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Sfollati in un campo allestito a La Guaira, Venezuela
Man mano che passano le ore cresce il bilancio delle vittime del terremoto del Venezuela, oltre 52mila mentre il computo dei morti si avvicina alle mille unità. Impossibile fornire cifre aggiornate perché il numero cambia in negativo secondo dopo secondo. Purtroppo, sale anche il numero dei feriti. La piattaforma “Desaparesidos terremoto Venezuela” è totalmente in panne, aumentano le pagine web da sfogliare con volti di tutte le età che sono sotto le macerie o che - si spera - si siano messi in sicurezza da qualche parte ma che per mancanza di rete non riescono a mettersi in contatto con i propri familiari.
I soccorsi procedono lentamente perché non ci sono abbastanza mezzi e risorse umane specializzate che sappiano utilizzarli. Si cercano ovunque, ma sono già tanti i Paesi che hanno risposto al coordinamento dell’emergenza gestito dalle Nazioni Unite. Nelle prossime ore arriveranno ospedali e cucine da campo, soccorritori, vigili del fuoco, medici e personale sanitario, tonnellate di kit igienici, farmaci, cibo, acqua potabile.
«Vorrei dedicarvi più tempo, ma la strada mi chiama», dice il segretario generale della Conferenza Episcopale Venezuelana (CEV), vescovo di Puerto Cabello José Antonio Da Conceição Ferreira. «Devo visitare ancora tante parrocchie, sacerdoti, persone a cui serve aiuto. I danni strutturali sono tanti, ci sono edifici interamente crollati e persone senza cibo e beni di prima necessità. Quando ho avvertito le scosse, mi trovavo per strada, è stato terribile. Come se il tappeto su cui stai camminando ti venisse tolto d’improvviso da sotto i piedi e scaraventandoti a terra. C’era la festa patronale, l’altra sera, e le persone erano tutte in giro a passeggiare, dopo i terremoti è andata via la luce e mi sono diretto a casa da mia madre per capire se stesse bene. Dopo essermi accertato che era tutto a posto, mi sono messo subito messo in viaggio per capire cosa fare nell’immediato. A distanza di qualche giorno, posso dire che solo dove vivo io, a Puerto Cabello, ci sono almeno cento famiglie senza alimenti, gli ospedali sono al collasso», continua il vescovo. Puerto Cabello è sulla costa, nello stato di Carabobo, uno di quelli più colpiti insieme agli altri del Venezuela centrale che affacciano sul Mar dei Caraibi, a quasi un’ora di distanza da Valencia, dove c’è stato l’epicentro di uno dei due terremoti.
«Siamo venuti a dare un po’ di sostegno e forza ai soccorritori che stanno lavorando, addetti della protezione civile e volontari, per tirare fuori le persone dalle macerie. Siamo venuti a portare un messaggio di speranza e soprattutto di unione», dice monsignor Carlos Márquez, vescovo ausiliario di Caracas, mentre è per strada a distribuire aiuti, e aggiunge: «Dobbiamo restare uniti nella fede, nella speranza e nella carità. Uniti per poter aiutare tutti quelli che hanno bisogno di noi. L’Arcidiocesi di Caracas ha attivato tre presidi di distribuzione degli aiuti nei municipi colpiti, Chacao e La Tahona, e alla sede nazionale della Caritas, in Montalbán». Da Puerto Cabello a Caracas, e da Caracas a La Guaira, il viaggio dei vescovi tra le macerie continua non solo per visitare gli altri vescovi, sacerdoti religiosi e non, ma soprattutto per comprendere quanto ha bisogno il popolo nei luoghi colpiti dal disastro sismico.
La Guaira è una delle città marittime più devastate, a un’ora da Caracas. Il vescovo della diocesi monsignor Pablo Modesto è davanti al seminario crollato di San Pedro Apóstol de La Guaira, fondato nel 1977: «Siamo sconvolti, addolorati, grazie a Dio siamo vivi se solo pensiamo a tutto ciò che sta accadendo intorno a noi. Siamo costernati per quanto accaduto, gli edifici sono crollati e anche il nostro seminario è stato sventrato dal terremoto. In questo momento, però, non voglio contare i danni materiali, ma fare un appello molto più importante alle istituzioni affinché possano fare rete per la solidarietà», conclude. La Conferenza Episcopale Venezuelana per il 28 giugno ha convocato una giornata nazionale di preghiera per le vittime, i feriti, le famiglie e le comunità che sono state colpite dai danni dei due sismi.







