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Settantacinque. Non è il numero delle pagine delle motivazioni di una sentenza, ma delle coltellate che Filippo Turetta ha inferto a Giulia Cecchettin. Secondo i giudici della Corte d’Assise di Venezia, non per crudeltà, ma per "inesperienza". E qui confessiamo che c'è un cortocircuito di buon senso. Perché c’è una soglia, anche nella declinazione delle parole, oltre la quale non si può andare avanti. Dire che infliggere settantacinque coltellate a una persona — settantacinque, non due, non dieci, settantacinque — non è un atto crudele ma il frutto di una goffa inesperienza, è come dire che un incendio non è devastante, ma solo frutto di un accendino usato male.
Si capisce — e si rispetta — la prudenza dei magistrati, il peso che devono dare alle prove, l’ossessione del “ragionevole dubbio” e della ponderatezza dei codici che è la colonna vertebrale di ogni democrazia. Però c’è un confine oltre il quale la realtà si piega su se stessa. Si spezza. Come la voce di Giulia inascoltata per venti minuti di agonia. Non accusiamo i giudici. Non è il nostro mestiere. Ma siamo ancora in grado di vedere il paradosso? C'è qualcosa di disumano nel definire “non crudeli” colpi inferti con tale furia, uno dopo l’altro, come se l’inesperienza potesse assolvere l’accanimento. Basterebbe contare fino a 75. Come se non ci fosse una volontà precisa dietro quella cascata di ferocia: fermarla. Fermarla completamente. Per sempre.
Chi uccide in quel modo non è soltanto inesperto. È forse qualcuno che ha trasformato la sua incapacità di perdere in una furia cieca. E questa furia, negare che sia crudele, forse è il modo peggiore per farla sopravvivere. Non possiamo abituarci a chiamare le cose con il nome sbagliato. Lo dobbiamo al padre e alla sorella di Giulia. Perché settantacinque coltellate - mentre preghiamo per chi le ha inferte, sperando che in carcere compia un cammino di redenzione - sono più di un omicidio: sono una sentenza. Ma non quella che leggeremo sulle pagine del tribunale.





