L’Unione Europea ha revocato il finanziamento alla Fondazione Biennale di Venezia, per contrastare la riapertura del Padiglione Russia (chiuso dopo l’invasione russa all’Ucraina) all’esposizione internazionale di arte del 2026. Il Padiglione, situato nei Giardini della Biennale tra gli altri dei paesi stranieri, appartiene alla Russia. La sua storia risale al 1914: fu realizzato dall’allora impero russo, poi gestito dall’URSS e, dopo la sua fine, dalla Repubblica federale russa. Come si vede, una storia lunga, passata attraverso regimi differenti. L’Unione Europea ha dichiarato che non finanzierà la Biennale (peraltro su programmi estranei l’esposizione russa): «La cultura», ha detto il portavoce dell’Unione, «finanziata con il denaro dei contribuenti europei deve salvaguardare i valori democratici, promuovere il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione: valori che non sono rispettati nella Russia di oggi».

Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, da parte sua, ha spiegato che non si tratta di una scelta “politica”, bensì di tenere aperto uno spazio di libertà. In un dibattito televisivo, ha dichiarato: «Stiamo attraversando una fase storica impegnativa: siamo in guerra. E in guerra vige la propaganda, che non permette di vedere come stanno davvero le cose». La cultura deve fermarsi di fronte ai confini o ai muri dei conflitti? Lo scambio culturale è, a suo modo, un ponte che unisce popoli e paesi, che si trovano in condizione di opposizione o di guerra.

Una problematica simile si è manifestata, qualche tempo fa, a seguito della terribile vicenda dei bombardamenti israeliani su Gaza, dopo il pogrom di Hamas in Israele. Molte istituzioni universitarie italiane si sono interrogate se continuare ad applicare gli accordi culturali con le università israeliane. Sono in tutto un’ottantina ancora attivi. C’è stato un dibattito. È stato evidenziato che taluni accordi possono avere una ricaduta sul piano militare e quindi porterebbero le università a collaborare in modo indiretto alla guerra. Altri accordi hanno però una natura diversa. Talune università hanno deciso di interromperne l’attuazione. Ci si chiede se questa decisione sia positiva, se si tratta di campi tematici umanistici o non connessi alla guerra. Non si contribuisce così ad isolare la cultura israeliana, penalizzando anche le personalità che non condividono la politica dell’attuale governo?

Andrea Pirlo.
Andrea Pirlo.
Andrea Pirlo. (ANSA)

Alcuni casi di recente hanno fatto discutere, non in tema di cultura ma di sport: il nome di Andrea Pirlo come potenziale Ct della Nazionale di calcio è stato messo in discussione in quanto testimonial di una agenzia russa di scommesse.

Precedentemente, riguardo alla partecipazione della nazionale dell’Iran alla Coppa del Mondo, il governo americano non era favorevole all’ingresso dei suoi giocatori sul suo territorio e si è deciso, alla fine, d’imporre alcune limitazioni. I giocatori sono dovuti andare in Messico per il “ritiro” e entrare negli USA solo a ridosso delle partite. Gli iraniani hanno protestato per il trattamento loro riservato.

In questa età della forza, si acuiscono le polarizzazioni, fino a coinvolgere l’arte, la cultura, lo sport. Settori in cui, in qualche modo, può esserci anche la presenza dello Stato, ma che esprimono un sentire più largo. Lo sport, con il suo largo seguito popolare, manifesta in maniera agonistica una visione di convivenza globale. Alla cultura non si possono imporre confini. L’Atto costitutivo dell’UNESCO inizia proprio così: «Poiché le guerre iniziano nella mente degli uomini e delle donne, è nella mente degli uomini e delle donne che devono essere costruite le difese della pace».