto Kyrgios è sospeso in via provvisoria dall'Itia, non ha impugnato la decisione, e sui social ha scritto di essere "profondamente deluso" da se stesso, raccontando due anni di infortuni, un corpo che non rispondeva più alla testa, la sensazione di essere "impotente e solo". Ha annunciato ventotto giorni lontano dai social e dalla vita pubblica.
Qui si potrebbe dire "karma is a b*tch" (tradotto in “karma, questo infame...”), il moralizzatore moralizzato, la nemesi perfetta che si scrive da sola. Ed è esattamente qui che Andy Roddick, campione Slam americano, storico “difensore” di Sinner nella polemica sul Clostebol e bersaglio ricorrente delle accuse di Kyrgios, ha deciso di intervenire nel suo podcast. Roddick ha ricordato che l'australiano, dopo essersi dichiarato colpevole di aver aggredito la propria compagna, aveva chiesto comprensione per il contesto in cui era maturato quell'episodio, mentre continuava ad alimentare gli attacchi online contro Sinner e altri tennisti accusati, secondo lui, di doping. "È una cosa ipocrita, soltanto ipocrita", ha detto Roddick, notando come chi pretende comprensione per i propri momenti difficili sia lo stesso che ha negato quella comprensione agli altri.
Ed è proprio qui, però, che finiscono le "note di disagio benevolo” verso Kyrgios e comincia il disagio vero, quello con cui bisogna fare i conti scrivendone. Perché una cosa è “prendere in giro” Kyrgios quando fa Kyrgios, quando insulta un arbitro o distrugge una racchetta: lì la sceneggiata è dichiarata, il pubblico sa cosa sta guardando. Un'altra cosa è trasformare una positività alla cocaina, con tutto quello che porta con sé — solitudine, corpo che cede, carriera che si chiude in un modo che nessuno avrebbe scelto — nell'ennesima occasione per sentirsi migliori di qualcuno.


Il fatto che il bersaglio dei suoi attacchi fosse Sinner non cambia la sostanza: per il ribelle, per il reietto del circuito, l'ultima cosa che ci si aspetta è che si metta a fare la morale senza capire fino in fondo la materia di cui parla.
Resta da capire cosa rischi davvero, ed è la parte che il tifo social divora e dimentica in un giorno. La cocaina è classificata dalla Wada come "sostanza d'abuso", con una disciplina diversa da quella riservata agli steroidi come il Clostebol che coinvolse Sinner: non è la stessa sostanza, non è la stessa dinamica, non è lo stesso regolamento, per quanto l'ironia della sovrapposizione resti difficile da ignorare.


Poiché il prelievo è avvenuto durante un torneo, il caso ricade nel regime più severo: se non si dimostrerà che l'assunzione era estranea alla prestazione sportiva, la squalifica può arrivare fino a quattro anni; se invece verrà riconosciuto che non c'entrava nulla con il campo, la forbice scende tra i sei e i ventiquattro mesi. Il confronto diretto con Sinner, tre mesi di sospensione concordati con la Wada per un caso di responsabilità per la contaminazione accertata e non voluta e causata da sul staff atletico, non regge sul piano giuridico: sono due sostanze e due fattispecie diverse. Regge, semmai, solo come contrappasso morale, ed è proprio quello il terreno su cui bisognerebbe avere più pudore.
Restano quei post, nati male, nelle intenzioni e nella sostanza e che invecchiano peggio. Resta un ragazzo che a un certo punto ha smesso di essere se stesso per diventare il custode della morale altrui, e che adesso deve fare i conti con la propria. La cosa migliore che si può fare, di fronte a tutto questo, non è issare un'altra, l’ennesima, bandierina di superiorità. È augurargli umanamente di uscire, per davvero, da qualsiasi tunnel lo abbia portato fin qui.

















