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«Il problema esiste, il rischio c'è sempre». Giorgio Pietro Sturaro, dirigente scolastico dell' Istituto comprensivo “Via Linneo” di Milano, guarda ai viaggi d'istruzione con occhio limpido, senza mezzi termini: «È d'obbligo la vigilanza continua, i docenti prima di partire firmano assumendosi le proprie responsabilità. Ovviamente è una scelta molto personale, nessuno è obbligato a farla». Ma, è pur vero, l'incidente può essere dietro l'angolo in ogni momento della vita scolastica: «Nell'intervallo, al cambio dell'ora. Da insegnante di liceo mi è successo di sostenere fortuitamente una ragazza prima che si accasciasse a terra in aula per un malore, e battesse la testa. Era vicina a me, sono stato fortunato. In realtà se qualcosa capita in classe basta dimostrare di esserci e di aver fatto tutto il possibile per evitare il peggio».
Fuori è diverso, non si può essere presenti ventiquattr’ore su ventiquattro. Chi parte ha un gran coraggio. Perché dunque, nonostante i rischi, qualcuno osa? «Ho un figlio di diciotto anni, frequenta il liceo. Per lui la gita è un momento importante. Dice che viaggiare con i compagni è diverso, non è come farlo con la sua famiglia. Così è per tanti ragazzi che vedo quotidianamente tra i banchi. E poi, si tratta di viaggi d’istruzione». Nadia Zammattio, 23 anni in cattedra alle medie, docente di Matematica e Scienze, ha accompagnato spesso i suoi allievi, anche per più di un giorno. «Occorre organizzare tutto nei dettagli, condividere con alunni e famiglie le proposte».
E naturalmente trovare sempre nuove strategie che sostituiscano la classica, spesso inevitabile, veglia a oltranza: «Quest’anno si pensava di trascorrere parte della notte della gita di due giorni che proporremo alla classe terza guardando le stelle, in un osservatorio astronomico». Spesso, però, la voglia di evasione è dietro l’angolo. «Ciò che conta è creare le condizioni perché episodi gravi non avvengano», sorride ferma Elisabetta Birondi, docente di Lettere da 15 anni, sempre partita. Perché è un momento per socializzare, per conoscere e crescere quello del viaggio d‘istruzione. E aggiunge: «La relazione è fondamentale. Il rischio si riduce quando si sceglie la classe con cui spostarsi, quando si condividono motivazioni e scelte, si prepara bene il lavoro prima. In fondo abbiamo davanti persone pensanti non animali. E io in loro credo». E questo fa la differenza.
Fuori è diverso, non si può essere presenti ventiquattr’ore su ventiquattro. Chi parte ha un gran coraggio. Perché dunque, nonostante i rischi, qualcuno osa? «Ho un figlio di diciotto anni, frequenta il liceo. Per lui la gita è un momento importante. Dice che viaggiare con i compagni è diverso, non è come farlo con la sua famiglia. Così è per tanti ragazzi che vedo quotidianamente tra i banchi. E poi, si tratta di viaggi d’istruzione». Nadia Zammattio, 23 anni in cattedra alle medie, docente di Matematica e Scienze, ha accompagnato spesso i suoi allievi, anche per più di un giorno. «Occorre organizzare tutto nei dettagli, condividere con alunni e famiglie le proposte».
E naturalmente trovare sempre nuove strategie che sostituiscano la classica, spesso inevitabile, veglia a oltranza: «Quest’anno si pensava di trascorrere parte della notte della gita di due giorni che proporremo alla classe terza guardando le stelle, in un osservatorio astronomico». Spesso, però, la voglia di evasione è dietro l’angolo. «Ciò che conta è creare le condizioni perché episodi gravi non avvengano», sorride ferma Elisabetta Birondi, docente di Lettere da 15 anni, sempre partita. Perché è un momento per socializzare, per conoscere e crescere quello del viaggio d‘istruzione. E aggiunge: «La relazione è fondamentale. Il rischio si riduce quando si sceglie la classe con cui spostarsi, quando si condividono motivazioni e scelte, si prepara bene il lavoro prima. In fondo abbiamo davanti persone pensanti non animali. E io in loro credo». E questo fa la differenza.



