La Francia ha chiuso i social agli under 15. L’Italia ha riconosciuto oratori e centri estivi come luoghi educativi. Due notizie, una sola sfida: i confini servono, ma la crescita dei ragazzi richiede adulti e comunità presenti. La Francia ha deciso di vietare i social network ai minori di 15 anni. Con il voto finale del Parlamento, avvenuto il 21 luglio, è diventata il primo Paese in Europa a introdurre un divieto di questo tipo. A partire dal 1° settembre, i minorenni non possono aprire nuovi profili e, nei mesi successivi, le piattaforme dovranno chiudere gli account esistenti. Sarà compito loro, delle piattaforme, trovare un modo per verificare l'età, un problema complesso e ancora irrisolto. La mia prima reazione, come educatore, è positiva. Un misura di questo tipo ha infatti il merito di riconoscere il problema e di affermare, con la forza delle norme, ciò che molte famiglie faticano a sostenere da sole: non tutto è adatto a tutte le età.

Un principio che sosteniamo da anni, da quando le storie di Carolina e di tanti altri giovani ci hanno insegnato quanto possa costare la solitudine di un ragazzo davanti a uno schermo. I social non sono ambienti pensati per i bambini. Chiedere di attendere non è oscurantismo, è cura. Un concetto alla base dei limiti di età per guidare o per entrare in certi posti. Ciò detto sarebbe però pericoloso pensare che una legge, da sola, possa mettere in salvo i nostri figli. Il desiderio di appartenenza e di essere visti non svanisce con un decreto, se mai cambia forma. Chi lavora con i ragazzi sa quanto siano veloci a trovare l’uscita di servizio quando gli adulti chiudono il portone. Il rischio è delegare a un divieto ciò che riguarda la relazione.

Un ragazzo a cui togliamo lo smartphone senza offrirgli sguardi, tempo e spazi resta comunque solo. Solo e, in aggiunta, arrabbiato. Per questo mi ha colpito una coincidenza: negli stessi giorni in cui Parigi approvava il divieto, il nostro Parlamento dava il via libera alla legge sull'educazione non formale, promossa dall’onorevole Elena Bonetti. Per la prima volta, il sistema italiano riconosce che oratori, centri estivi, associazioni sportive e realtà del terzo settore non sono posti vuoti o passatempi, ma soggetti educativi a pieno titolo, accanto alla scuola e alla famiglia. Ci sono risorse per i Comuni, la possibilità di aprire le scuole oltre l'orario delle lezioni, un'attenzione speciale per i ragazzi con disabilità e per le famiglie numerose. E ancora spazio per lo sport, l'arte e la musica.

Tenere insieme queste due notizie ci insegna qualcosa di importante. La Francia disegna un confine; l'Italia, con questa legge, costruisce argini e riconosce chi opera nel territorio educativo. Sono le due metà di un unico discorso. Ogni divieto crea un vuoto che, se non “educato” viene riempito da qualcos'altro. Se chiediamo ai ragazzi di passare meno tempo sulle piattaforme, dobbiamo offrire loro alternative accessibili di confronto, di crescita e partecipazione: un campetto, un campo estivo, un adulto che li aspetta, un gruppo dove la loro identità sia riconosciuta. È lì che si impara ciò che nessun algoritmo insegna: la fatica e la bellezza delle relazioni vere, dentro e fuori dalla rete.

Questa sfida riguarda anche il nostro Parlamento, dove da tempo attendono di essere discusse diverse proposte di legge sull'accesso dei minori ai social. Il testo presentato dalla senatrice Lavinia Mennuni al Senato e dall’onorevole Marianna Madia alla Camera è in attesa di essere calendarizzato in Aula. Sul tavolo anche la proposta dell’onorevole Mara Carfagna, che ribadisce l’importanza di una più efficace age verification. Una partita che non può che riguardare anche l’intelligenza artificiale, al centro della pdl sui chatbot emotivi a firma dell’onorevole Giulia Pastorella.

Percorsi e dibattiti che prescindono dalle logiche di partito, a conferma dell’interesse crescente della politica su tema della tutela dei minori in ambito digitale. Tuttavia il rischio è quello di concentrarsi sul "come vietare", dedicando poche righe al "come educare". La logica non può essere solo quella dell’emergenza, ma bisogna investire sulla prevenzione, per costruire una nuova cultura; quella di un digitale sostenibile.

La speranza è che riprendendo in mano questi testi, il legislatore rafforzi l'aspetto educativo: educazione digitale e affettiva nelle scuole, formazione per genitori e docenti, supporto per le comunità educative e risorse per chi accompagna i ragazzi ogni giorno. Altrimenti avremo scritto l'ennesimo provvedimento, buono per un titolo di giornale, ma poco incisivo nella vita dei nostri figli. Le leggi sono importanti. Fissano paletti, proteggono i più fragili, richiamano le piattaforme alle loro responsabilità. Le regole, però, delimitano il campo, non fanno crescere l'erba. Le nuove generazioni, che abitano la Rete tutti i giorni, non hanno bisogno solo di legalità, ma anche di un riferimento reale, quello di adulti che li aiutino a crescere. E questo nessuna legge potrà farlo al posto nostro.