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Tra gli innumerevoli effetti collaterali di due anni di pandemia – seppur con periodi di maggiore o minore intensità – c’è da registrare l’istituzionalizzazione di una sorta di “dipendenza” (le virgolette indicano che tale vocabolo va interpretato in senso lato) dai dispositivi elettronici. Non una dipendenza psicologica dai caratteri ossessivo-compulsivi, bensì una forma di dipendenza di natura puramente funzionale. È stato grazie ai dispositivi elettronici, e in particolare a quelli che interagiscono con la rete, se le aziende hanno potuto continuare a produrre (attraverso il remote o smart working), le scuole di ogni livello a proseguire la loro attività didattica e maieutica (grazie alla didattica a distanza) e i canali di comunicazione a tenere informati i cittadini circa le evoluzioni dell’epidemia e gli altri eventi di portata sia locale che internazionale.
Per alcuni aspetti della nostra vita quotidiana, si è trattato di una vera e propria rivoluzione. Molti di noi hanno sperimentato per la prima volta cosa significhi fare la spesa online: sembra nulla, e invece è una rivoluzione copernicana per chi è abituato ad avere un approccio fisico con gli oggetti che poi riempiranno la sua casa (per non parlare di tutto il comparto agroalimentare). Abbiamo imparato che l’apprendimento attraverso la DAD è una limitazione da un lato ma una risorsa dall’altro, perché consente di mettere in contatto tra loro competenze e conoscenze dislocate in parti diverse del mondo: in fondo è lo stesso principio che, insieme ad altri, ha fatto in modo che i vaccini anti-Covid fossero pronti e disponibili a tempo di record. Infine abbiamo imparato come far girare l’economia senza affollare gli uffici, come gestire un mercato del lavoro sempre più “da remoto”, come regolare contratti e accordi firmati evitando la compresenza dei contraenti nel medesimo luogo fisico.
Proprio quest’ultimo aspetto rappresenta forse la cartina tornasole più esatta dei tempi che stiamo vivendo, o quantomeno quella che offre una sintesi completa di quello che è, allo stato attuale, il rapporto tra umanità e tecnologia. Si prenda ad esempio uno strumento come la firma elettronica o la Firma Elettronica avanzata. Al netto di alcune sacche di resistenza che tuttora sopravvivono in Italia riguardo tali dispositivi, è chiaro che esse abbiano facilitato notevolmente lo snellimento di pratiche burocratiche, commerciali e amministrative. E al di là della retorica sulla de-umanizzazione del lavoro (in larga parte confutata), appare evidente come in un’era come questa tali strumenti siano diventati a dir poco imprescindibili. Prova ne siano realtà come Yousign, che in pochi anni è riuscito a diventare un provider leader in Europa per quanto riguarda la firma elettronica, e le decine di aziende pubbliche e private che hanno adottato tale strumento cloud come parte integrante della loro prassi operativa.
L’ultimo quesito riguarda l’indice di persistenza di uno strumento come la firma elettronica anche in un’era post-Covid, quando cioè la macchina burocratica, commerciale, finanziaria e amministrativa avrà ripreso a marciare a pieno regime e soprattutto “in presenza”. Sarà allora che finalmente scopriremo se l’utilizzo massiccio degli strumenti telematici rappresenti una soluzione “emergenziale”, oppure se la spinta verso il progresso che ha segnato in questi ultimi venti mesi abbia ormai i tratti dell’irreversibilità. I segnali, in questo senso, propendono tutti verso la seconda ipotesi.




